La Finlandia è l’unico Paese scandinavo che ancora non è riuscito a riprendersi dallo shock che ha colpito i Paesi nordici tra il 2008 e il 2009. In termini di PIL pro capite, infatti, Norvegia, Svezia, Danimarca sono tornate sopra il livello pre crisi, a differenza della Finlandia che si attesta al di sotto della quota raggiunta al momento dello scoppio della bolla immobiliare del 2008.

Figura 1 - Pil pro capite a confronto
Figura 1 – Pil pro capite a confronto

La Finlandia, da sempre esempio di virtuosità, è lo Stato con il più alto rating dell’Eurozona insieme alla Germania (secondo le agenzie di rating Moody’s e Fitch). Se l’Italia, secondo i classici luoghi comuni, è il dissipatore di denaro pubblico per eccellenza, questo Paese (ai vertici della classifica di Trasparency International riguardo alla corruzione), è al contario, il campione dell’oculatezza. Nonostante questo, come evidente dal grafico seguente, la Finlandia è in recessione a differenza dei dirimpettai scandinavi.

Figura 2 - Finlandia: Tasso annuo % di crescita del PIL
Figura 2 – Finlandia: Tasso annuo % di crescita del PIL

Sarà per la pessima performance economica, sarà per il tasso di disoccupazione vicino al 9%, che le scorse votazioni del 18 Aprile, hanno registrato l’exploit del Partito euroscettico dei Veri Finlandesi, che si è affermato come seconda forza politica del Paese. Qualcuno dirà che è il solito populismo che attecchisce durante i periodi di crisi, certo è che vedere i cugini norvegesi, svedesi e danesi crescere felicemente fuori dalla moneta unica fa comprensibilmente nascere il risentimento nei confronti delle istituzioni europee, moneta unica in primis.

Quello che ci si chiede è se effettivamente l’Euro o l’Unione Europea abbiano colpe nella crisi finlandese. Di certo, come si fa con l’Italia o con i Piigs in genere, non si può attribuire la colpa al pressappochistico “si sono mangiati tutto” alludendo alla malapolitica del passato.

La Finlandia, da una parte, recrimina legittimamente contro le sanzioni imposte alla Russia per volere dell’UE che hanno duramente colpito il commercio con uno dei suoi principali partner commerciali (Figura 3); dall’altra, contro la vendita della sofferente Nokia a Microsoft, con annessa crescita di disoccupazione e trasferimento di ricchezza fuori dal Paese.

Figura 3 - Principali Paesi destinatari delle esportazioni finlandesi nel 2013 (milioni di Euro)
Figura 3 – Principali Paesi destinatari delle esportazioni finlandesi nel 2013 (milioni di Euro)

Detto ciò, se è palese la responsabilità dell’Ue per quanto riguarda le sanzioni, quale ruolo può avere la moneta unica e quindi la mancanza di sovranità monetaria nell’attuale crisi Finlandese? Da dove nasce il sentimento euroscettico finnico?

L’andamento del saldo della bilancia dei pagamenti, per il conto delle partite correnti, mostrato nella figura sotto, testimonia come la Svezia (fuori dall’Euro zona) tenda ad incrementare il surplus mentre la Finlandia si trova dal 2010 in una situazione di deficit. Nei bilancio di un Paese, il deficit delle partite correnti si realizza quando uno Stato importa più beni e servizi di quanti ne riesca ad esportare.

Figura 4 – Bilancia dei pagamenti, saldo partite correnti a confronto
Figura 4 – Bilancia dei pagamenti, saldo partite correnti a confronto

La crescente dipendenza della nazione da beni e da capitali stranieri, è un segnale di allarme per lo stato di salute della propria economia. Da notare, che una moneta più debole potrebbe aiutare a ritrovare l’equilibrio, riducendo il deficit delle partite correnti, facilitando l’export e penalizzando l’import.

