Barack Obama

Il tracciato geopolitico che veicola la politica estera americana passa dall’idea secondo cui ogni sforzo va compiuto per evitare in altre zone del mondo l’emergere di una potenza regionale egemonica. La motivazione è legata all’obbiettivo Statunitense che tenderebbe al raggiungimento di un dominio completo (Full Spectrum Dominance). Tradotto, significa acquisire una supremazia di terra, aria, acqua, cibernetica e dello spazio.

I pilastri su cui si fonda la dottrina per perseguire questa strategia sono di tipo economico, militare e ideologico-culturale. In questa prima parte prenderemo in esame l’aspetto Economico.

Il dominio finanziario si divide in due macro categorie, Istituzioni internazionali (FMI, Banca Mondiale, Agenzie di Rating, BRI, WTO, OPEC e FSB) e Architettura valutaria (Dollaro, FED, rapporti commerciali e Petroldollaro).

Le istituzioni finanziarie internazionali riconoscono da decenni l’importanza della famosa Conferenza di Bretton Woods svoltasi nel 1944 e divenuta il fulcro su cui poggia l’attuale Sistema Monetario Internazionale (SMI). E’ grazie a tale evento che Washington ha potuto consolidare il ruolo di motore economico mondiale, garantendosi un’egemonia praticamente assoluta nel settore valutario e finanziario. Il dollaro statunitense è stato posto immediatamente come figura centrale in questo sistema, soprattutto grazie alla sua facile conversione in oro. I problemi maggiori nacquero agli inizi degli anni 70’ a causa della struttura valutaria non più percepita come capace di sostenere la moneta, erodendo quindi la fiducia internazionale nel Dollaro.

L’ostacolo venne superato grazie alle garanzie di enti internazionali quali l’FMI e la Banca Mondiale (WB). Creati quasi unicamente per difendere l’egemonia monetaria americana e per assicurare una completa sottomissione di altre nazioni a questo Sistema Monetario Internazionale (SMI), diedero il via libera alla disastrosa intuizione di porre fine alla convertibilità aurea della divisa. Questo passaggio fu compiuto in maniera indolore per Washington e senza opposizione del FMI o della Banca Mondiale. Decisione scontata vista l’influenza degli Stati Uniti nei due organi: Washington è l’azionista di maggioranza con il 17% del totale. Solo al secondo posto vi è il Giappone con 6,5% e via via tutte le altre nazioni, fino ad arrivare a situazioni paradossali in cui Cina e India complessivamente detengono quanto la Germania, ovvero il 6,5% delle quote. Naturalmente una sproporzione di questo genere favorisce indubbiamente l’apparato occidentale che sommato raggiunge quasi il 60%. Questa scompenso attribuisce un potere di veto e sbarramento a nuove riforme più paritarie ed eque tra paesi. E’ grazie ad un divario di questo calibro, in termini di influenza, che il Fondo Monetario Internazionale favorisce continuamente Washington nel perseguire politiche aggressive nei confronti dei paesi non allineati ai diktat finanziari di Wall Street. Tutti segni evidenti di un dominio finanziario basato sul principio di disuguaglianza.

Guerra valutaria

Grazie all’industria commerciale (WTO) ed energetica (OPEC) la stragrande maggioranza dei paesi sono obbligati a mantenere una quota sostanziale delle proprie riserve in dollari. Questo meccanismo permette agli Stati Uniti di non avere freni nell’espandere la propria valuta in ogni angolo del globo. Dal punto di vista nord americano è stato raggiunto il nirvana economico: stampare tutti i Dollari necessari per sostenere la propria spesa militare folle e contestualmente emettere letteralmente centinaia di miliardi di titoli di stato da far cannibalizzare alle banche centrali di altre nazioni.

Un’equazione perfetta dato che fino a quando continuerà ad esserci una richiesta di dollari e titoli di stato, Washington non avrà nulla da temere.

E’ grazie a questo semplice quanto efficace sistema che la FED è divenuta la più potente banca centrale del mondo stampando dollari in cambio di prodotti tangibili. Carta straccia in cambio di beni materiali consumabili. L’inganno perfetto.

Con il passare degli anni il meccanismo si è raffinato e nuove forme di sottomissione finanziario nacquero grazie al processo così detto di ‘globalizzazione’. In particolare ha senso citare le politiche di liberalizzazione e deregolamentazione imposte, da FMI e Banca Mondiale, ai tanti paesi in via di sviluppo necessitanti di sovvenzionare la propria economia. Un nuovo ingranaggio nel motore egemonico economico americano e di fatto una nuova forma di schiavismo, questa volta valutario ma soprattutto economico. Portabandiera del processo di liberalizzazione è stato il FMI assieme alla Financial Stability Board (FSB) che ha imposto politiche di austerity, facilitando di fatto il trasferimento di beni verso il continente americano in cambio di una valuta strutturata su un debito colossale (60 TRILIARDI di dollari).

Una delle più recenti strategie per mantenere lo status di unica potenza mondiale si basa su due trattati economico-commerciali, il TPP (Trans Pacifica Partnership) e il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Il progetto è quello di unire in due aree commerciali senza barriere la zona atlantica e quella pacifica con gli Stati Uniti, ovvero di solidificare ancor più il ruolo del dollaro nel commercio mondiale quale moneta principale. Oltre a questo naturalmente vi è un aspetto legato all’incremento del fatturato delle aziende Nord Americane grazie ad una maggior facilità nell’esportazione di beni prodotti in USA. Il motivo è da ricercare in una diminuzione delle regolamentazioni trans-continentali sugli standard dei prodotti. Oltre ad essere una ancora di salvataggio per l’economia Americana ha anche il duplice obbiettivo di preservare la necessità per i paesi di utilizzare la valuta statunitense negli scambi commerciali (quindi di avere molti biglietti verde come valuta di riserva). L’obbiettivo finale è il tentativo vano di isolare i maggiori competitor commerciali. Nel caso del Ttip lo sforzo di Washington è rivolto a danneggiare le relazioni commerciali tra l’alleato Europeo e l’unione Economica Eurasiatica (UEE). Nel caso del TAP invece vengono presi di mira i paesi Asiatici/oceanici con il chiaro intendo di recare danno alla Repubblica Popolare Cinese. Non risulta quindi difficile da intuire come mai l’imposizione a questi trattati sia oggetto di forti discussioni sia tra gli alleati (Europa in particolare), ma soprattutto da paesi quali Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese.

Nel prossimo capitolo verrà spiegato come e perché la questione ideologica diviene sempre più un fattore complementare a quello economico nella ricerca di una egemonia globale da parte di Washington.

UN COMMENTO

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