Il vertice Nato di Bruxelles dell’11-12 luglio si è risolto con un nulla di fatto e sarà ricordato probabilmente come uno dei più caotici e nebulosi di sempre, caratterizzato da dichiarazioni provocatorie, smentite e sospetti reciproci.

Quando gli è stato chiesto se avesse mai minacciato di ritirarsi dal Patto Atlantico e se pensasse di poterlo fare senza prima consultare il Congresso degli Stati Uniti, Donald Trump ha ignorato la prima domanda, rispondendo alla seconda con un laconico: Penso di poterlo fare”.

Secondo la ricostruzione di Politico, Trump avrebbe avvertito i suoi alleati, a porte chiuse, della necessità di aumentare radicalmente le spese per la difesa oltre il 2% del Pil, con il 4% come “obiettivo da raggiungere nei prossimi anni”, altrimenti gli Stati Uniti “faranno da sé”. In seguito il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg avrebbe poi coordinato una sessione di emergenza per soli Paesi membri, chiedendo al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker di lasciare la sala.

Al termine della sessione di emergenza Trump ha rilasciato dichiarazioni rassicuranti, affermando che la NATO è “molto unita, molto forte… non c’è nessun problema”, precisando che l’uscita degli Stati Uniti dal Patto Atlantico “non è necessaria” e che è stato raggiunto un accordo tra tutti gli Stati membri sull’aumento delle spese per la difesa oltre il 2% del Pil. Un’affermazione, quest’ultima, smentita a stretto giro dal presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha poi rivelato che “il Presidente Trump non ha mai minacciato di ritirarsi dalla NATO, in pubblico o in privato”.

Nel 2017 gli Stati Uniti hanno versato al Patto Atlantico il 3.57% del Pil, più del valore medio dei 29 membri, pari al 2.42%, mentre nel 2010 Washington versò il 4.81%, a conferma di un calo costante dei suoi finanziamenti alla NATO negli ultimi anni. Solo tre Stati, oltre agli USA, versano più del 2% del Pil alle casse del Patto Atlantico (Grecia, Regno Unito ed Estonia), con la Francia all’1.79%, la Germania all’1.24% e l’Italia all’1.12%.

Si conclude così un summit caotico e scombinato, che non è servito a risolvere la principale questione sul tavolo, ovvero proprio quella relativa alle quote dei finanziamenti da destinare alla difesa, sul quale hanno certamente pesato l’imminente incontro Trump-May del 13 luglio e soprattutto il vertice bilaterale del 16 luglio a Helsinki tra il presidente americano e Vladimir Putin.

Per quanto riguarda il vertice a Londra con la premier britannica, indebolita dalle recenti dimissioni del segretario del Foreign Office Boris Johnson e del ministro della Brexit Davis Davis, entrambi in polemica con la linea conciliante della May nei negoziati con Bruxelles, è probabile che Trump le esprima tutto il suo disappunto circa l’eventualità di una “soft brexit”, esortandola a recidere nettamente i legami con l’UE, magari offrendo a Londra un trattato commerciale bilaterale favorevole in cambio della rottura sostanziale con Bruxelles.

Ma il faccia a faccia più atteso e determinante è certamente quello di Helsinki tra Donald Trump e Vladimir Putin, primo vero vertice bilaterale tra i due. L’inquilino della Casa Bianca ha lasciato intendere di voler pervenire ad un ragionevole compresso con l’omologo russo su diverse questioni in sospeso sulla scacchiera internazionale, come Ucraina, penisola coreana e Medio Oriente allargato, dalla Libia all’Iran passando per lo Yemen e ovviamente la Siria.

Ed è proprio con diversi leader o emissari di Paesi mediorentali che Putin terrà dei colloqui, a Mosca, prima dell’atteso vertice di Helsinki, in particolare con il premier israeliano Netanyahu, l’assistente della guida suprema dell’Iran per la politica estera Velayati, il presidente palestinese Abbas e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani.

Segnali, ai quali va aggiunta l’accresciuta isteria dei media mainstream statunitensi, spaventati da un “accordo di pace”, che inducono a pensare che si vada verso un patto sul nuovo assetto da dare al Vicino Oriente, con le potenze regionali smaniose di veder riconosciuti i loro interessi.

In caso di “spartizione in sfere d’influenza”, con la Russia che può trattare da una posizione di forza dopo la vittoria di Assad in Siria, di Haftar in Libia ed il rafforzamento dell’Iran, alleato chiave di Mosca, e di Hezbollah, ai Paesi europei non resterebbe che prendere atto del ritrovato peso geopolitico della Russia nel Vicino Oriente e rinnovare l’impegno a rispettare l’accordo sul nucleare iraniano, fortemente sostenuto finora da Mosca.

In effetti qualora andasse in porto un’intesa tra Stati Uniti e Russia sul Vicino Oriente, è difficile che le due parti non stringano un patto analogo anche sull’Europa, in particolare su Ucraina (a meno di un anno dalle elezioni presidenziali) e Crimea (con Trump pronto a riconoscere l’annessione russa e la conseguente fine del regime delle sanzioni?).

In tal caso la NATO, la quale trova la sua ragion d’essere nella presunta continua minaccia da parte di un nemico esistenziale, avrebbe ancora un ruolo da giocare, in uno scenario in cui quel nemico esistenziale, ovvero la Russia, divenga parte contraente di un accordo con il principale sponsor del Patto Atlantico stesso?

È inoltre plausibile che gli Stati europei, Germania in testa, penalizzati dalle controsanzioni russe adottate in risposta alle sanzioni a Mosca sollecitate da Washington, sotto il fuoco della guerra commerciale scatenata da Trump e nel mezzo della crisi dei migranti, aumentino ulteriormente le spese da destinare alla NATO, dalla quale Trump, più incline ai trattati bilaterali, ha lasciato intendere che potrebbe ritirarsi dall’oggi al domani?

Inoltre, preso atto che negli ultimi quattro anni anni la Russia non è stata isolata né indebolita ma anzi si è rinforzata nello scenario internazionale e per non rischiare di finire schiacciati tra Washington e Mosca, non sarebbe giunto il momento per i Paesi europei di tentare di riaprire il dialogo con il Cremlino e riprendere quelle relazioni commerciali vantaggiose per entrambe le parti?

Queste alcune delle principali questioni sul tavolo, in attesa del vertice di Helsinki tra Donald Trump e Vladimir Putin che si spera possa porre fine al rinnovato clima di guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, per il bene dell’Europa e del mondo intero.

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