Noi lo avevamo detto fin dal primo articolo sul tema: il bail-in è palesemente incostituzionale. Ora, clamorosamente, è il presidente onorario e procuratore generale emerito della Corte dei Conti, Claudio De Rose, che lo afferma in una bella analisi pubblicata sul sito Formiche.net:

“Il “bail in”, cioè il salvataggio di una singola banca a spese dei titolari depositi in conto corrente e degli obbligazionisti è antigiuridico, perché contrario a qualsiasi principio di diritto. E antigiuridiche, quindi illecite, sono le disposizioni che lo prevedono, cioè la direttiva comunitaria e la legge nazionale applicativa, in vigore dal 16 gennaio scorso. Le giustificazioni addotte sono inconsistenti e contraddittorie e il marchingegno, oltre ad essere iniquo, è anche ingiusto perché mette nei guai i risparmiatori italiani abolendo l’aiuto pubblico alle banche mentre, in precedenza, i risparmiatori di altri Paesi ne hanno ampiamente goduto. Come se non bastasse, il ”bail in” è, rispetto all’ordinamento italiano, del tutto incostituzionale, per contrasto con l’art. 47 Cost. , secondo il quale “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Un così stridente e violento vulnus alla nostra Carta fondamentale dovrebbe indurre i nostri governanti ad esigere una revisione del meccanismo da parte delle Istituzioni europee e a suggerire alle stesse una profonda riforma del sistema bancario finalizzazione dello stesso ad una preminente funzione sociale, nel rispetto dei diritti fondamentali.”

D’altronde, quello del conflitto tra Costituzione nazionale e Trattati e normative europee è un tema che è già stato ampiamente discusso grazie al lavoro (potete leggerne i libri) di importanti giuristi, come Luciano Barra Caracciolo, presidente della Sesta Sezione Giurisdizionale del Consiglio di Stato, e dall’Avv. Marco Mori. La norma sul bail-in si aggiunge a questo continuo conflitto giuridico.

Adesso, prima di tutto, ci interessa chiarire bene, ancora una volta, cosa prevedere lo strumento del bail-in. Purtroppo, da alcune settimane, nei dibattiti televisivi e nei telegiornali si sta facendo passare l’idea che ad essere toccate dal bail-in siano esclusivamente le obbligazioni subordinate, mentre le ordinarie vengono fatte passare per garantite. Non fatevi confondere: la norma sul bail-in, vieta l’intervento pubblico nei salvataggi bancari, e prevede che a salvare le banche a rischio fallimento sia il sistema bancario stesso, attraverso il fondo di risoluzione, insieme al contributo dei risparmiatori, con chiamata graduale per azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti ordinari e correntisti sopra i 100 mila euro (con un contributo pari all’8%). Restano fuori dal bail-in solamente le obbligazioni garantite, cioè un particolare tipo di prodotto finanziario chiamato “covered bond” o “secured bond”, che ha una particolare caratteristica: in caso di fallimento della banca, il possessore di questi tipi di bond può rivalersi su specifiche attività della banca stessa (da Wikipedia: crediti fondiari e ipotecari crediti nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni o garantiti dalle medesime, nonché di titoli emessi nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione aventi ad oggetto crediti della medesima natura). Capite benissimo, che proprio per questa loro particolare caratteristica, queste obbligazioni sono molto rare, mentre la maggior parte delle obbligazioni possedute dai piccoli risparmiatori italiani sono semplici obbligazioni ordinarie, che rientrano nel bail-in in terza chiamata, dopo azioni e obbligazioni subordinate.

Fatta questa dovuta chiarificazione, entriamo nel merito della nostra discussione. Come abbiamo visto all’inizio, il presidente onorario della corte dei conti, Claudio De Rose, nella sua analisi, ha chiesto “una revisione del meccanismo ( del bail-in)  da parte delle Istituzioni europee”. La stessa richiesta è stata fatta dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, parlando al congresso Forex. Secondo il numero uno della Banca d’Italia, il nostro paese dovrebbe chiedere la “revisione, da avviare entro giugno 2018″ della direttiva sul bail-in, in virtù della possibilità prevista dalla stessa norma di una “clausola che prevede la revisione”. La risposta della Commissione UE non si è fatta attendere:

 “Non ci sono piani di cambiare la Brrd, la direttiva è stata adottata nel 2014 con il consenso di una stragrande maggioranza al Parlamento europeo e con l’accordo unanime degli Stati membri. […]Da un anno e mezzo si sa che il bail-in dei creditori avrebbe protetto i contribuenti”

Purtroppo, in questo caso il portavoce della Commissione UE che ha fatto queste dichiarazioni ha perfettamente ragione e il nostro Ignazio Visco è completamente in torto. La stragrande maggioranza dei partiti italiani, a cominciare dal partito di governo, ha votato favorevolmente la normativa europea sull’Unione Bancaria senza capire quali conseguenze questa avrebbe portato al sistema bancario italiano ( ricordate il tweet esultante di Enrico Letta?). Visco, da tecnico, sapeva benissimo, meglio dei politici, cosa avrebbe comportato l’introduzione del bail-in. Dal 2014 a oggi, nessuno ha proferito una sola parola contro quella che ora abbiamo tutti scoperto essere l’ennesima fregatura europea e adesso, appena la normativa è entrata in vigore e ne stiamo subendo gli effetti, ne chiediamo la revisione? Paura e confusione regnano sovrane in Bankitalia.

