Mario Draghi

Continuano le frizioni tra la Germania e Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea (BCE): pochi giorni fa, infatti, la Corte costituzionale tedesca ha rinviato alla Corte di giustizia europea la decisione sulla legittimità delle politiche poste in essere dalla banca di Francoforte.

Nella fattispecie il nodo della questione è incentrato sul cosiddetto “Quantitative easing” (alleggerimento quantitativo), un programma di politica monetaria espansiva avviato nel Marzo 2015 con l’obiettivo di stimolare la crescita economica soprattutto nei Paesi messi a dura prova dalla recessione – come l’Italia – e allontanare lo spettro della deflazione tramite l’acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario, iniettando così nuovo denaro nell’economia europea e favorendo la crescita dell’inflazione.

Tali misure, giudicate da Draghi necessarie, avrebbero dovuto avere come effetto una condizione di maggior facilità nel concedere prestiti ad imprese e cittadini da parte delle banche, grazie al maggior denaro circolante, scongiurando scenari di stagnazione economica e deflazione.

Il suddetto strumento è tuttavia inviso a buona parte della Germania (Paese che ha pagato il prezzo più basso per la crisi economica, al netto), da cui si alzano voci contrarie che sostengono come il QE abbia violato i limiti posti dallo Statuto della Banca centrale europea e il diritto dell’Unione nella parte in cui esso vieta finanziamenti diretti agli Stati (art. 123 TFUE), sottolineando inoltre come alla BCE spetti stabilire provvedimenti basati meramente sulla politica monetaria.

Già nel 2012 Mario Draghi aveva attirato diverse critiche dalla sponda teutonica per aver messo a punto le OMT (Outright monetary transactions – operazioni definitive monetarie), presentate al Mondo facendo leva sull’esigenza di adottare tutti i provvedimenti necessari – “whatever it takes” – per difendere l’unione monetaria dallo spettro della crisi: i tedeschi infatti si rivolsero, anche in quell’occasione, alla Corte di giustizia europea che tuttavia diede il via libera alla BCE, rendendo così legittimo lo scudo anti spread.

Il verdetto della Corte di giustizia in Lussemburgo sul QE è previsto per il prossimo anno, periodo in cui tale programma economico potrebbe già non essere più in atto; ad ogni modo tale vicenda solleva diverse criticità che animano l’Eurozona: in primis la difficoltà di coniugare le differenti esigenze dei 19 Stati oltre al peso che viene attribuito alla Germania, ormai l’ago della bilancia di tutte le decisioni europee.

Va tuttavia sottolineato come anche la Germania sia tra i beneficiari del QE e come le proteste tedesche siano in realtà infondate: l’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE infatti, come stabilito dallo stesso regolamento del Quantitative easing, deve essere proporzionale alla dimensione dell’economia degli Stati facenti parte dell’Eurozona (con i bond tedeschi che risultano essere di conseguenza i più acquistati dalla BCE) e la riduzione dei tassi ha permesso al governo di Berlino un risparmio che ammonta a più di 145 miliardi di interessi sul debito, come certificato da alcune dichiarazioni del Presidente della BCE e da uno studio degli analisti della nota agenzia di rating Standard & Poor’s.

Mauro Gagliardi

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