L’insediamento di Xi Jinping alla guida della Repubblica Popolare Cinese nel 2013 è stato accompagnato da un entusiasmo generale che ha trasversalmente coinvolto ufficiali di partito, militari e popolazione. Come di consueto, l’entusiasmo è stato tuttavia accompagnato da notevoli aspettative, tanto da far sostenere ad alcuni osservatori della politica cinese che il mandato di Xi Jinping rappresenterebbe un punto di svolta, in grado di delineare il futuro prossimo della Cina. Effettivamente, il partito di cui Xi assume la guida nel 2012 è un partito in crisi d’identità e, dunque, di legittimazione. Con Deng Xiaoping, il PCC ha vissuto una trasformazione spettacolare ed eccezionale per un partito comunista. La lotta di classe è stata accantonata in favore della coesione e la crescita nazionale, ed il partito si è persino spogliato dell’ortodossia ideologica che lo aveva guidato negli anni del maoismo. Proprio questo cambiamento ha tuttavia portato la leadership ad una crisi di legittimità. Con le riforme apportate da Jiang Zemin nel 2001 e l’elaborazione della teoria delle tre rappresentanze, il partito passava dal rappresentare le classi proletarie e contadine, a rappresentare l’interesse dell’intera nazione. La legittimazione del potere del PCC non si basava dunque più sulla rivoluzione e sulla lotta di classe, ma sulla stabilità e la crescita economica. Non più sostenuto da ortodossia ideologica e da credo rivoluzionario, il partito-stato si è dovuto, dunque, rinnovare con continuità e rispondere alle sfide dei suoi tempi.

La Cina di Xi Jinping è un paese che, pur proseguendo la sua forte crescita economica, vede un rallentamento, dovuto ad un riassestamento economico di proporzioni macroscopiche. Il Partito, qui oggetto di interesse, è una struttura sempre viva e composta da quasi 90 milioni di membri, ma è anche un istituzione che si vede attraversata da corruzione e conservatorismo. Al seguito del crollo “scioccante” del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il PCC incaricò il proprio pensatoio (fra vari Think Tank e università) di concentrarsi nello studio delle cause che portarono a questo evento, e all’elaborazione di risposte per evitare lo stesso destino[1]. Fra le altre cause riportate dai quadri, tra cui appunto l’atrofia ideologica, la corruzione emerse come uno dei fattori determinanti.

È alla luce soprattutto di questo studio che va probabilmente letta la campagna anti-corruzione lanciata dallo staff del Presidente al momento del suo insediamento, atta a colpire “tigri e mosche”, ovvero pezzi piccoli e grandi. La pulizia portata avanti dal Comitato Permanente del Politburo è una scommessa che ha come risultato sperato quello di riportare un immagine positiva e benevola del partito che, è bene ribadirlo, è ancora lontano da una vera crisi di legittimità, essendo ancora visto diffusamente come l’unica piattaforma politica ed istituzionale in grado di garantire stabilità e crescita economica.
A due anni dall’insediamento del nuovo Presidente, sono comunque in pochi a credere che la campagna abbia come unica funzione quella di ripulire la struttura partitica dalla corruzione, sempre ammesso che una corruzione così diffusa e radicata nella tradizione cinese (una società da millenni basata sulle relazioni interpersonali, denominate “guanxi”) possa essere eliminata per opera del partito stesso.
Fra gli scettici, c’è chi suggerisce che la campagna sia un mero strumento di lotta politica utilizzato dal Presidente per sbarazzarsi di rivali politici. Seppur sia innegabile che vi siano delle fazioni in contrasto, appare esagerato semplificare in questi termini la questione. Peraltro, finora la campagna sembra aver colpito esponenti legati a diverse reti “padronali”, il che sembra suggerire che dietro vi sia dell’altro. Andando a colpire anche personaggi importanti, il messaggio che l’establishment sembra voler lanciare è, al contrario, che nessuno è al sicuro, indipendentemente da incarico ricoperto e interrelazioni. E questo è un passo avanti senza precedenti nella storia cinese.

