egitto

Il soprannome della nazionale di calcio egiziana è i “Faraoni”. Un soprannome che fa trapelare l’orgoglio di sentirsi parte di una storia. Anche calcisticamente.

Storicamente, l’Egitto conobbe un lungo periodo di civiltà faraonica florida. Un’epoca fatta di successi militari,di grandissimi progetti architettonici,di parecchie attività commerciali e di emulazione sportiva, attraverso il contatto con i greci antichi. Prima dell’arrivo degli arabi in Africa del Nord.

Molto più tardi, l’Egitto si fece pure notare da paese arabo. Durante la seconda guerra mondiale con l’incontro tra Fratelli Musulmani ed il Führer Adolf Hitler. Ma anche con politici come Sadat o Nasser. Non a caso, una delle squadre più popolari del campionato è l’Al-Ahly, squadra nazionalista e militarista.


Geograficamente, l’Egitto sta a cavallo di due mondi: il Maghreb ed il Mashrek. Questa situazione particolare definisce prevalentemente l’Egitto come paese arabo,ovviamente. Pero’ la patria della celeberrima Cleopatra non viene definita precisamente: nordafricana, certo, ma non inclusa al cento per cento nel Maghreb secondo il parere di molti arabofoni. Africana, in un certo modo. Figlia del Nilo. Ma una città tipo Assouan non riflette la vita quotidiana della megalopoli del Cairo. Mediorentale ma diversa dalla religiosissima Arabia Saudita. Anche se possiede l’Università Al-Azhar dedicata agli studi islamici, qualche cristiano c’è. Ma non è lo stesso modo di coesistere come in Libano. E intanto il Nilo scorre carico di pensieri nostalgici e dei rammarico di una domanda esistenziale: perché gli egiziani non mangiano li cuscus? Semplicemente perché non lo fanno.

Il Maghreb sembra essersi finito dal confine libico-egiziano. Anche se il Sahara e il Mare Mediterraneo circondando l’ex-territorio di Ramsès Secondo, Akhenaton e Nefertiti. E anche una presenza berbera si fa ancora viva tramite una minoranza etnica che vive nell’oasi di Siwa. L’entità berberofona è emblematica dell’Africa del nord. Quindi l’Egitto è un paese di paradossi o di incomprensioni. Questo si risente sportivamente. Gli egiziani praticano un tipo di calcio nello stesso tempo arabo, africano, con un gioco di testa di buon livello, quasi britannico. Certe volte le rose schierate erano piu’ fisiche che tecniche. Il ché contrasta con altre nazioni arabe.

L’Egitto ha scoperto presto le sue predisposizioni per un calcio di alto livello. L’Egitto, occupata durante parecchi decenni dagli inglesi, imparò un certo impegno fisico tipo “fighting spirit” o “Kick and rush”. Un impegno di stile britannico che permise alla nazionale Made in Egypt di partecipare alla Coppa del Mondo 1934 in Italia. Intanto la fama del calcio egiziano stava crescendo sul continente africano. Fra l’altro con attori maggiori come Bibo Al-Khatib, difensore leggendario.


Purtroppo questa fama si evolse progressivamente, anzi lentamente. A passi felpati… Con l’esordio a livello continentale prima attraverso le sue due squadre principali del campionato nazionale: Zamalek, squadra borghese della capitale e la sua rivale Al-Ahly, squadra piu’ popolare e nazionalista. Solitamente il derby è così teso che spesso fu arbitrato da arbitri stranieri. Soprattutto per la finale di coppa d’Egitto, possiamo ricordare la gestione della partita della stagione 1986-1987 dell’ottimo arbitro francese Michel Vautrot.

Come squadra importante possiamo pure evocare Ismailia, anche se il monopolio è simpoleggiato dalla bipolarizzazione cairota. Nellle competizioni dedicate ai club, le squadre egiziane fecero spesso mostra di determinazione, sia sul proprio campo che in trasferta.

Questo è trasparito anche con la squadra nazionale che vinse tanti trionfi continentali, con un’evidente regolarità attraverso le generazioni, con rivali diverse che si succederono, sparendo poco a poco (Etiopia, Nigeria, Camerun, Algeria…). È la realtà. Realtà di un Egitto perenne. Un valore sicuro come l’oro in borsa. Quest’oro faraonico che diede campioni, speranze. Ma anche delusioni. Ed è questo il punto debole del calcio egiziano: una certa difficoltà a varcare certi limiti mentre esiste una vera e propria capacità di turbare l’avversario.

L’Egitto, campione d’Africa ben 7 volte, ha schierato a diverse epoche dei giocatori discreti, ma a proporzioni variabili. La generazione migliore fu indubbiamente quella che partecipò a Italia 90. Una rosa di giocatori che condivise un’epopea quasi tragica. Era durante il mese di novembre del 1989. Una doppia gara di qualificazione concludendo una serie di partite dalle destinazioni lontane, esotiche, ostili.

