Le comunità albanesi separatiste oggi come i comitadji bulgari, serbi e greci a inizio Novecento; il tracciato del gasdotto Turkish Stream adesso e la ferrovia per Salonicco cent’anni or sono: la Macedonia è un crocevia geopolitico attraverso il quale sembrano destinate a transitare le grandi crisi internazionali.
Rivendicata dal Regno di Serbia a nord, dalla Bulgaria avviata alla completa indipendenza dall’Impero Ottomano a est e dal Regno di Grecia che si adoperava per l’unificazione di tutte le comunità elleniche a sud, la regione macedone tra Otto e Novecento presentava inoltre una consistente comunità albanese a ovest, dibattuta tra il lealismo nei confronti della Sublime Porta e le richieste di un’autonomia sempre più ampia sino a giungere all’indipendenza dei villayet di Scutari, Janina, Monastir e Priština. Il mito di Alessandro Magno infervorava gli irredentisti greci, i bulgari trovavano nel Monastero di Ohrid le proprie radici identitarie e culturali, i serbi volevano completare un percorso non solo di unificazione delle popolazioni serbe in un unico Stato, ma anche di affermazione della propria leadership in un’ottica jugoslavista. Cominciava nel frattempo a muoversi l’Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone (VMRO, Vătrešna Makedonska Revolucionna Organizacija), con base in Bulgaria, ma con l’obiettivo di costituire una Macedonia indipendente ovvero autonoma nell’ambito di una federazione balcanica al di fuori del dominio della Sublime Porta, laddove un altro movimento noto come Comitato Supremo agiva nell’orbita del progetto della Grande Bulgaria. Rifacendosi, infatti, Belgrado e Sofia a grandi imperi medioevali da cui discendevano il mito della Grande Serbia e della Grande Bulgaria ed Atene alle gesta di Alessandro Magno, le rivendicazioni andavano a sovrapporsi proprio in Macedonia, che in fasi diverse era appartenuta a tutti gli attuali contendenti e la composizione mista della popolazione rendeva arduo definire un preciso confine etnico. Ad aggravare la situazione c’era il progetto austro-ungarico di proiettare l’impero sempre più nei Balcani, mirando in definitiva allo sbocco sull’Egeo rappresentato dal porto macedone di Salonicco, capolinea di un tracciato ferroviario proveniente da nord.
La rivolta di Sant’Elia (Iliden) che il 2 agosto 1903 aveva rappresentato l’apice delle tensioni che attraversavano la Macedonia, attestò ulteriormente il cagionevole stato di salute di quello che da un bel po’ le diplomazie europee chiamavano “il grande malato”, vale a dire quell’Impero Ottomano incapace di avviare un efficace percorso riformistico. Nel tentativo di ripristinare l’ordine pubblico, Costantinopoli accettò le deliberazioni della Commissione internazionale per la riorganizzazione della Gendarmeria macedone, al cui vertice giunse il 2 gennaio 1904 il Tenente Generale Emilio Degiorgis, proveniente dal comando della regione militare di Cagliari. Quest’ultimo fu affiancato dal Capitano dei Carabinieri Balduino Caprini, il quale, nell’ambito di un’analoga missione internazionale, aveva appena concluso di rimettere in sesto la Gendarmeria di Creta, un’altra regione attraversata da tensioni separatiste: già a marzo il prezioso operato di Caprini fu riconosciuto dal Sultano, il quale gli conferì il grado civile di Saniè Linif Mutamaiz.
A maggio il Tenente Colonnello dei Carabinieri Enrico Albera raggiunse Salonicco in guisa di “aggiunto militare presso la Commissione Internazionale della Gendarmeria Macedone”, mentre i Capitani Egidio Garrone, Carlo Cicognani, Rodolfo Ridolfi ed il Tenente Enrico Lodi, provenienti dall’Arma, assumevano ulteriori compiti di addestramento e di riorganizzazione dei reparti di gendarmeria. Dopo aver ripartito in maniera razionale il territorio di competenza, gli inquadratori italiani provvidero a epurare il personale da elementi facinorosi, mentre Ridolfi e un maggiore dell’esercito russo organizzavano i corsi, a scaglioni di 40 per volta, in cui si fornivano ai gendarmi i rudimenti del servizio. Tale missione sarebbe rientrata in Italia nel 1911, poiché gli eventi interni all’impero ed internazionali avevano preso una piega preoccupante, le cui ripercussioni non avrebbero tardato a manifestarsi sul suolo macedone.
