CONDIVIDI

Il ‘Documento di Economia e Finanza’ (DEF) approvato l’11 aprile, affianca una nuova unità di misura al ‘Prodotto Interno Lordo’ (PIL), cioé il ‘Benessere Equo Solidale’ (BES) che considera le seguenti voci: il reddito medio disponibile, un indice di diseguaglianza, il tasso di mancata partecipazione al lavoro e le emissioni di anidride carbonica.

L’Italia è il primo Paese della UE e del G7 nel quale si introduce un indice alternativo: chi volesse saperne di più può consultare il relativo allegato(http://www.dt.tesoro.it/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/def_2017/Allegato_6_AL_DEF_2017.pdf).

Per Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente, il BES “rafforza il legame tra qualità ambientale e sviluppo economico”. Galletti ha aggiunto che indirizzerà “la programmazione delle riforme verso quel disaccoppiamento tra crescita del PIL e produzione di anidride carbonica che è già una tendenza riscontrata nell’economia globale”.

Laura Boldrini, Presidente della Camera dei deputati, ha affermato addirittura che grazie all’introduzione del BES “si supera la dittatura del PIL”.

Non condividiamo per nulla tutto questo ottimismo, perché lo sviluppo economico misurato dal PIL è sempre lo stesso, ovvero quello emerso dalla ‘Rivoluzione industriale’. E’ un modello non manipolabile secondo le preferenze di parte. Occorre un approccio rigoroso, non propagandistico o ideologico.

Si può indicare una data di nascita precisa per quest’ideologia: il 20 gennaio 1949 quando il presidente degli USA Harry Truman ha affermato, di fronte al Congresso, che “una maggiore produzione è la chiave della prosperità e della pace”. Gli USA hanno mascherato i loro interessi come generosità, ma da allora tutti i paesi che hanno tentato di intraprendere una strada diversa sono stati definiti come “sottosviluppati”, se non addirittura “nemici” o “canaglie”.

Un altro presidente degli USA, Gerorge W. Bush, il 14 febbraio 2002 ha poi dichiarato che “la crescita è la chiave del progresso dell’ambiente, poiché fornisce le risorse che permettono di investire nelle tecnologie pulite; rappresenta la soluzione e non il problema: ecco qua il cosiddetto ‘sviluppo sostenibile’. La ricerca mette a disposizione nuove, meravigliose tecnologie, ma la salvaguardia dell’ambiente passa attraverso scelte politiche precise, talvolta antieconomiche.

Serge Latouche nel suo ‘Come sopravvivere allo sviluppo’ (Bollati Boringhieri, 2005) denuncia le numerose versioni aggettivate dello sviluppo, definito per esempio “sociale”, “umano”, “locale”, “sostenibile” o, più genericamente, “alternativo”, come tentativi di non mettere in discussione l’economicismo di fondo.

Il filosofo francese afferma che si deve andare oltre il concetto di sviluppo: è chiaro cosa intende, ma non ci si deve soffermare su questioni nominalistiche, crediamo possa andar bene anche parlare di “altro modello di sviluppo”, purché sia chiara e condivisa la necessità di andare oltre l’economicismo, rimettendo l’economia al servizio della politica.

E’ imprescindibile, in questo senso, riuscire a fare ciò che l’autore, nelle conclusioni di quest’agile libello di 105 pagine che si possono leggere tutte d’un fiato, definisce “decolonizzare l’immaginario”: smetterla innanzitutto di pensare in senso economicista. Si tratta di una vera e propria rivoluzione cognitiva, primo atto di ogni rivoluzione.

Le tesi di Latouche sono state spesso attaccate aspramente da chi non ne ha capito granché o forse non ha nemmeno tentato di farlo. La critica più precisa alla sua opera complessiva è merito del connazionale Alain de Benoist che in ‘Comunità e decrescita’ (Arianna Editrice, 2006), ne rivela la sottovalutazione della dimensione del potere.

Per sopravvivere alla guerra economica in corso è necessario uno sviluppo delle risorse strategiche: è la strada intrapresa della Cina con risultati da molti definiti miracolosi. Lo sviluppo accelerato degli ultimi anni ha creato anche gravi problemi, basti pensare all’inquinamento, ma sta già creando anche degli anticorpi, come un nuovo, avanzato pensiero ecologista cinese.

Alle denunce rivolte al Dragone in nome dell’ambiente, magari da parte di chi non aveva niente da ridire sullo sviluppo occidentale, la migliore risposta viene non da un libro, ma da un pezzo rap del 2012, ‘Come la’, dalla collaborazione di Marracash e dei ‘Bloody Beetroots’: “lo puoi dire alla Cina che la festa è finita/ dopo che ci siamo mangiati il mondo ogni materia prima”. Il testo si chiude poi con una sentenza inappellabile: “faccio di più alla stessa cifra/ non puoi competere con la Cina”.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non accendere flames e di mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: redazione@opinione-pubblica.com

LASCIA UN COMMENTO