Stavolta si trattava dell’Algeria. La ciliegina sulla torta. E niente da perdere. Se l’Egitto avesse perso, magari sarebbe stata eroica perché eliminata dalla squadra araba (oppure di preciso arabo-berbera) piu’ regolare di quegli anni passati ormai lontani. Il gruppo algerino poteva essere descritto come completo. Quindi dei portieri seri e affidabili (Cerbah, Drid, Osmani); dei difensori stabili (Guendouz), fisici, alti con un buon gioco di testa (Kourichi); dei centrocampisti bravi dallo stile diverso (il mediano Fergani che poteva fare pure da libero; l’ottimo regista Belloumi che fu a un passo di firmare con la Juventus e con il PSG; il suo violino di spalla Dahleb; il grandissimo lavoratore centrocampista difensivo El Ouazzani), il trequartista Madjer (che militò a Oporto e poi a Valencia), attaccanti vivi (Menad, Bensaoula, Assad).

Un gruppo che lasciò la sua impronta indimenticabile sul decennio nel campo nordafricano, arabo, africano, orientale, mondiale. Dalla C.A.N 1980 alla C.A.N 1990, con intanto due partecipazioni alla Coppa del mondo.
E sorse il successo. L’Egitto dalle sue caratteristiche principalmente locali (solo un giocatore partecipava ad un campionato europeo) riuscì a pareggiare in Algeria.Il che magari non garantiva granché se ricordiamo le capacità famose dell’Algeria dell’epoca. Coraggiosamente, l’Egitto vinse uno a zero nel suo stadio, durante una partita di ritorno epica, grazie ad un simbolico stacco di testa all’inglese del suo solito bomber Hossam Hassan. Una vicenda polemica con una conclusione violenta sul campo e fuori campo di questa partita difficlissima con risse, incidenti vari, teppisti sfegatati e giornalisti scatenati.
Una partita- riferimento che costituì una rivelazione per chi ama il calcio.


La fase finale fece da rivelatore. Dapprima, la prima partita del girone contro gli olandesi campioni di Europa in carica (con i milanisti Gullit, Van Basten, Rijkaard; con Kieft l’autore del gol, Wouters, il portiere Van Breukelen; Ronal Koeman, impressionante difensore centrale del Barcellona; per riassumere,la nazionale olandese piu’ brava da quando aveva smesso Cruijff) dimostrò che la presenza dei Faraoni non era casuale.

Il pareggio uno a uno rivelò a chi non li conosceva elementi tecnici interssanti (il regista Magdi Abdelghani, che miltiva nel campionato portoghese; l’attaccante ancheggiante Ahmed Abdou el Kass sulla fascia sinistra), buoni giocatori di testa (il centravanti Hossam Hassan che provocò il rigore; il difensore Rabie Yassine), giocatori combattivi(i difensori Hani Ramzy e Ibrahim Hassan, gemello di Hossam; il centrocampista Magdi Tolba), l’agilità del portiere Ahmed Shobeir. Dopo quest’opposizione offensiva, l’Egitto ottenne un altro pareggio, meno lampeggiante ma gestito alla grande,accontentandosi di un meno spettacolare 0-0 con gli irlandesi.

Poi arrivó l’Inghilterra, ex-paese colonizzatore. E la sconfitta che ufficializzó l’eliminazione dal primo turno. Ed il fatto che gli egiziani fossero stati in grado di tirarsi sù moralmente. Altrimenti, complesso di inferiorità? Mancanza di esperienza? Una sconfitta onorevole per solo uno a zero in seguito ad un calcio di punizione tirato indirettamente e poi ripreso dallo stopper Terry Butcher. Ripreso… di testa! Questo è il punto. La testa del destino. Salvezza o rivincita. Trionfo o vendetta. Riso di gioia o riso amaro.

L’Egitto oltre alcune caratteristiche arabe, mediorentali, africane, ne ha pure delle mediterranee. E fra quelle,c’è la nostalgia. Quella nostalgiaccia definita come una trappola da Eros Ramazzotti nel suo album ”In ogni senso”, nel titolo ”Canzoni lontane”. Lontane come Oum Kalthoum. Quella nostalgia che, in modo affatto legittimo, ha ridato l’orgoglio al popolo egiziano ripensando all’odissea della sua nazionale di calcio fino in terra italiana. Una terra conosciuta dagli egiziani dall’Antichità. Appunto i resti del calcio egiziano sembrano fare parte di un passato esposto in vetrina all’interno di qualche museo polveroso.

La nostalgia che impedisce di superare una tappa e che costringe a fare una sosta. Dopo la generazione dell’ultima qualificazione a un mondiale, il calcio egiziano sembra proseguire in modo binario. Sul piano continentale, esiste sempre una supremazia egiziana, anche se gli egiziani, per colpa del trauma politico, e di quello economico fra l’altro con l’aumento del prezzo del grano, non si sono qualificati per l’edizione mondiale brasiliana. Nemmeno per la scorsa Coppa d’Africa.