Quello che troppo spesso si ignora quando si parla di Euro, è che il vincolo di non poter agire in periodi di crisi sulla propria valuta, ha un effetto devastante per i Paesi più fragili. Oggi lo vediamo con i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) che avrebbero di buon grado svalutato la propria moneta per rilanciare le esportazioni invece di continuare ad essere legati ad una moneta troppo forte per la propria economia, e che impedisce di essere competitivi sul mercato.

Dall’Agosto del 2008 al 2010, conseguentemente allo shock, le valute di Svezia e Norvegia hanno subito una svalutazione di oltre il 20%. Entrambi i governi hanno lasciato fluttuare il cambio senza intervenire e il deprezzamento della valuta ha contribuito a rilanciare l’export, cosa che non è stata possibile per la Finlandia ovviamente, essendo legata all’Euro.

Figura 5 - Grafico Eur/ Nok (corone norvegesi)
Figura 5 – Grafico Eur/ Nok (corone norvegesi)

La ripida inversione delle partite correnti della bilancia dei pagamenti della Finlandia, che abbiamo visto nella figura 4, è connessa a questa mancata svalutazione. È ormai assodato che se un Paese non può svalutare la propria moneta, tenderà a compiere una svalutazione interna per recuperare competitività. La svalutazione interna, che è proprio quella che chiede l’Unione Europea viene perpetrata attraverso la deregolamentazione del mercato del lavoro e la conseguente riduzione dei salari. Come si vede sotto, a differenza di chi come l’Italia, l’Irlanda e la Spagna si sono impegnate nel fare i compiti a casa, contraendo i salari e riducendo la quota di lavoro fisso rispetto a quello flessibile, la Finlandia ha ignorato il diktat dell’Ue. Il Paese scandinavo, come si vede dalla linea blu delle delle figure 6 e 7, non ha smantellato il mercato del lavoro (come hanno fatto i Renzi e Fornero di turno) mantenendo, invece, contratti di lavoro fisso e salari crescenti.

Figura 6 – Stipendio medio mensile a prezzi costanti del 2013
Figura 6 – Stipendio medio mensile a prezzi costanti del 2013
Figura 7 - Quota di lavoro flessibile sul totale dei contratti di lavoro
Figura 7 – Quota di lavoro fisso sul totale dei contratti di lavoro

Qualora non fosse abbastanza chiaro: l’Euro, imponendo la rigidità del cambio, rende la svalutazione interna l’unica (triste) alternativa possibile per riacquisire competitività. L’intento sarebbe quello di abbassare i costi, dunque i prezzi, per accrescere l’export. In caso contrario, l’inevitabile conseguenza è che anche un paese virtuoso ed inappuntabile nella gestione della cosa pubblica, come la Finlandia, finisce in recessione se non agisce invasivamente sulla deregolamentazione del lavoro.

Come dimostrano le ultime elezioni, cresce anche in Finlandia il sentore che entrare nell’Euro sia stato un errore. Che in un paese dal mercato domestico così contenuto (la Finlandia conta meno abitanti della Campania) sia stata la cessione di Nokia o il drastico tracollo del commercio con la Russia ad esacerbare la crisi, non è così scontato; certo è che non saranno le draconiane misure di austerità propugnate dalla Troika a far ritorvare la strada della crescita.

A tal proposito, il premio Nobel Paul Krugman, fece notare che le politiche di austerity adottate dal governo finlandese, non solo sono state inefficaci per la riduzione del debito pubblico ma hanno soffocato ulteriormente la domanda aggregata.
In conclusione: confondere Europa ed Euro è una colpa grave per i politici che stanno gestendo questa delicata fase storica; il percorso di una vera integrazione europea non può e non deve passare attraverso l’imposizione di una moneta unica che dimostra ogni giorno di più la sua natura iniqua ed antidemocratica. Il rischio è quello di buttar via il bambino (l’Europa unita) con l’acqua sporca (l’Euro e tutti i feticci della Troika), riaccendendo quei focolai di ultranazionalismo che nel secolo scorso hanno portato alle conseguenze drammatiche che tutti noi ricordiamo: se è vero che la Storia può insegnarci qualcosa, allora non si deve perdere altro tempo con questo progetto fallimentare.

Luca Caselli

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