Il think-tank USA Brookings Institute insiste su questa soluzione da almeno 3 anni, ispirati da RAND Corporation e Stratfor che per primi ne parlarono in studi riservati quasi un decennio fa.

Eppure nel discorso di Kerry c’è un ringraziamento specifico nei confronti della Russia per l’accordo sul cessate il fuoco, l’invio di aiuti umanitari e la lotta contro Daesh/Al Nusra. Apparentemente due dichiarazioni in contrasto tra loro.

La chiave di lettura più appropriata per interpretare le parole del segretario di stato emerge seguendo le sempre più crescenti tensioni tra Ankara e Washington. Frizioni insanabili legate al ruolo dei Curdi in Siria sembrano oramai aver allontanato due alleati storici.

Kerry è più che consapevole che il maggior ostacolo ad un cessate il fuoco (che porterebbe ad una soluzione politica del conflitto) è rappresentato dalla Turchia, principale finanziatore dei terroristi di Al Nusra, Ahrar ash-Sham, Jund al-Aqsa, Jaish al-Fatah e Daesh. In tal senso, la minaccia di partizionare la Siria è diretta soprattutto ad Ankara. La conseguenza immediata sarebbe la creazione di uno stato curdo sul confine turco, supportato diplomaticamente, militarmente ed economicamente da Russia, Europa e Stati Uniti. Una situazione intollerabile per Erdogan e gli oligarchi Turchi. Una minaccia in piena regola di Washington ad Ankara.

Dobbiamo però interrogarci su quale possa essere la strategia finale di Washington, ora che la vittoria militare appare impossibile. L’idea di una transizione politica per Assad rimane sul tavolo. A Washington molti strateghi militari e politici continuano ad essere seriamente convinti di poter favorire un’uscita di scena del presidente Siriano, con il beneplacito di Russia ed Iran.

Per quanto irreale possa sembrare questa proposta (Mosca e Teheran hanno da sempre negato questo scenario) probabilmente il calcolo politico dell’amministrazione Obama è molto più semplice e basilare. Realisticamente c’è piena consapevolezza (?) nella Casa Bianca di non avere la forza politica o militare per obbligare Assad ad un passo indietro. Soprattutto Obama è conscio di avere meno 6 mesi al termine del suo mandato e il tempo gioca decisamente a suo favore in questo scenario come vedremo.

Si può delineare in tre fasi la strategia attuale dell’amministrazione Obama in Siria.

Primo passo: Distanziarsi il più possibile dal coinvolgimento militare in Siria. Questo spiega le recenti frizioni con Turchia e Arabia Saudita. E’ bene però specificare che ciò non significa un’interruzione dei finanziamenti e dell’intelligence (spesso indipendenti dal volere dell’amministrazione) a disposizione di Riad ed Ankara. Significa semplicemente dare l’impressione di spingere per una de-escalation del conflitto. In tal senso le aspre critiche dell’ala più guerrafondaia (Fox News, Tea Party, GOP, Sionisti, Lobby Saudita, CIA) giocano tutte a favore di Obama e dalla sua strategia. Ciò dovrebbe far riflettere.

Secondo passo:  Il cessate il fuoco. Ipoteticamente congelare la vittoria militare sul campo di Russia e Iran. Impedire a Washginton di perdere completamente la poca capacità residue nell’influenzare gli eventi in Siria. E’ più un’utopia che una speranza, viste le recenti conquiste dell’Esercito Arabo Siriano.

Terzo passo: Sostenere l’idea secondo cui una transizione politica di Assad è ancora possibile. L’importante per Obama è uscire dalla Casa Bianca con questa ipotesi ancora sul tavolo. Prendersi i meriti e scaricare sul nuovo presidente il compito di verificare quanto sia (in)fattibile questa ipotesi.

Su quest’ultimo punto è importante non trascurare l’influenza delle primarie americane sulla vicenda Siriana. Vista la più che probabile vittoria di Hilary Clinton, la possibilità che il conflitto si protragga fino al 2017 evoca scenari poco piacevoli a Mosca e Teheran.

L’idea di permettere al nuovo presidente USA di delineare la propria strategia di politica estera in Siria, certamente più militaristica di quella attuali, è una linea rossa da non superare.

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