Riprendendo quanto già in parte descritto nel precedente articolo, vogliamo ulteriormente ampliare la questione allargandoci ad altri esempi ancor più attuali e concreti circa le varie strategie adottate in contemporanea dai “nuovi movimenti religiosi” (come si suol definire le sette, in maniera più eufemistica) per aver ragione dei propri avversari ed espandersi con successo nel “mercato”.

Tempo fa, per esempio, il noto esperto e studioso Giancarlo Elia Valori, ha scritto una bellissima analisi dove, parlando della dottrina strategica portata avanti oggi in Cina, ha usato il termine di “esoterismo” per riferirsi ad una filosofia della storia e della geopolitica che abbraccia non soltanto Sun Tzu, ma anche Von Clausewitz e Henri Bergson. Non soltanto vi è il concetto del “soft power” che avevamo citato qualche giorno fa, nel precedente articolo (l’autore fa, ad un certo punto, l’esempio dei Greci che colonizzarono il Sud Italia portandovi per prima cosa le loro divinità, mentre le popolazioni italiche, rifugiandosi sulle montagne, nascondevano colà, in mezzo ai boschi, le proprie), ma ancor più vi è il concetto della “guerra ibrida” che, sebbene non direttamente nominata con questo nome, viene comunque spiegata nel dettaglio in modo da non esser confusa con la più conosciuta “guerra asimmetrica” (ovvero, senza voler troppo banalizzare, la guerriglia, che tuttavia all’interno di un più vasto quadro di “guerra ibrida” può esserne una delle componenti).

L’autore spiega molto bene, nella sua analisi, in cosa consista questo fenomeno, parlando di “de-territorializzazione della guerra”, dato che i principali attori globali oggi come oggi si concentrano sul “Network-centric Warfare”: ciò vale tanto per gli USA quanto per la Cina, così come, sia pur in misura minore, per gli Stati europei. Tra territorio e controllo non vi è una correlazione diretta, nel senso che non sono la stessa cosa: ciò, però, non era nella mentalità bellica del passato, tant’è che in pratica lo scollegamento fra i due concetti ha iniziato a manifestarsi nella sua importanza solo a partire dalla Prima Guerra Mondiale. L’intervento degli Stati Uniti in Europa nel 1917, attraversando l’Atlantico, riequilibrò le forze a vantaggio della Francia in lotta, nel Continente, con gli Imperi Centrali, e ciò permise di chiudere la partita, proprio perché a quel punto si poterono coprire tutti i “punti di controllo” rendendo possibile il raggiungimento della vittoria senza essersi impadroniti del territorio nemico.

Da allora sono passati più di cento anni, ma questo concetto, complice anche il progresso tecnologico, non ha fatto che aumentare. Pensiamoci un attimo: il Novecento, con la radio, la TV, e quindi la corsa allo spazio e i satelliti, ed infine con internet, ci ha inondati di quella grande novità che sono le reti di comunicazione. Attraverso quest’ultime si controlla, si fa propaganda, si diffonde l’ideologizzazione, non ultimo si possono spargere anche false informazioni che, a seconda del caso, possono servire o a guadagnarsi un consenso o a far crescere la demoralizzazione, soprattutto fra le fila degli avversari. La Seconda Guerra Mondiale fu fatta anche con le radio dell’Asse e soprattutto con Radio Londra, mentre la Guerra Fredda vide il diffondersi, in Europa dell’Est, di emittenti come Radio Free Europe e Radio Liberty, trasmesse dalla Germania Ovest con frequenze che coprivano tutti i paesi del Patto di Varsavia. E anche dopo la fine del duopolio USA-URSS, la Prima e la Seconda Guerra del Golfo, o ancora le guerre in Yugoslavia, dimostrarono il potere per non dire proprio lo strapotere dell’informazione, ormai in mano soprattutto a network americani, nel “fare e disfare” l’attualità, la realtà e la storia. Una tradizione che, come ben sappiamo, è poi proseguita in modo ancor più consolidato ed indisturbato in occasione delle Rivoluzioni Colorate o delle Primavere Arabe, ormai nel secolo Duemila.

Oggi, tuttavia, i mass media sono “roba vecchia”, proprio perché ci troviamo di fronte ad un nuovo mondo, che è rappresentato dalla rete internet. Internet non soltanto permette di veicolare informazioni capziose che possono mettere a tacere l’avversario o il dissidente in casa propria, rendendolo impotente con la sua voce critica di fronte alla maggioranza già resa fedele all’autorità politica, o scompaginare l’immaginario dell’avversario esterno, col fine di portarlo invece in questo caso a dubitare della serietà o della credibilità dei propri vertici politici; ma, oltre a questo, può anche divenire a sua volta un terreno di guerra in senso tecnico, oltre che informativo. Ecco perché la “guerra post-moderna” mira a controllare le reti e i nodi informatici, ed in tal senso, per citare Machiavelli, “il fine giustifica i mezzi”. Che cosa significa? Che la guerra informatica può tranquillamente comprendere, per fare qualche esempio, anche il sabotaggio delle tecnologie, delle piattaforme e dei server del “nemico”, rendendoli anche solo momentaneamente inattivi o non funzionanti, o ancora infiltrandoli in modo da “intercettare”, fra persone fisiche e giuridiche ritenute d’interesse, informazioni e dati “sensibili”, per non dire in certi casi persino “compromettenti”.

