Il Pd porta in Italia il modello Turchia. Si preannunciano tempi difficili per i cronisti dopo l’introduzione di una norma vaga ed indefinita, contenuta in un disegno di legge a prima firma della dem Doris Lo Moro, sulla tutela degli amministratori locali dalle intimidazioni, approvato una decina di giorni fa dalla commissione Giustizia di Palazzo Madama presieduta dall’alfaniano Nico D’Ascola, attualmente all’esame dell’Aula.

Il cronista che diffama un politico o un magistrato rischia di finire in carcere con una pena aumentata da un terzo alla metà rispetto alla sanzione prevista se il diffamato fosse un semplice cittadino. Facendo un rapido calcolo, siccome la legge sulla stampa del 1948 prevede il carcere da uno a sei anni in caso di diffamazione, i giornalisti rischierebbero una pena di nove anni.

Una mannaia targata Pd ma non solo. Grave ed imbarazzante è l’atteggiamento del Movimento Cinque Stelle, con i grillini Michele Giarrusso e Maurizio Buccarella che nel corridoio davanti alla commissione Giustizia del Senato, hanno affermato di non sapere come hanno votato rispetto al provvedimento, “anche perché sono passati diversi giorni e i singoli voti non vengono verbalizzati…”.

Su tutte le furie ma con le idee ben chiare è invece il senatore di “Idea”, Carlo Giovanardi: “Siamo ai limiti dell’assurdo: i parlamentari sono già tutelati dal privilegio dell’insindacabilità delle opinioni espresse per le quali non sono, pertanto, perseguibili mentre i magistrati sono giudicati da altri magistrati. Eppure si pensa bene di inserire un’aggravante a tutela di queste due categorie in un provvedimento, per di più, pensato per sanzionare le intimidazioni a danno degli amministratori locali. Qualcuno mi spiega cosa c’entra?”.

“Se passasse una norma del genere, chiosa Giovanardi, non vedo con che faccia chi l’ha proposta e sostenuta potrebbe lamentarsi quando vengono accusati di essere una casta”. Contro la norma anche Corradino Mineo di Sinistra italiana: “In un momento in cui il Parlamento è completamente esautorato dalle proprie funzioni, può succedere che qualcuno si diverta ad aumentare le pene per i casi più svariati, tipo questo. A me, sinceramente, pare una follia”.

Durissima la nota del comitato esecutivo dell’Ordine dei giornalisti. “Da un lato, scrivono i giornalisti, si sbandiera come già realizzata (ma di fatto insabbiata) l’abolizione del carcere per la diffamazione a mezzo stampa, dall’altro, con un blitz, si inaspriscono le pene determinando una disparità di trattamento tra politici e magistrati, che vengono considerati cittadini di serie A, e tutti gli altri”.

“Non può essere giustificabile, si legge ancora del documento, la motivazione secondo cui il provvedimento nasce da una presunta tutela degli amministratori pubblici da intimidazioni, violenze o minacce finalizzate a bloccarne il mandato. Anzi, in realtà si accentua il tentativo di intimidire i giornalisti limitando il diritto dei cittadini ad essere informati”.

Il segretario generale e il presidente del sindacato unitario dei giornalisti, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, stigmatizzano invece il tentativo “di affermare l’esistenza di una categoria di cittadini più uguali degli altri” e ritengono ancor più grave “che il Parlamento lavori ad inasprire le sanzioni a carico dei giornalisti, mentre nessuna risposta è stata ancora data al problema delle cosiddette querele temerarie né alla richiesta di cancellare il carcere”.

L’Italia, già al settantasettesimo posto per la libertà di stampa, è terra sempre più ostile per il giornalismo libero. Ci auguriamo che d’ora in poi si abbia almeno il decoro di evitare sermoncelli su censure di regime ed intimidazioni ai cronisti in altri paesi. Una mostruosità del genere è una condanna a morte per chi di informazione vive e un disgustoso privilegio per chi già gode di potere, visibilità e tutele.

 

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica