La sera di lunedì 4 aprile a Grisignana di Zocco, provincia di Vicenza, è stata uccisa Monica De Rossi, madre di tre figli, 47 anni. Per l’efferato crimine è stato arrestato Davide Tomasi, 38 anni, che aveva intrattenuto con lei una breve relazione, conclusasi in agosto. L’uomo non riusciva a tollerare il distacco, continuava a cercarla ma a quanto sembra, fino a lunedì, senza atti di violenza né minacce.
La donna svolgeva la professione di agente immobiliare e si è incontrata coll’ex per mostrargli un’abitazione, ma quello che doveva essere un incontro di lavoro si è invece rivelato per lei una vera e propria  trappola.
Si potrebbe dire di trovarsi di fronte al classico caso di ‘femminicidio’, ma l’uso che si fa di tale vocabolo è in verità alquanto discutibile. Fino a qualche anno fa l’unica parola esistente col significato di “uccisione di una donna” era ‘uxoricidio’, dal latino ‘uxor’ che significa ‘moglie’: si riferiva quindi soltanto all’uccisione della moglie e si poteva inoltre utilizzare anche per indicare l’assassinio del marito, ovvero del coniuge in generale. Oggi è per l’appunto in voga l’utilizzo del termine femminicidio, che in realtà ha un significato più ampio, secondo il dizionario ‘Devoto Oli’ (edizione del 2013) “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o patologico, fino alla schiavitù e alla morte”.
Le tremende storie che la cronaca riporta, etichettandole come femminicidi, hanno poco a che fare col significato che il dizionario assegna al vocabolo, non siamo di fronte, come vorrebbe la formula recente ma ormai già trita, “all’uccisione di donne in quanto donne”: gli assassini colpiscono piuttosto quell’unica donna nei confronti della quale hanno sviluppato una severa dipendenza emotiva, tanto da sentirsi incapaci di vivere senza di lei e da diventare talmente gelosi da preferirla morta che con qualcun altro. 
La nostra lettura non vuole concedere a questi criminali nessuna giustificazione, ben inteso: è vero che ne riconosciamo la fragilità psicologica, ma crediamo anche che un essere umano adulto ha il dovere di lottare per superarla e non meriti per essa sconto alcuno, né morale né a termini di legge, quando si comporta con crudeltà verso delle persone innocenti.
La dipendenza affettiva che si verifica nelle relazioni di coppia è uno stato nel quale l’essere ricambiati diventa una condizione indispensabile per la propria esistenza, proprio come l’assunzione di droga lo è per il tossicodipendente grave. Esiste di certo anche una dipendenza sana, come quella dei bambini verso i propri genitori oppure, in misura minore, quella per ogni persona che ci fa stare bene, come avviene nelle coppie felici. Ma la dipendenza verso qualcuno che fa soffrire, tanto che ciò avvenga attraverso maltrattamenti all’interno di una relazione che mediante il rifiuto di una relazione, è patologica. E proprio come avviene a chi sviluppa dipendenza per l’alcol, la droga e il gioco d’azzardo, la persona che è dipendente dal punto di vista affettivo diventa pericolosa per se stessa e per gli altri.
Oggi si possono ascoltare grandi discorsi sull’individuo e le sue libertà, ma non si può essere individui liberi se non si raggiungono l’indipendenza e l’autonomia (sul tema segnalo il nostro precedente articolo ‘Mettere l’individuo al centro’. l’Opinione Pubblica, 15 gennaio 2016), ovvero se non si diventa dapprima capaci di stare da soli.
A conferma del fatto che spesso i paradossi rivelano delle profonde verità, sono poi proprio le relazioni tra siffatti individui quelle che risultano le più sane e sincere.