Nel marzo 2017, sul proprio profilo Facebook, Antonio Megalizzi, il giovane giornalista ucciso nel cuore di quelle istituzioni europee per le quali lavorava e che erano il suo faro ideale, scriveva sarcasticamente sul boom di vendite di gilet gialli su Internet (non senza una dose di arguzia): “È trendy essere contro la globalizzazione. Anche se per farlo poi devi per forza incrementarla”. E ancora, nel marzo 2017: “Gli euroscettici sono come quelli che nei film horror decidono di dividersi e staccarsi dal gruppo. Finiscono sempre mangiati da un mostro, con noi spettatori che urliamo ‘idiota, te lo sei meritato!’, davanti al televisore”.

Purtroppo, alla luce degli ultimi accadimenti, quelle parole si rivelano indicatrici proprio del contrario: il “mostro” che divora vite e destini non è certo l’euroscetticismo, bensì proprio il progetto globale di “società aperta” con il quale si spaccia per liberalismo il piano di disgregazione sociale, demografica, economica e politica degli Stati europei.

Sono sicuro che Megalizzi, come tanti altri suoi coetanei, amava la frase di “Imagine” di John Lennon: “Imagine there’s no countries, It isn’t hard to do”. Ma forse è la strofa successiva sulla quale occorrerebbe riflettere a fondo: “Nothing to kill or die for, and no religion too”. Ne siamo sicuri? Una “società aperta” composta da mille istanze culturali opposte che viva in pace, è una contraddizione in termini, almeno se parliamo di grandi masse in lotta per la sopravvivenza, e non di una ristretta cerchia di persone cosmopolite, colte e benestanti.

L’assassino di Antonio è stato libero di muoversi (letteralmente, sia in senso ideologico, sia in senso materiale), per un tragico scherzo del destino, proprio grazie a uno degli elementi cardine del globalismo ideologico: ovvero, la demolizione dei confini, l’apertura a culture palesemente in contrasto con le tradizioni sia laiche, sia religiose dell’Europa. Milioni di individui sradicati, come appare ormai evidente, sono la soluzione migliore per attuare tecniche di dumping sociale e salariale, creando un immenso sottoproletariato impoverito e diviso in mille istanze etniche e culturali, martoriato da lotte intestine e incapace di disturbare i vertici. E, all’uopo, facilmente manovrabile in chiave terroristica per mantenere tale caos.

Conoscere gente, vivere in un ambiente stimolante, viaggiare. La seduzione del “sogno europeo” è difficile da rifiutare, specie quando sei giovane e pieno di prospettive, e specie quando ti vengono somministrati generici ideali di “pace” e “armonia”. Ma l’ Europa unita che sognava (sempre illusoriamente) chi oggi ha una certa età, non si fermava alle apparenze: era basata su ideali di welfare universale, di tutela delle economie locali, di giustizia sociale, e di opportunità lavorative ed educative per tutti. L’esatto contrario dell’attuale UE, che quotidianamente sostiene la sistematica distruzione delle economie locali, l’emarginazione economica di intere masse di lavoratori “fuori mercato”, la spietata ingegneria economica e sociale di stampo ultraliberista che si nasconde sotto il contentino ideologico dell’immigrazione libera e indiscriminata.

Se la furia di Cherif Chekatt, l’assassino di Antonio, fosse stata tenuta a freno da quei “confini” che normalmente impedirebbero a masse enormi di uomini e merci di venire importate per ingrossare il malcontento e ridurre i salari, e che altresì non consentirebbero la permanenza a chi non rispetta gli usi e le leggi del luogo, proprio quei confini che vengono denigrati dall’ ideologia globalista come “ostacoli”, forse oggi staremmo a scrivere una storia diversa. Ma con i “se” e con i “ma” non si fa la storia.

E’ quindi assolutamente necessario aprire gli occhi bendati delle nuove generazioni cosmopolite, dimostrare loro con argomentazioni e fatti (ormai sempre più evidenti) il grande inganno del “sogno europeo”. Che ogni giorno di più appare, per milioni di europei, come un incubo senza uscita. Ma uscire dall’incubo si può. E presuppone, come conditio sine qua non, il risveglio dal sonno.

Filippo Redarguiti

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