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Nuova Libia e rapporti con l'Italia

Pochi giorni fa le autorità del governo di Tripoli, guidato da Fayez al-Serraj, e di quello di Tobruk, che ha nel Generale Khalifa Haftar il suo principale rappresentante, si sono incontrate in quella che è stata definita una “occasione storica”, il primo passo verso la creazione di un unico governo riconosciuto della Libia, tappa imprescindibile verso la riconquista dell’unità politica e statuale. I fatti, come abbiamo visto, hanno rapidamente smentito questa vulgata praticamente solo propagandistica e giornalistica, dal momento che da allora non sono stati più compiuti altri e necessari passaggi concreti per mantenere vivi i buoni propositi dimostrati in quel momento.

La realtà è che, sul pesante e corposo dossier libico, le stesse autorità del dissestato paese nordafricano non sanno dove mettere le mani e da dove cominciare, e men che meno lo sanno le loro controparti occidentali, italiana ed europea in primis, ma anche americana. Viene invocata una missione militare fra la Libia e il Niger, per blindare il confine meridionale, considerato un colabrodo attraverso il quale transitano esseri umani diretti verso l’Italia e l’Europa, ma soprattutto armi e movimenti fondamentalisti. Il Niger è un altro paese che si trova oggigiorno enormemente sotto pressione a causa del crescente radicalismo e dell’operare di elementi stranieri, libici e non solo, che sconfinano con grande facilità nel suo territorio. Ma l’Italia ha già dichiarato che non invierà un solo soldato a pattugliare quel confine, che pertanto dovrà essere gestito esclusivamente dalle autorità locali, libiche e nigerine, con l’avallo chiaramente anche dei vari potentati locali. L’Operazione “Deserto Rosso”, inizialmente annunciata come una grande promessa per il futuro della Libia e come elemento cardine della sua stabilizzazione e rinascita, resterà dunque lettera morta o poco più. Nel frattempo il deserto, coi suoi invisibili ma potenti protagonisti, continua a risucchiare i due Stati, la Libia ed il Niger, che attraverso di esso fanno passare il proprio confine.

Certo, qualche segnale di buona volontà da parte della “nuova Libia” nei confronti dell’Italia, volto anche a facilitare un possibile coinvolgimento di quest’ultima nei suoi affari interni, ovvero nell’ottenere un aiuto, si nota pure. Due giorni fa, per esempio, le autorità libiche hanno liberato un peschereccio italiano che tempo prima era stato sequestrato dalla Marina del Generale Haftar. In questi giorni si terrà l’Assemblea degli Azionisti di Unicredit, dove sono presenti anche i capitali libici, sia pur con quote non particolarmente elevate: una di queste è quella che fa capo direttamente alla Banca Centrale Libica. Ci sono una serie di aspetti, talvolta anche minori, che vanno comunque a comporre un importante e complesso mosaico italo-libico, eredità dei tanti affari che prima del 2011 erano intercorsi fra il nostro paese e la Jamahariya di Gheddafi.

Vladimir Putin ha detto al premier Gentiloni che “la Libia divisa è un danno per tutti”. La Russia, proprio per bocca di Putin, nel 2011 aveva espresso tutta la sua perplessità in merito ad un intervento militare contro Gheddafi, e in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU s’era astenuta anzichè porre il veto solo perchè, almeno ufficialmente, la risoluzione presentata dai paesi occidentali prevedeva solo la fornitura di una protezione ai ribelli di Bengasi anzichè un abbattimento manu militari della Jamahariya tramite bombardamenti effettuati sull’intero territorio libico. Quando questa trama era divenuta palese, Putin, che a quel tempo era premier, aveva allora parlato della guerra della NATO alla Libia come di una “nuova crociata”.

Il 23 maggio si terrà intanto la riunione del “Quartetto” formato dall’Unione Europea, dall’ONU, dall’Unione Africana e dalla Lega Araba, proprio per discutere del “caso Libia”. Il clima, malgrado le ripetute garanzie di successo avanzate da Federica Mogherini, è di sfiducia nella possibilità d’individuare soluzioni reali anzichè teoriche, in grado davvero di fornire alla Libia maggiore sicurezza e stabilità. Quel che anche alle varie autorità libiche appare ormai come sempre più chiaro è che se il paese potrà ritrovare una propria organicità, ciò sarà possibile unicamente basandosi sulle proprie forze. Dovranno pertanto essere respinte o quantomeno boicottate le varie iniziative occidentali, giudicate come ingerenze o intrusioni dalle quali non aspettarsi niente di buono. Non è un caso se Khalifa Haftar, che gode del sostegno di molte ed importanti tribù, già da tempo è transitato dall’amicizia con gli Stati Uniti a quella con l’Egitto e la Russia, che evidentemente gli hanno garantito un maggior rispetto delle proprie iniziative e della propria autonomia: e parliamo, è bene ricordarlo, dell’uomo più potente della Libia.

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