Gli ufficiali del V Corpo d’Armata ottomano, molti dei quali affiliati alla struttura clandestina nota come Società della Libertà, emisero nel 1908 un ultimatum in cui si chiedeva il ripristino della Costituzione del 1876: tale grande unità aveva comando a Salonicco e competenza proprio sulla turbolenta Macedonia, motivo per cui aveva beneficiato di quantitativi particolarmente cospicui di armamenti, che però adesso consentivano ai cospiratori di agire da una posizione di forza. Nel variegato fronte riformista, ai Giovani Turchi, che avevano preso l’iniziativa a Salonicco proponendo libertà religiosa ai sudditi dell’Impero in cambio del riconoscimento del predominio turco e di un rinnovato lealismo alle istituzioni, si affiancavano l’Unione Liberale, che invocava maggiori autonomie, ed una Lega Mussulmana, la quale si professava costituzionalista, ma a partire da un’applicazione integralista del Corano ed avrebbe tentato invano un colpo di stato l’anno seguente. Una volta repressa dall’esercito tale manovra golpista, il nuovo sultano Maometto V si trovò di fatto controllato dai Giovani Turchi, i quali potevano presentarsi come i vessilliferi del consolidamento dello stato attraverso un nuovo patriottismo ottomano, che avrebbe dovuto accomunare tutti i sudditi a prescindere dalla fede religiosa.
Nel frattempo, però, l’Impero Austro-Ungarico aveva unilateralmente annesso la provincia ottomana di Bosnia-Erzegovina, ricevuta in amministrazione trentennale dal Congresso di Berlino del 1878, e la Bulgaria, coordinandosi con Vienna e Berlino e non più con Pietroburgo, aveva proclamato la propria indipendenza: la debolezza diplomatica ottomana era evidente. Nel 1911 la spedizione italiana in Libia avrebbe messo a nudo pure le carenze militari, sicché i piccoli Stati balcanici intensificarono le trattative segrete, in maniera tale da giungere ad una coalizione tra Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria attraverso cui allontanare definitivamente dalla penisola balcanica la presenza turca. Nell’autunno 1912 l’esercito ottomano, nonostante l’inquadramento ricevuto dalla missione militare tedesca guidata dal generale Colmar von der Goltz, fu sconfitto in campo aperto a Kumanovo e costretto ad asserragliarsi a Janina, Scutari e Adrianopoli, mentre a Londra si decidevano i nuovi confini. Nel corso di tali trattative la coalizione si sfaldò proprio in merito alle sorti macedoni: gli accordi prebellici prevedevano, in caso di disaccordo, la mediazione dello Zar di tutte le Russie, ma la situazione precipitò al punto che la Bulgaria attaccò a sorpresa la Serbia. Dopo un illusorio successo iniziale delle armate bulgare, greci, montenegrini, rumeni e addirittura turchi intervennero contro Sofia, che fu costretta ad arrendersi e a vedere ulteriormente ridimensionate le proprie ambizioni espansionistiche. Se già nel 1885 serbi e bulgari si erano affidati alle armi per dirimere una vertenza confinaria, intaccando così il mito della fratellanza slava, adesso entrava tragicamente in scena anche la necessità di bonificare il territorio nazionale, facendone sparire tutti gli elementi allogeni, a prescindere dal loro credo religioso. Le diverse parti in lotta avevano dimostrato in questo modo che miravano non solo ad acquistare territori “irredenti”, ma anche a sbarazzarsi di gruppi etnici percepiti come rivali o contrapposti. Cinicamente la neocostituita Fondazione Carnegie evidenziò in un suo rapporto che le stragi dell’autunno 1912 a danno delle comunità turche rientravano in una certa tradizione di rappresaglie nei confronti dei civili ottomani (conversioni forzate, saccheggi, uccisioni arbitrarie, fuga delle popolazioni), mentre quelle del luglio 1913 tra serbi e bulgari e tra greci e bulgari, costituirono una sorprendente novità.
