renzi zagrebelsky

A pochi giorni dal voto referendario abbiamo assistito a mesi di campagna elettorale tra due schieramenti, eterogenei. La proposta governativa di riforma della Costituzione si è scontrata sostanzialmente contro un fronte diviso, tra gli ultraconservatori della nostra Carta e i riformatori che non condividono la proposta del Governo.

La campagna elettorale in realtà è stata piuttosto triste: vista l’importanza della riforma ci si sarebbe aspettato un impegno profondo, mentre a parte pochi soggetti come Gustavo Zagrebelsky e Gianfranco Pasquino, le ragioni del No non hanno saputo trovare argomentazioni forti e profonde potendo invece contare su un sentimento antigovernativo, speculare a quello che ci fu contro Silvio Berlusconi all’epoca dei suoi governi.

In compenso i due soggetti, appartenendo a un’area politiche sostanzialmente molto simile (progressismo), hanno mostrato come l’atteggiamento verso la Costituzione non dipenda dalle proprie idee politiche. A destra invece sembra non esserci stato nessun rilevante contributo, anzi chi più l’ha analizzata l’ha anche sostenuta, ricordiamo per esempio Marcello Pera che ha costituito un comitato di Centrodestra a favore, e altri professori di scienze politiche e giurisprudenza, come Angelo Panebianco.

Qui non analizziamo la nuova proposta perché è impossibile, in tutti i dibattiti gli opponenti avrebbero potuto spendere tutto il tempo a discutere di un singolo punto; ci asteniamo anche da giudizi su come sia stata approvata che attengono ad altri discorsi, come pure sul rinnovo della legge elettorale che è pur sempre, giova ricordarlo, una legge ordinaria quindi più facilmente emendabile.

Il superamento del bicameralismo paritario è sempre stato un punto cruciale di tutte le idee di riforma (a parte l’unica effettivamente passata, sul titolo V nel 2001, rivelatasi però disastrosa): esso servirebbe per studiare meglio le leggi prima di approvarle, perché passando per i due rami del Parlamento con lo stesso testo questo richiede più tempo per le decisioni. Questo sistema pensato all’indomani della fine di una dittatura avrebbe dovuto distribuire meglio i poteri, assicurando la via più democratica del processo legislativo.

Tuttavia il tentativo di riformarlo è stato maldestro: mantenere il Senato con i rappresentanti degli enti locali è vero che riunisce tutte le istanze a livello nazionale, come una sorta di conferenza Stato-Regioni, ma lascia aperte discussioni sul livello democratico: il Sindaco e il Presidente di Regione li votiamo, ma per determinate funzioni, e togliere la scheda di elezione del Senato non è quanto di più democratico si potesse pensare. I sostenitori del SÌ obiettano che la nostra forma di parlamentarismo è rarissima: anche in altri Stati europei, come la Germania, ci sono rappresentanze simili, ma la loro autonomia è molto meglio regolata.

Anche la questione della fiducia è complessa, perché tolto il potere al Senato rimarrebbe solo la Camera a conferire fiducia al Governo e quindi metterlo ufficialmente in carica, o sostituirlo. Questo secondo alcuni oppositori della riforma non ha niente a che fare con la stabilità in quanto non è detto che all’interno di una maggioranza non vi siano divisioni interne continue: la storia della nostra Repubblica è costellata di maggioranze con partiti più o meno grandi che fanno cadere il Governo, dalla DC fino al primo governo Berlusconi e Prodi.

Il procedimento legislativo verrebbe incentrato sulla Camera dei Deputati, eccetto per leggi su materie costituzionali, elettorali, di autonomie locali e ovviamente l’elezione del Presidente della Repubblica che è sempre a seduta comune, ma con la maggioranza di due terzi del Parlamento fino al terzo scrutinio. La Camera dovrebbe approvare disegni di legge e trasmetterli al Senato, che li dovrebbe analizzare ed eventualmente porre una “clausola di supremazia” che richiede una approvazione della Camera a maggioranza assoluta. Per i disegni di legge che il Governo ritiene importanti può dare una via preferenziale (votazione entro 70 giorni). Al Senato sarebbe demandato, come detto, un raccordo tra Stato e Regioni e di valutazione dell’operato delle amministrazioni pubbliche, oltre che funzioni sull’attuazione degli atti normativi dell’Unione Europea, le cui istituzioni infatti si sono pronunciate favorevolmente alla riforma.

