Il Mito di Giano Bifronte è molto complesso e ci parrebbe pessima cosa sviscerarlo in queste righe. Ci limiteremo a far notare l’esistenza di adepti di Giano, annidati nelle redazioni dei più prestigiosi giornali italiani. In gergo popolare, avremmo semplicemente potuto parlare di giornalisti “due-facce” o double-face. In ogni caso, vi mostreremo ben tre redazioni cadute in mano agli adepti di questo singolare Dio.

Cominciamo dal Foglio, giornale ultraliberista e smaccatamente filoamericano, ha pubblicato un articolo molto interessante contro la volontà europea di riconoscere lo status di economia di Mercato alla Cina, rinunciando quindi alle politiche protezioniste finora innalzate ai danni di Pechino. Interessante, non perché i contenuti dell’articolo siano condivisibili – si tratta della solita sbobba alter-capitalista di sinistra – ma per il tipo di giustificazione adottata. Da un giornale che ammette come unica critica nei confronti dell’America – e del Mercato – quella di tipo lealista (“l’America deve ritrovare sé stessa/occorre più Mercato”) – ci si aspetterebbe, in un mondo ideale in cui le idee politiche non cambino a seconda delle convenienze – una qualche giustificazione di stampo liberista, ammesso che ve ne possano essere. E invece no. Il Foglio se ne esce con una tirata che sembra scritta da Landini o dalla Camusso, e cioè:

“Consentire alla Cina di allargare le sue già considerevoli esportazioni senza che debba rispettare le regole sociali di un mercato aperto, a cominciare dalla libertà di associazione sindacale che oggi è invece monopolio dei sindacati di regime, significa anche rinunciare di applicare i principi di lealtà nella concorrenza spingendo verso una liberalizzazione del sistema interno.”

Regole sociali del Mercato? Libertà di associazione sindacale? Necessità di evitare la liberalizzazione del sistema interno? Ma a scrivere queste cose è davvero lo stesso Foglio, nemico giurato dei sindacati, e sostenitori della sovranità assoluta dei Mercati? Si tratta dello stesso giornale che ha per modello Reagan?
Facciamo un mezzo passo indietro. Ecco titolo e sottotitolo del pezzo:
“Washington chiede all’Ue di non concedere alla Cina lo status di economia di mercato. Gli Stati Uniti ammoniscono Bruxelles che la decisione penalizzerebbe l’’industria europea a basso contenuto tecnologico.”
Sì, avete capito bene: secondo il Foglio, cosa confermata dalle numerose amnesie che affliggono Sergio Soave, l’autore del pezzo, gli americani non hanno alcun interesse nella vicenda: agiscono, come sempre, per pura bontà d’animo e per affetto verso quei discolacci dei suoi fratellini europei. Non vi salgono agli occhi le prime lacrime di commozione? No? Comunisti! D’accordo, l’articolo non lo dice esplicitamente, ma lo lascia intendere: infatti elenca gli interessi economici inglesi e tedeschi come fonte di ogni male, ma si guarda bene dal parlare di quelli americani, i quali, in caso di ammissione della Cina al libero commercio nella UE vedrebbero tramutarsi il TTIP in un boomerang spaventoso per Washington. Ma ne parleremo dopo.
Andiamo avanti:
“E’’ un’altra questione su cui l’’Italia può far valere, oltre ai propri legittimi interessi, una visione della crescita globale che non sia basata solo su parametri ristretti ma che consideri anche la sostenibilità sociale e ambientale di un sistema produttivo.”

Cpito? Gli interessi inglesi e tedeschi, poiché in contrasto con quelli americani (mai menzionati) sarebbero sporchini, mentre quelli italiani, che sono sporchissimi quando si tratta di difenderli dalle ingerenze americane, adesso diventano legittimi. Ma la parte forte è questa: “che consideri anche la sostenibilità sociale e ambientale di un sistema produttivo.”

Non vi sembrano parole di quegli squinternati decrescisti dei No-Global? Quelli che, tra una canna e l’altra farfugliano di new-global, alter-capitalismo, e urlano contro le industrie (in verità ampiamente morenti) e la globalizzazione (loro che viaggiano da un continente all’altro per portare caos e rovina in ogni parte del mondo e che, al contempo, invocano l’abolizione delle frontiere!).

Strano? No, affatto: i legami fra sinistra “anticapitalista” e destra liberista son noti da tempo, e spesso si sono concretti anche dal punto di vista elettorale, come ad esempio in Argentina, nelle recenti elezioni che hanno visto sinistra-sinistra e destra ultraliberista alleati contro la Kirchner.
Ma il punto qui è un altro. Al Foglio sanno bene che le idee che hanno sempre propagandato in campo economico spingerebbero a favore dell’apertura alla Cina. Ma ovviamente non possono, perché le stesse idee invocate per sostenere il TTIP – che regalerà agli USA quel che resta dell’Europa – in questo caso danneggerebbero proprio gli americani. E quindi che fare? Dare la colpa a Obama – rimedio classico delle destre atlantiche quando devono criticare qualcosa che non va, non potendo, ovviamente, criticare il Paradiso in Terra (gli USA) – in questo caso non è possibile. Allora ecco che si improvvisano NO Global, aggiungendovi le classiche parolette come “regime” che tanto il destro italiano medio quando sente parlare di Cina (e non solo) non capisce più nulla.

