L’eliminazione di Ayman al-Zawahiri, il leader di al-Qaeda ucciso dagli Usa in seguito ad un attacco condotto con droni, è di grande impatto dal punto di vista simbolico. In termini strettamente pratici ed operativi, i suoi effetti sono e saranno molto modesti. La sua morte sarebbe stata decisa il 25 luglio, il giorno in cui il presidente americano Joe Biden ha autorizzato il raid di precisione.

Per evitare vittime civili, l’intelligence di Washington aveva costruito un modellino della casa, nella zona residenziale esclusiva nel quartiere di Shirpur nel centro di Kabul, dove al-Zawahiri si era trasferito da qualche mese, e studiato attentamente le abitudini dei suoi familiari.

Due missili Hellfire hanno centrato il balcone sul quale si trovava il medico egiziano alle 21.48 ora di Washington.

La presenza del successore di Osama Bin Laden nella capitale afghana, ad un anno dalla rovinosa ritirata delle truppe statunitensi, ha fatto schiumare di rabbia il segretario di Stato americano, Antony Blinken. “Ospitando e dando rifugio al leader di al Qaeda a Kabul, denuncia Blinken in una nota, i Talebani hanno violato in modo grave gli accordi di Doha e le ripetute assicurazioni al mondo che non avrebbero permesso che il territorio afghano fosse usato dai terroristi per minacciare la sicurezza di altri Paesi”.

I Talebani, com’era prevedibile, si sono espressi contro Washington. Come riporta il Jerusalem Post, Zabihullah Mujahid, portavoce dei Talebani, ha condannato fermamente l’azione militare degli Usa, bollandola come una violazione dei “principi internazionali”.

Soddisfazione è stata espressa dai sauditi. “Al-Zawahiri ha pianificato operazioni terroristiche che hanno ucciso migliaia di persone innocenti, compresi i sauditi”, si legge in una nota diffusa dal ministero degli Esteri saudita.

La morte dell’egiziano, è un colpo pesante ma non mortale per al-Qaeda che, seguendo proprio le sue indicazioni strategiche, dopo aver abbandonato le velleità planetarie di Osama Bin Laden, si è gradualmente trasformata in una efficiente realtà regionale, con affiliati e satelliti sanguinari e potenti. Dalla Somalia all’Afghanistan, passando per la Libia, la galassia jihadista è più che mai presente.

La casa in cui viveva Zawahiri era di proprietà della potente rete Haqqani, anello di congiunzione tra i Talebani e al-Qaeda, nata grazie al sostegno della CIA negli anni Ottanta.

A succedergli alla guida di al-Qaeda, potrebbero essere il numero due Saif al Adel o il numero tre al-Maghrebi, genero di Zawahiri, ma non è da escludere l’ascesa di un africano, vista la crescita di alcuni affiliati, come la milizia al-Shabaab in Somalia.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome