Esiste una “geopolitica delle sette” o, in senso ancora più ampio ed aperto, una “geopolitica delle religioni”? Senza dubbio sì, se pensiamo che la diffusione e l’affermazione di un determinato culto, soprattutto se sostenuto dall’esterno, può rappresentare inequivocabilmente una formidabile “arma” per inserirsi nella vita culturale e politica di un paese o persino di un’intera civiltà, guadagnandone così una significativa e crescente “quota azionaria”, utile al suo controllo.

Oggigiorno, l’incontro-confronto-scontro fra diverse civiltà tocca in contemporanea più ambiti e livelli, senza avere quindi una sola ed univoca direzione, e mischiando non di rado alla tattica e alla strategia anche scenari o situazioni di totale imprevedibilità. Non a caso, sempre più spesso, si parla di “guerra ibrida”, un concetto importante e che non va confuso con la “guerra asimmetrica” (ovvero la guerriglia, o comunque una forma di conflitto che può però essere, a seconda del caso, pure tranquillamente parte integrante della “guerra ibrida” stessa).

Già, ma che cos’è esattamente la “guerra ibrida”? Beh, sostanzialmente potremmo parlare di una sorta di conflitto che non è più necessariamente quello classico, militare, ma che può abbracciare anche altri campi ed altre forme. E’ la strategia, in ultima analisi, a dettare un po’ il funzionamento del tutto, come del resto e a ben guardare è sempre avvenuto; solo che in questo caso ci muoviamo in contesti e spazi diversi, sia in senso storico che geografico, e con la possibilità soprattutto di ricorrere a vie e metodi nuovi, che magari in passato o non c’erano o non avevano la medesima, vitale importanza di oggi.

Gli esempi pratici, a tal proposito, si sprecano: si pensi ai rapporti che l’Occidente (inteso come Stati Uniti ed Europa, a seconda del caso singolarmente oppure insieme) ha con altri vari attori internazionali, dalla Cina alla Russia, dal Mondo Arabo all’Iran fino all’America Latina, e così via. Ieri come oggi, una vera influenza politica, propedeutica quindi ad un dominio politico vero e proprio soprattutto per stabilità e durata nel tempo, non può prescindere da un’influenza culturale, quindi pure religiosa, che deve precederla. E non è forse il cosiddetto soft power l’arma principale per affermarsi davvero in un territorio altrui, o per blandire o avvicinare a sé, rendendola quindi funzionale anche ai propri obiettivi ed interessi, un’altrui civiltà?

In questo senso, tutto fa brodo: la propaganda ed il proselitismo viaggiano su vari livelli e binari, dal giornalismo alla rete, quest’ultima una vera e propria frontiera che apre spazi e praterie infiniti. Vecchi e nuovi metodi, e sistemi, si sommano così fra loro. Si potrebbe dire, guardando ai fatti odierni, che al mondo non sia inventato nulla, dato che già tutto era praticato e persino teorizzato in epoche per noi molto remote.

Il soft power, ovvero il riuscire ad esercitare un’influenza culturale e persino religiosa, è fondamentale per affermarsi al di fuori dei propri spazi. E’ ciò che, per esempio, hanno fatto gli americani nel Secondo Dopoguerra diffondendo la loro cultura e i loro stili di vita in un’Europa occidentale che rappresentava, in quel momento, la frontiera principale nel loro confronto col mondo sovietico. E, d’altronde, anche i missionari che accompagnarono i colonizzatori europei o che spesso addirittura li precedettero, dall’Africa all’Asia all’Oceania, ancor prima praticavano questa strategia, come successivamente denunciato anche (ma non solo) dal padre dell’indipendenza del Kenya, Jomo Kenyatta: in sostanza, Bibbie in cambio di territorio. E così, prima ancora, avevano fatto gli arabi diffondendo od imponendo la loro cultura e la loro religione a mano a mano che conquistavano territori su territori con la nascita del loro primo Califfato, o i paesi europei occidentali di stampo cattolico che si sfidavano con l’Impero Bizantino di stampo ortodosso nell’evangelizzazione dei popoli slavi, non soltanto balcanici. Gli esempi, insomma, si sprecano.