La snazionalizzazione che in particolare l’elemento bulgaro subì in Macedonia alimentò un forte revanscismo a Sofia, ove erano riparati numerosi irredentisti macedoni e filobulgari, sicché l’imminente Prima Guerra Mondiale avrebbe fornito l’occasione per una rivincita. Nell’ottobre 1915, infatti, dopo lunghe esitazioni tra la componente filotedesca e quella filorussa in seno al governo e ai vertici militari, lo zar Ferdinando I sciolse le riserve attaccando la Serbia assieme alle armate austro-tedesche. Schiantata facilmente la resistenza serba, la Bulgaria ottenne ampie porzioni di Macedonia, avviando immediatamente una campagna finalizzata a sradicare l’elemento serbo ed ellenico, procedendo ad una bulgarizzazione forzata della toponomastica e della lingua d’uso negli uffici pubblici. Tale regime durò meno di tre anni, in quanto le truppe dell’Intesa sfondarono a metà settembre 1918 il fronte di Salonicco e risalendo la valle del Vardar costrinsero alla resa il governo bulgaro.
Entrata a far parte del Regno dei Serbi, Sloveni e Croati, la Macedonia avrebbe visto negata la propria specificità, a tutto vantaggio dell’elemento serbo, il quale avrebbe beneficiato di politiche governative tese a ridurre ai minimi termini le componenti alloglotte. A fianco degli ustaša croati, gli attivisti della VMRO sarebbero stati nel periodo fra le due guerre un insidioso elemento destabilizzante per il regno dei Karađeorđević, ricevendo peraltro sostegno da Stati revisionisti dell’ordine sancito dai trattati di pace di Parigi, Italia e Ungheria in primis, al punto da riuscire a organizzare il regicidio di Alessandro I a Marsiglia il 9 ottobre 1934. Nella Seconda Guerra Mondiale il Regno di Jugoslavia venne travolto in un paio di settimane dall’attacco congiunto di Germania, Italia e Ungheria con l’appoggio tattico bulgaro nell’aprile 1941, sicché la Macedonia finì nuovamente spartita a tavolino. La porzione settentrionale entrò a far parte della Serbia ridotta ai minimi termini e retta da governi militari imposti dal Reich hitleriano; il Regno di Albania, che era stato unito all’Italia nel 1939, si prese i distretti di Dibra, Tetovo, Gostivar e Struga; il resto passò sotto il controllo di Sofia, ma la presenza di comunità albanesi in territorio di competenza bulgara e viceversa creò una situazione di perenne instabilità, con uno stillicidio di incidenti e sparatorie lungo la linea di demarcazione.
Solamente a guerra conclusa, con la nascita della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, Skopje vide riconosciuto il proprio status, essendo la Repubblica Socialista di Macedonia una delle sei componenti la federazione. Risultando l’Armata federale troppo impegnata a contrastare il separatismo sloveno e croato, la Macedonia poté proclamare la propria indipendenza in maniera pacifica in seguito al referendum dell’8 settembre 1991, laddove problemi sarebbero sorti con la Grecia in merito alla denominazione ufficiale dello Stato. Atene, infatti, denunciava che esisteva già la regione ellenica di Macedonia, che gli attuali macedoni erano slavi di recente insediamento che nulla avevano a che fare con gli originari abitanti e che Skopje aveva scelto come bandiera il simbolo della dinastia di Filippo il Macedone, padre di Alessandro, ritenuti simboli di pertinenza esclusiva greca. In molti contesti perciò è ancora utilizzata la denominazione di F.Y.R.O.M. (Former Yugoslav Republic Of Macedonia), ma i veri problemi per la stabilità macedone provengono oggi dai separatisti albanesi che godono di solidi addentellati in Kosovo.

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