Andando a guardare i “pezzi più grossi” finiti nella morsa della Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare, se ne trovano soprattutto tre, l’ultimo dei quali arrestato qualche giorno fa: Zhou Yongkang, membro del 17esimo Comitato Permanente – quello di Hu Jintao, oltre che ex Segretario della Commissione Centrale per gli Affari Politici e Legali; Xu Caihou (fatto risalire da numerosi esperti come appartenente alla rete padronale di Jiang Zemin[3]), generale ritirato dell’Esercito Popolare di Liberazione, sottoposto a corte marziale prima di morire nel marzo scorso, e Ling Jinhua, in un passato non troppo lontano indicato come papabile per il comitato permanente, molto vicino ad Hu Jintao. Ling fu già investigato nel 2014 ma è stato arrestato proprio in questo mese. Come si può notare, il partito sembra colpire con estrema precisione, non curandosi di eventuali relazioni degli indagati, né dell’importanza del ruolo. Le accuse rivolte sono differenti caso per caso; le più note variano dall’abuso di potere alla diffusione di informazioni protette da segreto di Stato e all’aver intascato tangenti.

Ma la campagna anticorruzione va letta anche in un quadro più generale e macropolitico. Il governo di Xi Jinping è conosciuto anche per aver lanciato il programma della costituzione di uno “Stato di diritto”, una definizione ancora non chiara e certamente lontana dal significato che assume in Occidente. Tale trasformazione presuppone comunque una sottomissione al Diritto: nemmeno i membri del partito sono esenti dalle sanzioni in caso di illegalità. Per di più, il governo di Xi è anche quello che affronta un grande cambiamento nel sistema economico, cambiamento da alcuni paragonato a quello portato avanti da Deng nel 1978: la trasformazione da un’economia incentrata sull’esportazione ad una incentrata sui consumi interni. Tale trasformazione richiede enormi sforzi all’interno, ma anche dolorose riforme che possono andare ad intaccare gli interessi acquisiti di qualche pezzo grosso. Fra questi ad esempio le grandi imprese di Stato, che da anni necessitano di imponenti riforme, da sempre osteggiate dai settori più conservatori. Per questo motivo, alcuni esperti hanno avanzato l’ipotesi che con la campagna anticorruzione, Xi non si stia liberando semplicemente di rivali, ma degli oppositori del nuovo corso politico-economico della Repubblica Popolare. Una tesi da prendere con le pinze, ma senz’altro realistica.

Che sia una lotta tra fazioni, che sia un tentativo di recupero di legittimità o uno strumento per le riforme, o, cosa più probabile, un mix di fattori, quel che appare evidente è che il governo fa sul serio. Ovviamente, il rischio di andare a toccare gli interessi acquisiti, anche dei pezzi grossi del partito, è grande[2]. Tanto che David Shambaugh, importante esperto di affari Cinesi, rispettato ed ascoltato anche a Pechino, è arrivato a predire il collasso imminente del PCC, cambiando radicalmente posizione rispetto a qualche anno fa, quando si trovò ad elogiare la capacità di cambiamento ed adattamento del Partito. Pur essendo Shambaugh estremo nelle sue conclusioni, che il PCC stia vivendo un momento cruciale è opinione ampiamente condivisa. Le riforme in potenza, per la prima volta, rischiano di intaccare alcuni diritti acquisiti e rosicchiare via monopoli[4], ed anche di alienare il governo da importanti sostegni interni al partito; pur restando stabile il supporto da parte della “classe media”, mai come ora in espansione. Cautela e pazienza, che certo non sono doti di cui il governo cinese è a corto, saranno fondamentali.
A causa dell’opacità del sistema politico cinese, si possono fare soltanto supposizioni, ma è evidente che il Partito sia in una fase difficile e impegnativa,che potrà definire il futuro della Cina nei prossimi anni.

Marco Zenoni

1. Si veda: David Shambaugh, “China’s Communist Party: Atrophy and Adaptation”, Woodrow Wilson Center Press: Washington (2009).
2. http://thediplomat.com/2015/03/the-rise-and-fall-of-xu-caihou-chinas-corrupt-general/
3. C’è chi sostiene che Xi abbia già perso i favori di Jiang Zemin, dato per alcuni, esageratamente, come il burattinaio della politica cinese degli ultimi 20 anni. Il recente arresto di Ling Jinhua, vicino ad Hu, ha invece dato adito ad alcune speculazioni, secondo le quali anche lo stesso Hu sia rimasto insoddisfatto. Vd. http://thediplomat.com/2015/03/chinas-2015-npc-session-the-case-of-the-missing-presidents/
4. Una delle riforme più importanti, da tempo annunciate e rimandate, è quella riguardante le grandi imprese di Stato, che chiaramente hanno una rete di interessi che coinvolge appieno anche ufficiali di partito.

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