Come sapete, anche noi spesso ci occupiamo di “geopolitica”, soprattutto intesa come “geopolitica delle sette” o ancora “geopolitica delle religioni”, vecchie o nuove che siano. Più volte abbiamo fatto presente come l’espansione di certi movimenti religiosi, in varie parti del mondo dove in precedenza erano assenti oppure presenti con forme e teologie diverse, spesso non sia un fenomeno casuale od accidentale, ma che risponda invece all’interesse di chi, dall’esterno, ne propizia il successo e la diffusione.

E’ il caso delle varie chiese evangeliche, pentecostali, millenariste, ecc, che sono vistosamente cresciute in America Latina sottraendo ampie quote di gregge alla Chiesa Cattolica, e in alcune nazioni latinoamericane addirittura superando in numero di fedeli quelli cattolici. Tale fenomeno s’è ripetuto, più o meno, anche nell’Estremo Oriente ed in particolare nel Sud Est Asiatico, ad esempio con le Filippine dove ugualmente la Chiesa Cattolica ha perso terreno a vantaggio degli altri culti cristiani, invero già abbastanza radicati anche prima per ovvie ragioni storiche (l’amministrazione americana che subentrò a quella spagnola, fino all’occupazione giapponese e alla successiva indipendenza, che vide comunque per decenni le Filippine mantenere una solida impostazione filo-americana).

Un altro caso ancora s’è visto con l’Islam politico, basato su concezioni teologiche di stampo wahabita e salafita, che grazie anche al forte sostegno economico da parte dei paesi arabi del Golfo Persico (in primis Arabia Saudita e Qatar, ma anche Kuwait ed Emirati Arabi Uniti) ha iniziato ad espandersi rapidamente e con successo dapprima nel resto del Mondo Arabo, spesso sostituendosi all’Islam tradizionale locale, oppure contendendogli il primato, e quindi, con le medesime modalità, anche nei paesi dell’Africa subsahariana. Tale tendenza, però, ha investito anche l’Asia, dal Sud Est Asiatico (si pensi all’Indonesia o a parte delle Filippine stesse, dove ciò ha generato una pesante guerriglia contro il governo centrale) all’Asia Centrale (il ricordo di tutti va immediatamente al Caucaso, ma in generale un po’ a tutta l’area ex sovietica, si pensi ad analoghe situazioni di destabilizzazioni verificatesi ad esempio nel Tajikistan; o ancora all’Afghanistan e, in modo forse meno eclatante ma non meno importante, al vicino Pakistan). Tale “contaminazione” s’è riproposta, con modalità forse meno eclatanti ma non certo meno importanti, anche in India ed in Bangladesh, e al momento sta creando nuove situazioni d’instabilità e conflittualità in alcune aree dello Xinjiang, regione autonoma centro-asiatica della Cina.

E’ bene far presente che questi movimenti religiosi, anche se si richiamano a matrici cristiane o musulmane e quindi di “religioni rivelate”, sono in realtà delle sette, che non disprezzano il ricorso a metodi terroristici pur di propagandare e portare avanti i loro obiettivi d’autoaffermazione. Vale quindi anche per realtà come la Chiesa di Dio Onnipotente, di cui spesso ci siamo occupati, o per alcune sigle che nello Xinjiang compiono azioni di terrorismo e di guerriglia vendendosi però, al resto del mondo, come combattenti che lottano per la libertà del loro popolo e della loro terra, un’etichetta che certamente può incontrare più facilmente il consenso dell’opinione pubblica estera e soprattutto occidentale rispetto a quella del miliziano e dell’attentatore.

Tuttavia, ci dovremmo ricordare che questa etichetta, così romantica e rassicurante, già era stata usata in passato da altri, come i Mujaheddin prima e i Talebani poi, o ancora i fondamentalisti in Cecenia e in Daghestan, o ancora i guerriglieri dell’UCK in Kosovo, e via discorrendo; e che qualche tempo dopo, però, quando la verità è venuta a galla, molti di noi si sono chiusi dietro uno sconcertato imbarazzo, rendendosi conto che non di “eroi senza macchia e senza paura” si parlava, ma casomai di ben più delinquenziali terroristi e tagliagole.

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