Nelle settimane passate, abbiamo assistito ai tonfi in borsa dei titoli di alcune banche italiane, tra le quali, il caso più clamoroso, è quello di Monte dei Paschi di Siena. Il 20 gennaio MPS era in sostanza diventata carta straccia: alcuni hanno parlato di un attacco speculativo proveniente da fondi finanziari americani, cosa che non possiamo né confermare né smentire, ma certamente non si è trattato solo di questo: esattamente come accaduto nel 2011 con lo Spread a 500 punti, il mercato finanziario ha reagito negativamente per mancanza di garanzie. Nel 2011 gli Stati nazionali, a causa dell’anomala struttura europea, non potevano garantire i loro titoli di Stato (la Banca Centrale non svolgeva la funzione di “prestatrice di ultima istanza”) e così lo Spread schizzò alle stelle fin quando un certo Mario Draghi non pronunciò la famosa frase “whatever it takes to save Euro”, dopo la quale lo Spread iniziò magicamente a calare. Ora, con i titoli bancari è successa praticamente la stessa cosa: gli Stati non possono più garantire i risparmi e i mercati sono impazziti. D’altronde, chiunque di noi possedesse delle azioni bancarie, sarebbe costretto a fare delle dovute valutazioni e, una volta ritenuta la propria banca a rischio, andrebbe sicuramente a vendere le proprie azioni.  Il trend negativo si è in parte arrestato (con alti e bassi; oggi è ancora in perdita) solamente quando il finanziere Davide Serra ha dichiarato che sarebbe intervenuto per sostenere il titolo e quando il governo italiano è riuscito ad avere il placet europeo sulla Bad Bank (la quale ha deluso le aspettative). Comunque la situazione di MPS rimane complicata: pensiamo al fatto che un’azione a maggio/giugno 2015 valeva 2,60 euro mentre oggi il suo prezzo oscilla tra 0,60-0,70 euro, perdendo quindi più del 70% del valore (senza considerare che nel 2007 un’azione MPS valeva 114 Euro!). Intanto, nelle ultime ore, imitando il caso di BPM e Banco Popolare, è spuntata l’idea di fondere Monte dei Paschi di Siena con Poste Italiane, ma fortunatamente pare che il Tesoro abbia smentito dichiarando che  le “ipotesi di operazioni che coinvolgono Poste Italiane nel riassetto del settore bancario e in particolare indiscrezioni che vedono la società interessata all’acquisizione di MPS sono destituite di fondamento”. Che siano solo parole? Ricordiamo che tra le ipotesi per la Bad Bank, diversi esperti non avevano escluso il coinvolgimento di una garanzia da parte di Cassa Depositi e Prestiti ( che possiede Poste Italiane) e che avrebbe reso meno sicuri anche i conti postali.

La settimana scorsa, il governo italiano è riuscito ad avere l’approvazione da parte della Commissione Europea sulla Bad Bank che dovrebbe raccogliere i crediti deteriorati del sistema bancario italiano. Tuttavia, la soluzione ha deluso tutti, soprattutto i mercati, che hanno reagito negativamente all’annuncio, perché la garanzia statale sulle sofferenze bancarie oggetto di cartolarizzazioni, riguarderà soltanto le tranche che godranno del merito creditizio “investment grade”, cioè quelle più sicure, mentre i crediti non classificati in questo modo non godranno della garanzia pubblica ( per maggiori informazioni vi invitiamo sempre a leggere il blog Vincitori e Vinti). Capite bene che quella della Bad Bank  risulta allora essere una soluzione di facciata, utile soltanto a alla propaganda di governo, ma che nei fatti non risolve il problema dei crediti deteriorati, perché rimangono fuori dalla garanzia tutte quelle banche che possiedono crediti più rischiosi.

