E’ un giorno amaro per il Lucano più amato dalla sinistra più in voga nei salotti televisivi. La Procura di Locri ha chiesto il rinvio a giudizio il sindaco sospeso di Riace, attualmente sottoposto al provvedimento di divieto di dimora nel piccolo centro della Locride, innalzato, forse troppo frettolosamente, a modello di accoglienza per i migranti. La richiesta, oltre a Mimmo Lucano, riguarda altri 29 indagati nell’operazione Xenia. L’udienza preliminare davanti al Gup di Locri Amelia Monteleone è fissata per il primo di aprile.

La Procura di Locri contesta a Lucano e agli altri indagati, sulla base delle indagini condotte dalla guardia di finanza, il reato di associazione per delinquere per avere, tra l’altro, orientato “l’esercizio della funzione pubblica degli uffici del ministero dell’Interno e della Prefettura di Reggio Calabria, preposti alla gestione dell’accoglienza dei rifugiati nell’ambito dei progetti Sprar, Cas e Msna e per l’affidamento dei progetti da esplicare nell’ambito del Comune di Riace”. Il ministero e la Prefettura reggina potrebbero costituirsi parte civile.

A Lucano viene contestato anche il reato di abuso d’ufficio per avere procurato ad alcune associazioni “un ingiusto vantaggio patrimoniale, pari a 2.300,615 euro”.

Il reato associativo e quello di abuso d’ufficio non avevano superato il vaglio del gip locrese, che all’epoca aveva disposto gli arresti domiciliari per Lucano solo per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta rifiuti.

A seguito di un ricorso presentato dai difensori di Lucano, gli avvocati Antonio Mazzone e Andrea Daqua, al Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, era stato disposto per l’ex sindaco di Riace il divieto di dimora, provvedimento poi confermato in Cassazione solo in relazione all’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

E’ stata invece annullata la misura cautelare dell’obbligo di firma a Tesfahun Lemlem, la compagna di Mimmo Lucano, coinvolta nell’inchiesta su Riace. La sesta sezione penale della Cassazione ha accolto il ricorso della difesa e dichiarato cessata l’efficacia della misura.

Alla donna, di origine etiope, vengono contestati gli stessi reati del sindaco sospeso, tra cui il favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, in particolare per aver cercato di far venire in Italia il fratello combinando un falso matrimonio.

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