In questo momento le analisi e le controanalisi sulla Libia si sprecano. Pochi, probabilmente, hanno realmente in chiaro ciò che sta avvenendo a Tripoli e negli immediati paraggi, ma ognuno vuole comunque dire la propria, contribuendo così ad alimentare la grande confusione informativa ed interpretativa che si può notare in circolazione. La politica, quasi per dovere, non può esimersi dall’intervenire, spesso con considerazioni tardive oppure del tutto inopportune.

Matteo Salvini, il “vicepremier numero uno”, ha prontamente puntato l’indice contro la Francia. Non ha torto, effettivamente: dietro il collasso del governo di Tripoli, le numerose defezioni da parte di varie milizie (in primis quelle di Misurata, ma non solo) che l’hanno praticamente consegnato all’avversario di Tobruk, e l’effettivo sfondamento di quest’ultimo nei suoi territori, c’è sicuramente la mano francese, non limitabile esclusivamente all’intelligence.

Ma è anche vero che Matteo Salvini, per contro, agisce in ritardo, come si suol dire “a babbo morto”, dal momento che l’azione del governo Conte in merito alla Libia è stata in sostanza in continuità coi governi precedenti, a guida PD: e quindi appoggio pieno al governo di Tripoli, guidato da Fayez al-Serraj, paracadutato dall’ONU sulla capitale libica ma sostanzialmente ignorato e disconosciuto da gran parte dei libici e soprattutto dalle tribù di quel paese, che in gran parte delle questioni politiche (e non solo) hanno sempre l’ultima parola.

Insomma, s’è continuato ad appoggiare qualcosa che contava poco o nulla, e che ereditava le posizioni del precedente governo di Tripoli, scissionista da quello della Cirenaica, e guidato in buona parte pure dai Fratelli Musulmani, che hanno ovviamente mantenuto un peso anche nell’esecutivo successivo, godendo oltretutto del sigillo-lasciapassare dell’ONU.

Un governo oltretutto a tempo, perché Khalifa Haftar, intanto, sapeva benissimo di potergli staccare la spina quando sarebbe stato il momento più opportuno per potersi riprendere a quel punto, quasi senza colpo ferire, tutta la Libia, ed oltretutto pure con la benedizione dei principali attori internazionali. E qui bisognerebbe dire che la Francia, su cui piovono le accuse del governo italiano ed in particolare di Salvini, è tra le maggiori promotrici del governo di Tobruk, ovvero di Haftar. Ma a farle compagnia ci sono anche la Russia e l’Egitto, che hanno ormai formato un comitato d’affari di provata solidità, oltre agli Emirati Arabi Uniti.

A questo punto vengono in mente una serie di cose: tanto Matteo Salvini quanto Luigi Di Maio, ovvero entrambi i vicepremier, si sono recati in rapida successione dal presidente egiziano al-Sisi. Ufficialmente dovevano parlare del caso Regeni e del modo ideale per rilanciare gli affari e i rapporti fra i loro paesi, cominciando per esempio dall’Eni, che nel delta del Nilo e relativi dintorni scopre un giacimento di gas dopo l’altro (il penultimo, Noor, è addirittura il più grande di tutto il Mediterraneo). Ma non sappiamo se si siano limitati a parlare solo di questo, considerando lo scottante dossier libico sicuramente caro un po’ a tutte le parti. Possiamo però intuire, dalla cronaca quotidiana, che a quegli incontri non siano seguiti almeno nell’immediato fatti di grande rilievo.

Certo, a corollario di tutto questo andrebbe pure detto come la Francia, attraverso l’ONU e la cosiddetta “comunità internazionale” abbia almeno formalmente appoggiato fino ad oggi il governo di Tripoli, ma al contempo dato anche l’appoggio diretto ed ufficiale anche e soprattutto a quello di Tobruk, ovvero quello che ora sta scatenando l’OPA su tutta la Libia. In tal senso i francesi hanno dimostrato, ancora una volta, ormai come da tradizione, un senso tattico di gran lunga superiore a quello degli italiani.