Il potenziale della guerra informatica è enorme, se pensiamo per esempio all’azione degli hacker israeliani contro il sistema informatico di controllo dei sistemi nucleari iraniani, che ha causato all’Iran un lungo periodo di sosta nel proprio programma d’arricchimento dell’uranio e relativi danni economici certo di non piccola portata (oltre, ovviamente, anche ad un danno d’immagine a quel punto mediaticamente sfruttato dal nemico “vittorioso”). Altri ricorderanno poi simili episodi attribuiti agli hacker russi in Europa o persino negli Stati Uniti, dove per lungo tempo si è ritenuto che la loro azione avesse favorito notevolmente la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton alle elezioni presidenziali del 2016, con lo scopo di rendere il vincitore repubblicano un “debitore assoggettato” a Vladimir Putin.

Ma questo avviene, tranquillamente, anche in altri ambiti, perché la guerra informatica è solo parte di un più ampio quadro di “guerra ibrida” che comprende più forme, anche estremamente diverse fra loro, di conflitto e sabotaggio, con l’azione non più soltanto di Stati e soggetti statali veri e propri ma anche di altre realtà come potentati economici, ONG, speculatori finanziari, guerriglieri mercenari o persino gruppi religiosi. Non è un caso se, come già abbiamo ricordato in passato in altri articoli, tra i consulenti di strategia di Steve Bannon e Donald Trump nella loro “guerra ibrida” alla Cina vi siano anche esponenti di sette religiose come il Falun Gong e la Chiesa di Dio Onnipotente, che ormai dai anni sono state messe al bando da Pechino per le loro azioni terroristiche ed eversive. Ciò, ovviamente, vede tali sette (insieme a tante altre) fare la loro parte anche per conto proprio e non soltanto quindi in termini di “consulenza strategica” ai loro governi amici. Ecco perché negli ultimi due anni sono fiorite, come dal nulla, ONG che parlano di diritti umani in Cina e che sono gestite da personalità della Chiesa di Dio Onnipotente, oppure in Europa e persino in Italia si è assistita ad una nuova “offensiva mediatica” da parte del Falun Gong che, dopo aver constatato lo scarso successo fra gli italiani del suo storico giornale “The Epoch Times”, ha pensato bene di lanciare il molto più ricco ed accattivante “Vision Times”. E, come potete facilmente immaginare, per fare tutte queste cose servono soldi, fiumi di soldi, che non vengono di certo solo dalle collette dei fedeli.

D’altro canto, ben sappiamo come il perseguimento del “soft power”, che oggi si opera ricorrendo a tutti questi metodi che abbiamo elencato, passi in modo essenziale anche dal diffondersi di una cultura religiosa differente rispetto a quella tradizionalmente praticata dagli avversari o dai cittadini delle nazioni su cui s’intende esercitare un maggiore controllo. Ecco perché, nel precedente articolo, parlavamo dei missionari che con la loro predicazione anticiparono i colonizzatori in Africa e in tutte le altre terre del mondo a mano a mano colonizzate dalle potenze europee, svolgendo in tal senso un lavoro che viene oggi ripetuto pari pari anche dalle chiese evangeliche finanziate dagli USA o dai centri islamici finanziati da Arabia Saudita e Turchia: scenari, questi ultimi, che vediamo svolgersi con crescenti successi un po’ in tutto il Terzo Mondo. In America Latina, Sud Est Asiatico e parte dell’Africa dilagano le chiese evangeliche, mentre in buona parte dell’Africa e dell’Asia avanzano i diffusori dell’Islam politico.

Il parere e la collaborazione dei gruppi religiosi amici come il Falun Gong o la Chiesa di Dio Onnipotente, nel caso della politica degli Stati Uniti di “guerra ibrida” alla Cina, è fondamentale non soltanto per affinare e rendere più subdolo ed efficace il modo con cui raggiungere ed irrobustire il “soft power”, ma anche per quanto riguarda la guerra informatica. Non di sola propaganda o strategia, dunque, si parla. Il Falun Gong, per esempio, ha un’ormai fortissima esperienza in materia di sabotaggio informatico e di “mail bombing” con cui, già nei primi Anni 2000, riusciva a far saltare i server delle istituzioni considerate nemiche, che fossero cinesi o di altri paesi, così come quelle di giornali, professionisti nella lotta ai “culti distruttivi”, ecc. La tecnologia, da allora, ha fatto passi da gigante anche in materia di sicurezza, ma anche chi sa come farla “saltare” non è a sua volta rimasto indietro e continua, quand’è necessario, a darne prova. In generale, basta anche solo visitare i siti internet delle varie realtà collegate al Falun Gong e soprattutto alla Chiesa di Dio Onnipotente per rendersi conto che, dietro di loro, vi sono tecnici informatici capaci ed investimenti non indifferenti. Hanno insomma, a loro disposizione, persone dotate di un ragguardevole “know how”, e ciò non rimane sicuramente sottovalutato quando, a Washington, a Langley o nella Silicon Valley, o a Bruxelles o a Londra o altrove, si deve affrontare il non semplice tema della “partita tecnologica” con la Cina. Si veda, per esempio, il nodo del 5G: dietro alle pressioni USA sugli alleati europei per rinunciare alle tecnologie fornite da Huawei c’è anche la farina del sacco del Falun Gong e della Chiesa di Dio Onnipotente. Che sanno come combinare i loro obiettivi e la loro visione strategica con gli interessi delle corporation informatiche e delle telecomunicazioni occidentali.

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