Le generazioni a venire ricorderanno il biennio ’89-’91, più che come il trionfo della civilizzazione liberale (le vane profezie di Fukuyama sulla “fine della Storia”), come l’inizio della fase più totalitaria e aggressiva dell’imperialismo statunitense, dopo mezzo secolo di stallo strategico nel confronto bipolare USA-URSS.

Il crollo del mondo comunista ha infatti rappresentato il secondo grande avanzamento degli Usa sulla scena globale (il primo fu realizzato con la conquista dell’Europa Occidentale quale testa di ponte in Eurasia alla fine del conflitto ’41-’45 ), perché di fatto disintegrò il grande fattore di resistenza all’imperialismo americano: la statualità dell’ordine politico sovietico, che aggregava – o tentava di aggregare – attorno a un centro ideologico/geografico il grande spazio spykmaniano del Rimland, da Berlino scendendo lungo l’arco sudasiatico fino alla Cina.

Strumento di questo primo scacco al potere continentale fu la NATO, pensata (fatta pensare) come argine all’espansione comunista (ennesimo mito anglostatunitense) nonostante la sua fondazione (1949) precedesse quella del Patto di Varsavia (1955).

Lo scioglimento di quest’ultimo nel ’91 e il mantenimento della NATO avrebbero liquefatto ulteriori perplessità sulla vera natura dell’organizzazione, non più artefice di una collaborazione difensiva, ma arsenale di espansione egemonica. Naturalmente sono i rapporti di forza a chiarire come, nonostante la parità formale dei suoi aderenti, la NATO serva in realtà un solo padrone e non la generica dicitura collettiva di “Occidente”.

All’inizio degli anni ’90 ci fu chi propose di convertire questo derivato del Patto Atlantico in un organismo di polizia internazionale dedito a un peacekeeping conservativo, quindi difensivo, potenzialmente aperto a chiunque – perfino alla Russia – , ma i fatti avrebbero dimostrato come la NATO avesse già svolto questo ruolo durante la Guerra Fredda, e che quindi il salto di qualità dovesse compiersi in avanti, più che indietro.

Uno sguardo alle carte geopolitiche degli ultimi venticinque anni dimostra come l’organizzazione si sia trasfigurata in senso offensivo, grazie all’allargamento delle sue componenti nell’Est Europa (adesione di Polonia, Romania, Bulgaria e Paesi baltici) e nel Medio ed Estremo Oriente (militarizzazione del Giappone e della Corea del Sud, oltre al Pakistan), ma non è decisivo per comprendere la completa magnitudo dell’aggressività atlantica nel portare avanti i progetti di Washington.

Lo studio di Mahdi D. Nazemroaya sulla “globalizzazione” della NATO, è forse l’opera migliore per svelare questa profondità strategica, trattandosi di un lavoro estremamente dettagliato ed esaustivo. Il sociologo canadese ci fa capire come, rispetto alle brame di potenza americane, la NATO lavori alla stessa maniera della pirateria seicentesca e settecentesca, fondamentale nel colpire i nervi dell’economia imperiale spagnola e nella conquista inglese dei mari.

Il gigantesco organismo euroatlantico svolge una funzione impersonale (dove la Persona è lo zio Sam), consentendo a Washington di non impegnarsi direttamente sullo scacchiere. La sua penetrazione militare è veramente globale, il suo raggio d’azione si estende non soltanto su tutti i continenti ma abbraccia la sorveglianza degli oceani (emblematico il caso somalo, dove l’emersione della pirateria nelle acque dell’Oceano Indiano è stata geometrica conseguenza della militarizzazione del Corno d’Africa) e dei cieli (ovvero l’intero spazio aereo, con i rinnovati progetti degli scudi missilistici).

Come riporta W. Clark, procuratore generale degli USA (citato da Nazemroaya): “Le direttive politiche degli Stati Uniti, sin dal termine della Guerra Fredda, sono molteplici e vaste. Esse combinano la volontà di dominio con l’uso strumentale degli organismi internazionali al fine di promuovere gli interessi economici e geopolitici di Washington. Esse includono poi la trasformazione della NATO in una forza di polizia militare subalterna al processo di globalizzazione e al predominio economico statunitense sul resto del mondo“.

Ora, se il fronte della guerra americana contro le nazioni refrattarie alla riorganizzazione mondiale a stelle e strisce si estende su tutto il pianeta, ne consegue che la resistenza stessa a suddetta egemonia si regola sulle medesime dimensioni, e che quindi il “male americano” – il motore di una civilizzazione dissolutrice perché individualista – minaccia il mondo intero, il globo per la prima volta davvero terracqueo.

“La globalizzazione della NATO” (Arianna Editrice, 2014) chiarisce questo concetto di pericolo permanente, perché ci spiega il perché e particolarmente il come questo assalto viene condotto. Al netto di riflessioni più importanti su subimperialismi, centri di potere apolidi, finanza trasnazionale, etc etc, si tenga a mente questo, da Italiani ed Europei che viviamo sotto il tallone d’Oltreoceano: quando diciamo di apprezzare le politiche di Putin o il ruolo della Cina nel controbilanciare il neocolonialismo occidentale in Africa non lo affermiamo perché la Russia è buona o la Cina (dopotutto) è vicina, ma perché i due grandi Paesi sono minacciati dallo stesso nemico che ci domina e perché sono gli alleati strategici più utili che abbiamo (con la nobile esclusione del mondo islamico, la cui questione è più complessa, e mettendo a lato l’ideologia, che pure è necessaria), e naturalmente lo stesso vale per loro, se, come scopriamo nel libro, la geopolitica americana vede nel protettorato atlantico sull’Europa e nel piano per il Vicino Oriente le due poste in gioco da non perdere assolutamente, qualora non si possano vincere, poiché altrimenti il declino di Washington sarebbe irreversibile. In sintesi, non siamo noi a stare con la Russia e la Cina, ma sono la Russia e la Cina ad essere con noi.

Federico Pastore