Trentasei morti e 147 feriti: questo è il bilancio provvisorio, purtroppo destinato ad aumentare, dell’attacco avvenuto ieri sera all’aeroporto Ataturk di Istanbul, compiuto da un commando di sette persone, tre delle quali erano kamikaze e che le prime indagini riconducono all’ISIS. Uno degli attentatori è stato arrestato, altri tre sono ancora in fuga e ricercati. Erano armati di Kalashnikov, ed hanno sparato sulla folla verso le 22.00, nella zona dei controlli di sicurezza.

Anche secondo il premier turco Yildirim tutte le piste condurrebbero allo Stato Islamico, il “Califfato Nero” oggi in crescente crisi a causa della riscossa siriana ed irachena e dell’azione russa, e dal quale anche lo stesso Erdogan, con azioni millimetriche, sta iniziando a sganciarsi. E probabilmente è stato proprio quest’ultimo il movente dell’attentato: l’ISIS ha voluto punire il suo vecchio protettore, la Turchia, per il suo ormai sempre più intuibile intento di lasciare il Califfato al proprio destino e di cercare una nuova intesa, quantomeno un perdono, presso coloro che da sempre lo combattono. Basti pensare alla recentissima lettera di scuse che il Presidente Erdogan ha inviato a Vladimir Putin per l’abbattimento del caccia russo.

Bekir Bozdag, il ministro della giustizia turco, ha confermato che si tratta di terrorismo, pur senza parlare esplicitamente dell’ISIS: a nominare quest’ultimo è stata infatti la polizia turca. Si pensa anche ad altre associazioni ed entità terroristiche, ma in ogni caso la pista dell’ISIS è quella più accreditata. Erdogan ha condannato l’attentato, sostenendo che i suoi esecutori e pianificatori hanno compiuto un’autentica blasfemia, visto che è avvenuto nel sacro mese del Ramadan.

Filippo Bovo

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