Qualche giorno fa, il 29 gennaio, Matteo Renzi e Angela Merkel si sono incontrati a Berlino per fare il punto su migranti e flessibilità. L’incontro non ha prodotto nulla di significativo, se non le solite belle parole di retorica europeista. Le risposte che cercava Renzi sono arrivate oggi da Bruxelles, almeno per quanto riguarda i 3 miliardi da destinare alla Turchia per l’emergenza profughi: la Commissione ha rassicurato il Premier italiano che questi soldi “non saranno tenuti in conto nel calcolo del deficit ai fini del Patto di stabilità e crescita”. Invece, per quanto riguarda la flessibilità sulle spese per i migranti, la Commissione prenderà una decisione soltanto in primavera e la valutazione si farà “caso per caso ed ex post sulla base di spese fatte” ( e Renzi ha subito manifestato il suo malcontento). Inoltre, come avevamo già detto diverse volte, il Fiscal Compact impone dei parametri che non lasciano alcun margine di manovra (pareggio di bilancio, deficit strutturale allo 0,5% e riduzione del rapporto debito/PIL di un ventesimo all’anno fino al raggiungimento della quota del 60% del PIL). Nel 2015 poi, su pressione dei governi nazionali, la Commissione aveva introdotto delle particolari clausole di flessibilità, le quali sono state sfruttate dal governo italiano per la propria legge di Stabilità. Tuttavia, sembra che all’Europa non sia piaciuto come queste clausole sono state usate e da più parti si ritiene che il governo dovrà intervenire con una manovra correttiva (si parla di circa 17 miliardi, guarda caso giusto quelli delle clausole di salvaguardia).

Comunque l’incontro Merkel-Renzi è sembrato il canto del cigno per questi due leader europei. Il nostro Premier non ha più la poltrona assicurata proprio per le ragioni che abbiamo spiegato nelle righe precedenti e se la crisi bancaria dovesse malauguratamente peggiorare, il nostro Matteo sarà destituito per far spazio alla Troika, a meno che, con un sussulto d’orgoglio non ci porti fuori dal Titanic europeo con una scialuppa di salvataggio. Anche Wolfgang Munchau, sul Financial Times, continua a ripetere che “la permanenza del’Italia nell’Eurozona non è più sostenibile”, soprattutto perché in queste condizioni l’Italia non è in grado di affrontare l’emergenza immigrazione e la crisi del sistema bancario. Dice Wolfgang Munchau infatti:

“L’Italia è stata sopraffatta dalla crescita di profughi provenienti dal Nord Africa lo scorso anno e oltre a questo, l’Italia si trova ad affrontare problemi economici irrisolti: la crescita della produttività ferma per 15 anni; un grande debito pubblico che lascia il governo praticamente senza margine di manovra; e un sistema bancario con 200 miliardi di crediti deteriorati, più altri 150 miliardi di debito classificato come problematico. […]Bisogna poi prendere in considerazione che i tre principali partiti di opposizione hanno, in vari momenti, messo in discussione l’appartenenza del paese all’Eurozona. Anche se nessuna di queste forze politiche sembra avere possibilità di arrivare al futuro nel prossimo futuro, è chiaro che l’Italia ha un tempo limitato per risolvere i suoi molteplici problemi. […] Ci sono segnali che ci dicono che la pazienza dell’Italia con la Ue e la Germania, in particolare, si sta esaurendo: il primo ministro Matteo Renzi ha attaccato apertamente le politiche della Ue in materia di energia, sulla Russia, sul deficit di bilancio e sul dominio tedesco dell’intero apparato. Non è solo la crisi dell’euro che ha portato l’Italia sull’orlo di mettere in discussione la sua posizione nell’Eurozona. Si tratta di una combinazione di più crisi ed è probabile che crescerà dal dibattito sulla Brexit.”

Angela Merkel, invece, è sempre più contestata a causa dell’emergenza migranti. I partiti alleati della CDU e che formano la Grande Coalizione tedesca, la CSU e l’SPD, sono arrivati a minacciare la rottura della coalizione. La CSU, il partito gemello della CDU, che ha una forte connotazione territoriale in Baviera, ha praticamente sfiduciato la Merkel. In particolare, la Baviera ha chiesto la messa in sicurezza dei confini con la registrazione ordinata di tutti gli immigrati e l’imposizione di un tetto agli ingressi, minacciando di appellarsi alla Corte Costituzionale perché la Baviera si sente scavalcata e oppressa sulla questione migranti dal governo centrale. Oggi, per cercare una mediazione, la Merkel ha dichiarato che i rifugiati ai quali la Germania darà asilo dovranno essere rimandati a casa una volta che la guerra in Siria sarà finita. Qualche giorno fa invece è arrivato lo stop per i migranti economici da Marocco, Algeria o Tunisia, perché ormai considerati Paesi “sicuri”.

Quel che verrà dopo di loro, sarà l’ultimo sussulto di un’Europa che ormai è anch’essa al capolinea. Non c’è niente da festeggiare, perché molte saranno ancora le sofferenze che gli italiani e gli europei dovranno sopportare. La nostra unica speranza è che la velocità con cui i problemi si verificano, possa risparmiarci questo  ultimo patimento portandoci fuori dall’Euro prima che la barca affondi completamente.

Marco Muscillo.

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