Jean Thiriart
Jean Thiriart sulla sinistra in una foto d'epoca. A destra il filosofo russo Alexander Dugin

La fortuna postuma di Jean Thiriart, il belga animatore fra il 1960 e l’anno della sua morte di movimenti rivoluzionari pan-europei, è quella di aver attratto un buon numero di intellettuali che ne hanno ricostruito la biografia, senza mai addentrarsi in questioni critiche o contraddittorie. O meglio, spesso adattandole alla poliedricità o al pragmatismo dell’optometrista di Bruxelles.

Pur dando alle stampe un volume di ottima fattura, Lorenzo Disogra l’autore di “L’Europa come rivoluzione. Pensiero e azione di Jean Thiriart” (edizioni All’Insegna del Veltro) non può quindi scostarsi da questi riferimenti bibliografici. Ciononostante ne esce un quadro veritiero di Jean Thiriart e delle sue teorizzazioni, anche quando l’autore tocca le criticità del pensiero del belga. Dalle ambigue frequentazioni con l’OAS (pp.25-26) e agli ambienti colonialisti belgi (p.21), al presunto incontro con Zhou Enlai, prima smentito e poi autoattribuito a livello biografico (p.45, fra l’altro era complicatissimo entrare in contatto con la dirigenza maoista anche per gruppi di provata fede marxista-leninista, figurarsi per un ex nazista legato all’OAS), sino alla sostanziale accettazione del Mercato Comune Europeo come «potenza economica che darà vita ad una potenza politica» (p.35), o alla strutturazione a-ideologica del suo pensiero (pp.82-83).

Lorenzo Disogra, L’Europa come Rivoluzione – Pensiero e azione di Jean Thiriart (Edizioni all’Insegna del Veltro – Parma, 2020)

Il volume di Disogra, suddiviso in due parti, l’una strettamente autobiografica la seconda legata al pensiero politico di Thiriart, sceglie di trattare tutti questi argomenti, anche quelli che più possono creare imbarazzo a chi “tiene alta la bandiera thiartiana”, ed è un innegabile merito del giovane Autore.

È fuor di dubbio che Thiriart abbia avuto delle innegabili intuizioni all’interno del mondo della Destra Radicale europea (perché a quel mondo Thiriart ha sempre e comunque parlato), come quella di cercare di disarcionare un vetusto pensiero tradizionalista in favore di una ricerca del progresso tecnologico, tecnico e scientifico, nonché politico; la denuncia dei micronazionalismi e degli irredentismi; l’indirizzare le attenzioni sul “nemico principale” cioè gli Stati Uniti d’America e l’Imperialismo ad essi connesso.

Nostro malgrado non possiamo non sottolineare come in quella ricerca spasmodica di un trampolino per la sua “rivoluzione europea” Thiriart non abbia mai fatto nulla per non cadere in contraddizioni insanabili: saltò la barricata da antifascista a nazista quando le truppe hitleriane sembravano sul punto di vincere, da nazionalsocialista divenne ammiratore dei nazionalbolscevichi di Ernst Niekisch, che erano in gran parte oppositori di Hitler e finirono i loro giorni o passarono numerosi anni nei Lager, difese il colonialismo francese (al netto di legittimazioni ideologiche “rivoluzionarie” di vario tipo) e belga ma non mancò di chiedere finanziamenti e aiuti ai dirigenti della Repubblica d’Algeria (senza successo, e ci mancherebbe altro!), spostò i suoi confini orientali dell’Europa sempre più ad est, a seconda della convenienza storica, fu filo-cinese quando i cinesi erano antisovietici, fu filosovietico quando ormai l’Unione Sovietica stava crollando su se stessa.

Fu “profeta” ma di quale Europa? Una struttura sovranazionale, a-ideologica, con una nebulosa  teorizzazione di macro-economia (Thiriart stesso si definiva «liberale di carattere energico», p.80), che trovava nell’asse franco-tedesco il cuore pulsante, sempre proiettata verso un’europeizzazione dell’Est (vedi la critica di Dugin riportata a p.64): se ne sente veramente il bisogno?

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