In un articolo pubblicato da ‘l’Opinione Pubblica’ il 20 agosto (http://www.opinione-pubblica.com/perche-tanto-difficile-reagire-alle-prepotenze/) abbiamo espresso la nostra perplessità sulla convinzione di Laura Boldrini di poter, denunciando gli ‘haters’ che se la prendono con lei, aiutare le persone comuni che vengono insultate in rete.

L’11 settembre Myrta Merlino, conduttrice su ‘La7’ della trasmissione intitolata ‘L’aria che tira’, ha invitato proprio la ‘Presidente della Camera’ per presentare, nella prima puntata della nuova stagione, la sua campagna contro gli insulti in rete.

Nonostante le migliori intenzioni, pensare che dare lettura di parole indegne riferite agli ospiti presenti, possa aiutare a contrastare il fenomeno ci sembra una pia illusione.

Il particolare che rende questa campagna più sospetta è pero il nome contraddittorio, ‘odio l’odio’: l’incoerenza logica insita nell’esprimere e rivendicare proprio ciò che si vuole combattere può essere comprensibile nel parlato, non in uno ‘slogan’ studiato a tavolino.

Dal punto di vista psicologico ‘odio l’odio’ significa “odio qualcosa che ho dentro” e quindi dovrebbe portare a un lavoro su se stessi piuttosto che a una campagna sociale.

Non è questa la sede per discutere cosa sia esattamente l’odio, se lo si possa considerare per esempio come l’esatto contrario dell’amore, oppure una variante dello stesso che emerge quando la possibilità d’amare è preclusa. Per intenderci possiamo dire che l’odio è tale quando è duraturo: se si odia qualcuno o qualcosa, lo si odia a lungo, talvolta perfino per sempre, mentre la rabbia, che pure comporta sensazioni simili all’odio stesso, è temporanea.

Potremmo dire, ben consci che stiamo usando una schematizzazione, che la differenza tra la rabbia e l’odio è quella che intercorre tra l’emozione e il sentimento.

Il problema di saper riconoscere e gestire la propria rabbia è molto comune, saperla esprimere senza ricorrere all’insulto da qualche anno sembra poi una capacità accessibile solo a pochi eletti: il fenomeno dei ‘leoni da tastiera’ è un esempio lampante di ciò.

La rabbia ha però una funzione da assolvere e solo così si può viverla in modo sano, mentre negandola si finisce per ammalarsi: tale funzione è risvegliare quell’energia necessaria per accorgersi che qualcosa è sbagliato e per combatterlo. Servire la giustizia implica provare rabbia verso l’ingiustizia, quindi, ma è già sufficiente provarla ogni tanto, solo per i pochi istanti necessari a riconoscere l’iniquità, a decidere di iniziare a lottare contro di essa e poi, nei momenti difficili, ad auto-motivarsi, mentre farsi guidare costantemente da essa offusca la lucidità, rischiando di rendere così l’azione inefficace.

L’odio può essere visto, nella nostra schematizzazione, come una rabbia mal gestita. Sentirsi superiori a chi prova odio è pericoloso, poiché significa dare per scontato di essere immuni da una debolezza propria dell’essere umano.

Chi è davvero libero dall’odio prova compassione per chi odia e, se è capace di farsi ascoltare, si offre di aiutarlo a liberarsene a sua volta, senza però cadere nel buonismo: anche senza odiare i propri nemici o addirittura, come da insegnamento evangelico, amandoli si può, se necessario, seguitare a combatterli.

 

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