Tanti motivi spiegano la situazione del calcio egiziano. Dapprima, la scarsa politica di formazione nel senso che tranne le due squadre principali del Cairo, poche società possiedono infrastrutture adeguate.

La mentalità è anche legatissima all’impazienza. E gli allenatori non possono tanto trasmettere a lungo delle idee. Il nostro Marco Tardelli l’aveva sperimentato.

Il governo, militare con un potere esecutivo fortissimo, ha fatto in modo da stressare gli sportivi di alto livello, non sapendo abbinare correttamente metodi e obiettivi per ottenere risultati significativi.

La coscienza collettiva non si è resa conto che aveva forse poche risorse rispetto ad un passato più o meno recente. Pure avendo qualche possibilità di recupero e di sobbalzo in alcuni ragazzi. Il coraggioso mediano barbuto Ramadan, il difensore classe 1974 Al Saqqa che aveva esplorato il campionato turco, Abou Trika e i suoi stupendi gol su punizione ne fanno parte. Senza dimenticare i gioielli Mido e Mohammed Zidan.

Riguardando gli ultimi due citati, potremmo provare un rammarico profondo. Mido, dal soprannome cosí commerciale, è un riassunto del calcio all’egiziana. Questo centravanti alto, talentuoso anche se irregolare che un tempo fa giocó principalmente in Premier League (ma anche in Francia,in Italia,in Belgio,in Olanda), perse credibilità ed efficacia a causa di una vita troppo veloce. Che peccato per quello che fu campione d’Africa nel 2006 di fronte agli ivoriani della stella Didier Drogba. Una vita fatta di superficialità e di eccessi (possiamo ricordare la trasmissione in diretta della festa celebrando il suo matrimonio con Yosra Wael alla tivù locale…). Un’esistenza vittima del suo caratteraccio. E una federazione troppo passiva e poco all’erta all’inizio.

Il secondo uomo simbolo conobbe una situazione amministrativa altalenante. L’omonimo del fuoriclasse franco-algerino Zinedine Zidane ha forse avuto lo svantaggio di un cognome troppo famoso.

Prima perché il paragone era istintivamente inevitabile. Senza neanche un legame lontano di parentela, Zidane essendo tra l’altro un patronimo quasi esclusivamente diffuso nell’Est dell’Algeria. Ai mondiali spagnoli e messicani rispettivamente nel 1982 e nel 1986 era stato pure schierato Djamel Zidane, autore di un gol contro l’Irlanda del Nord in Messico. Poi puó darsi che riferendosi all’esempio dell’ottimo regista transalpino ed ex juventino Liazid Zinedine Zidane, M.Zidane a quanto pare aveva espresso il desiderio deciso di giocare con la maglia delle nazionali danese o tedesca. E per finire una scelta più costretta che costruttiva di indossare quella dell’Egitto. Peccato perché il talento c’era da quel mercenario.

Oggigiorno, un gioiello egiziano rallegra certi tifosi italiani. Di preciso si tratta della tifoseria romanista. Il gioiello si chiama Mohammed Salah e segna gol a raffiche. Delle raffiche venendo dal deserto e mischiandosi alle raffiche mediterranee della Toscana e del Lazio.

Aspettando lo scirocco che solitamente percorre Firenze d’estate o il Ponentino che accarezza la Città Eterna. Forse la capitale sarà la prossima oasi dove la sosta di questo attaccante rapidissimo permetterà agli egiziani di tener in bada le proprie qualità pure mantenendo un occhio puntato su numerosi campionati esteri, e non solo quelli britannici.


Qualche anno fa, le vittorie contro la Svezia in amichevole e contro l’Italia in Coppa delle Confederazioni avevano confermato certi progressi. Almeno una certa volontà di riflettere e di fare bene. Forse ritrovando la stabilità politica, dei progetti coerenti. E facendo calare il peso dei complessi storici.

In passato, se ci riferiamo all’antagonismo con l’Algeria, possiamo risalire a quando il re berbero algerino Chachnak aveva combattuto il faraone dell’epoca. Un’Algeria che eliminó l’Egitto del calcio dalla qualificazione alla coppa del mondo parecchie volte. Provocando risse a Parigi tra tifosi emigrati. E generando scambi verbali agressivi tra il portiere algerino Mouzaier e Mido. Di nuovo Mido. Bisognerà anche rivedere il fatto che l’Egitto si distacchi a volte da certe nazioni arabe, come nel 1967. E poi superare qualche debolezza dopo aver cancellato certi complessi di superiorità. Magari di inferiorità.

Un’illustrazione di quell’instabilità è stata la sconfitta contro l’Inghilterra per tre reti a uno benché essendo stato in vantaggio. Mido che ha militato in vari paesi europei ci dovrebbe riflettere per fare un’autocritica. Per poi dare qualche consiglio giusto. Eppure ora egli è diventato l’allenatore dello Zamalek. Facendosi le ossa, imparando e osservando Mido potrà diventare un buon C.T. in grado di fare tremare algerini e inglesi basandosi su una volontà nuova di continuità, con stile e meno stereotipi.

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