Vediamo cosa scrivono gli altri giornali italiani. Ecco il Messaggero:

“Il raggiungimento dello status di economia di mercato (MES) presso l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) è uno degli obiettivi strategici principali della Cina. Tra i vantaggi, ci sarebbero le maggiori difficoltà per gli Stati Uniti e per l’Unione europea di imporre dazi sulle aziende cinesi che riducono ingiustamente i prezzi. Gli Stati Uniti sono convinti che la concessione possa disarmare unilateralmente le difese commerciali europee contro la Cina.”

Badate: anche qui, non spiega come mai gli americani si preoccupino così tanto del benessere degli europei. Dal che se ne può dedurre che siano gli unici attori disinteressati: che carini!

“L’Europa intanto è divisa sulla candidatura di Pechino a status di economia di mercato. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha fatto sapere di essere favorevole alla concessione così come il cancelliere britannico George Osborne. Tra gli altri governi europei, fra i quali l’Italia, sono fortemente contrari perché preoccupati per le proprie industrie. Quando la Cina entrò nella WTO, si decise che l’Unione europea, alla fine di un periodo di 15 anni, avrebbe valutato se concedere o meno a Pechino lo status di economia di mercato. Secondo le regole stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio, il mancato status di economia di mercato della Cina concede più spazio a Europa e USA per determinare i costi corretti di produzione per le aziende cinesi nelle indagini anti-dumping.”

Qui si fa una parziale ammissione: se la UE concedesse lo status di economia di mercato, questo impedirebbe agli americani di esercitare pressioni sulla UE perché imponga dazi contro Pechino. È già qualcosa. Ovviamente non si dice che gli americani considerano la UE propria riserva di caccia, e che col TTIP contano di invaderla della propria merce di scarsa qualità, quanto meno nel settore alimentare, e a prezzo più basso. Ovviamente, se la UE dovesse aprirsi al commercio con la Cina, gli americani vedrebbero sfumare ogni possibilità di guadagno, e in più si ritroverebbero loro stessi invasi d merce a basso costo, realizzata nella UE ma con materiali cinesi, per esempio. Ma ovviamente gli americani non sono mossi da moventi così meschini.

Il Sole 24 Ore si dà direttamente al terrorismo mediatico:

“I governi nazionali sono consapevoli che concedere lo status di economia di mercato alla Cina significherebbe ridurre grandemente le armi anti-dumping della Commissione europea, consentendo ai produttori cinesi, che spesso godono di sussidi pubblici, di vendere in Europa con maggiore facilità, e a costi particolarmente bassi rispetto ai concorrenti occidentali.

Secondo un documento del governo italiano sarebberto sei i settori colpiti in modo traumatico, più numerosi altri comunque danneggiati, interi distretti che rischiano di sparire, linee produttive a rischio. Questo lo scenario da “guerra” industriale tratteggiato da un documento riservato di fonte governativa sul possibile riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato dalla fine del 2016.

L’Italia, secondo paese manifatturiero europeo dopo la Germania, sarebbe tra le nazioni più colpite. Il Market economy status alla Cina significherebbe ridurre drasticamente (quasi eliminare) i dazi antidumping oggi in funzione con riflessi considerati molto pesanti per siderurgia, meccanica, chimica, ceramica, bulloneria, industria della carta. Comparti a cui vanno aggiunti quelli che negli ultimi tempi hanno già fatto scattare l’allerta per le possibili conseguenze, come i calzaturieri e le industrie del tessile e dell’arredo. Insomma un autogol imperdonabile.”

D’accordo, si potrebbe dire:  il Sole 24 Ore è di fatto il giornale della Confindustria, e si sa che fra gli industriali il protezionismo è come quei vecchi amici da rispolverare al momento del bisogno. Peccato che il giornale in questione si sia completamente dimenticato delle imprese italiane, quando esaltava il TTIP.
Non ci credete? Ecco alcuni esempi:
1)

2)

3)

E sono solo alcuni. Per carità di patria vi risparmiamo l’opinione degli altri giornali sul TTIP. Cosa ne dovremmo dedurre? Che le redazioni ultraliberiste dei tre quotidiane siano state rapite dagli alieni poco dopo aver suonato l’ennesima serenata in favore del libero commercio, per essere sostituite da anarco-grillini protezionisti e decrescisti, giusto in tempo per attaccare le aperture alla Cina? Oppure, chissà, siamo tornati alle guerre doganali del XIX secolo? Chissà!
Forse, semplicemente, vale il vecchio detto: “Ubi maior minor cessat” laddove il maior è, in questo caso, il supremo interesse americano, un moloch a cui va sacrificata oni cosa.
O forse, semplicemente, come suggerito all’inizio, si tratta di seguaci di Giano Bifronte.

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Nato a Siracusa, si occupa prevalentemente di politica estera e strategia. Ha scritto "Battaglia per il Donbass" (Anteo Edizioni, 2014) https://pagineirriverenti.wordpress.com/