Sessantanove sedute di commissione e decine di riunioni fiume per non fare nulla. Il grande flop del Pd è servito.
In apertura dei lavori odierni del Senato, il capogruppo dei dem, Luigi Zanda, ha chiesto la convocazione della Conferenza dei capigruppo per definire un nuovo iter di lavori d’aula sul ddl Cirinnà, motivando la richiesta con la necessità di “un lavoro di riflessione per individuare i percorsi che possano consentire di proseguire in modo anche ordinato i lavori dell’Aula” e consentire così di “raggiungere il traguardo che ci siamo posti”.
Poco dopo, anche Marcucci, il senatore renziano presentatore dell’emendamento canguro che di fatto avrebbe eliminato quasi tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni e anche da una parte della maggioranza, getta la spugna ed ufficializza la richiesta di spostare il discorso di una settimana, perché “è cambiata la volontà politica, serve avere più tempo a disposizione”.
L’idea di votare il super-canguro, ma spacchettato, in modo da approvare almeno i primi articoli del ddl Cirinnà, è sembrata una strada poco praticabile, per una questione di numeri. E così si è fatta largo la decisione di prendere tempo, per evitare di affossare l’intero provvedimento, anticipando a questa settimana il Milleproroghe (decreto in scadenza il 28 febbraio) e spostando le unioni civili al 24 febbraio.
Un nuovo slittamento che potrebbe essere decisivo per il definitivo naufragio del controverso disegno di legge sulle unioni civili.
Lo ha capito anche la stessa Monica Cirinnà che ha mestamente dichiarato: “Ho sbagliato e pagherò. Il mio errore è stato fidarmi dei Cinque stelle. Chiudo con questo scivolone la mia carriera politica”. Una ammissione di colpa seguita da un attacco alquanto strumentale ai grillini, pur di non ammettere che ad averla buttata a mare è stato proprio il suo partito, probabilmente dopo aver fatto due calcoli elettorali.
L’area cattolica si misura a milioni (di voti) e Renzi e i suoi “consiglieri” lo sanno bene. Hanno usato il “vessillo” del ddl Cirinnà, per frantumare sotto traccia diritti e garanzie sociali ben più importanti, con altre sciagurate misure, ma una volta giunti quasi sulla linea del traguardo, com’era prevedibile, hanno tirato il freno a mano.
Intanto monta il nervosismo e anche oggi l’aula ed il Transatlantico, sono stati teatri di scambi di complimenti tutt’altro che teneri. A dare il via, ci aveva pensato ieri il capogruppo leghista Gian Marco Centinaio, sfoggiando una dialettica politica di alta scuola: “Scrivetelo pure, per me la parola del Pd vale quanto un peto. Il patto era il ritiro dei nostri 4.500 emendamenti contro il ritiro del canguro Pd, ma loro non lo vogliono rispettare”. Gli ha fatto eco, oggi, l’eurodeputato Pd, Daniele Viotti, con un tweet inequivocabile: “La dico semplice, ma non mi vengono altre parole: i senatori Di Giorgi, Lepri e i cattodem hanno rotto il c…#buongiorno #cirinnamoreremo”.

Daniele Viotti su Twitter La dico semplice, ma non mi vengono altre parole i senatori Di Giorgi, Lepri e i cattodem hanno rotto il cazzo #buongiorno #cirinnamoreremo _20160217145738
Loro litigano e la Monica ripudiata piange. Proprio a lei, per consolarla, dedichiamo una ninna nanna da noi composta per l’occasione: “Cirinnà cirinnì, ma che bel nasino ha questo bimbo qui. Cirinnì cirinnà, ma che belle manine ti ha fatto papà. Cirinnà cirinnò, questo bimbo a chi lo ridò?”. E buonanotte al secchio.

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