Va ricordato poi come solo pochi mesi fa Macron avesse vestito i panni del grande paciere che avrebbe riportato la pace in Libia, invitando all’Eliseo i rappresentanti e i capi dei due governi, di Tripoli e di Tobruk. Divenne storica, in quell’occasione, la foto che lo ritraeva inseme a Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar. In seguito Haftar venne a curarsi proprio in Francia, ritenendola una meta più sicura per la propria incolumità di tante altre, e anche questo non fu un fatto casuale. In quell’occasione venne dato insistentemente per morto, ma alla fine “resuscitò” rialzandosi dal letto e tornando a guidare il proprio governo.

L’Italia, credendo di poter rispondere colpo su colpo a quell’iniziativa vista come un’invasione di campo ma in realtà finalizzata soprattutto a creare un diversivo con cui prendere tempo, aveva a sua volta patrocinato un incontro che si sarebbe dovuto tenere a breve nella Città Eterna. Come possiamo ormai facilmente immaginare, non si farà, perché molto probabilmente una delle due parti (Tripoli) non esisterà più de facto, ma nel migliore dei casi solo de iure. E anche per quanto riguarda il fantomatico referendum sulla Costituzione libica, che doveva tenersi questo autunno, viene da chiedersi quale sarà la sua importanza ed utilità alla luce dei nuovi eventi tripolitani.

Da questo punto di vista, anche le elezioni presidenziali che solo pochi giorni fa venivano ancora presentate come un evento in grado di ricucire almeno in parte le tante piaghe della società e della nazione libiche non avranno più una particolare ragion d’essere. L’uomo forte, destinato a sicura riconferma, è indiscutibilmente Khalifa Haftar, ed il pur validissimo Saif al Islam al-Gheddafi, il figlio primogenito e prediletto di Muammar, probabilmente dovrà aspettare tempi migliori, sempre ammesso e concesso che possano arrivare davvero.

Anche perché, a quanto pare, i “lealisti” gheddafiani combattono proprio al fianco di Haftar, su ordine del noto cugino di Muammar Gheddafi riparato in Egitto dopo il 2011 e vicinissimo ad al-Sisi, Ahmed Gaddaf al-Dam. Per Saif, o per qualche altro esponente del nutrito gruppo dei Gheddadfah, si prospetta dunque un temporaneo periodo di “numero due” nel nuovo sistema di potere libico, con buone possibilità di promozione per il futuro. Chiaramente, il tutto con la benedizione del Cairo.

Gli italiani, esattamente come nel 2011, si ritrovano col cerino in mano. All’epoca, quando ancora vi era la Jamahiriya di Gheddafi, l’Italia era il primo partner commerciale della Libia e l’interscambio economico ammontava a venti miliardi di euro. Oggi a malapena siamo intorno ai quattro miliardi, e dopo lo svolgimento dei fatti di questi giorni scenderemo con grande probabilità allo zero. Sono altri ad essere subentrati al nostro paese in quel corposo giro d’affari, oltre ad essersi aggiudicati l’affare colossale della ricostruzione. Inoltre, chiunque governerà la Libia di domani (Haftar, Gheddafi o chissà chi altri ancora) dopo tutto quel che s’è visto in questi anni dell’Italia non vorrà più, anche comprensibilmente, sentirne parlare per almeno una o due generazioni.

Se a tutto ciò aggiungiamo la perdita anche dello status di primo partner commerciale della Siria, con cui oggi l’interscambio è azzerato, le sanzioni alla Russia e altri non indifferenti problemi a livello sia di Africa che di Medio Oriente, ci rendiamo conto di quanto difficili siano ormai le possibilità per la nostra economia di recuperare i suoi livelli d’internazionalizzazione e quindi anche terreno.

In un simile contesto, anche il ruolo irresponsabile e lontano da qualsiasi ipotetico senso della realtà dell’opposizione a guida PD non aiuta. L’ex ministro Graziano Del Rio, per esempio, di fronte alle parole di Salvini ha solo saputo ribadire la propria solidarietà a Macron, ovvero all’azione francese di distruggere ogni ruolo che l’Italia poteva ed in parte ancora può vantare in Libia e in Nord Africa. Del resto la cosa non ci deve stupire: furono proprio loro, i “democratici”, a volere la guerra che trasformò la Jamahiriya di Gheddafi nell’attuale terra di nessuno, patrocinata da Sarkozy, Cameron ed Obama (ma anche da altri). In questo senso, non possiamo negar loro una certa qual coerenza: quella, per la precisione, tipica di tutti gli svendipatria.

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