Il dibattito sul processo legislativo si è concentrato sul fatto che molte leggi sono state approvate in breve tempo nonostante il macchinoso processo della navetta, ma dal fronte opposto hanno giustamente sottolineato che le leggi velocemente approvate erano decreti, legge o legislativi, quindi ad opera del governo. La nostra Repubblica, come detto, è parlamentare, quindi il processo legislativo è affidato ad un apposito organo e i decreti sono strumenti d’emergenza: quando l’emergenza diventa regolarità è il sintomo che qualcosa non funziona. È difficile governare quando ci vogliono mesi per una singola legge, e allora si ricorre sempre più di frequente alla legislazione d’eccezione: un esempio è la tristemente nota riforma c.d. Fornero approvata appunto con Decreto Legge.

Vengono anche ridisegnati i rapporti Stato e Regioni a favore del primo: eliminate le competenze concorrenti, vengono chiarite le materie di esclusiva competenza statale (tra cui lavoro e infrastrutture) e alle Regioni rimangono solo le materie esclusivamente non previste. Vengono poi concesse diverse forme di autonomia regionale con approvazione bicamerale per le Regioni. È interessante chiedersi per le regioni a statuto speciale, approvate con legge costituzionale, quindi di rango superiore alla legge ordinaria, che cosa succederebbe se la riforma passasse visto che alcuni di questi ordinamenti prevedono incompatibilità tra la carica regionale e quella nazionale.

Quello che appare sia dai sondaggi che dalla campagna è che i più conservatori che non la vogliono affatto modificare siano una netta minoranza, ma la maggioranza riformatrice è molto divisa, sia per sentimenti antigovernativi troppo forti che per idee diverse su come e cosa modificare. Probabilmente un aspetto chiave della nostra Costituzione è proprio che il bicameralismo perfetto è maggiormente adatto ad un popolo diviso e indisposto a lasciare che siano gli altri a governare; la prospettiva della vittoria dell’altro con maggiori poteri non ci dà fiducia, quindi per quanto l’attuale testo non entusiasmi o sembri anacronistico, è possibile che molti finiscano sempre preferirlo piuttosto che rischiare di dare troppi poteri alla parte opposta. Il 30 % di indecisi a due settimane dal voto ritengo sia un numero molto alto, determinato sicuramente dalla non eccessiva chiarezza della riforma, ma anche evidentemente da questo bilanciamento degli interessi.

In conclusione la riforma non è certo entusiasmante, il taglio ai costi della politica, ben evidenziato anche nel titolo (presente sulla scheda elettorale) è di dubbio rilievo, mentre sembra più consistente quello dei senatori ridotti a 95, eletti periodicamente nelle varie elezioni amministrative, più 5 a nomina del Presidente della Repubblica, per 7 anni.

La riforma cerca di superare i punti più critici del sistema parlamentare paritario nella legislazione e nella governabilità, ma probabilmente questi sono più effetti della nostra crisi politica. Il Parlamento riflette le divisioni interne alla società e nell’approvazione anche di leggi molto sentite e condivise possono esserci divergenze su come attuarle che possono portare a mesi e mesi di discussione senza esiti. Se una riforma costituzionale è fattibile (e possibilmente anche meglio), la “riforma” della politica richiederebbe un rinnovo della quasi totalità della classe politica. Vista la ovvia impossibilità di ciò, quello su cui siamo chiamati ad esprimerci è un testo, piuttosto difficile perché deve descrivere competenze più articolate, e su quello, benché molto meno limpido dell’attuale, si deve decidere.

Si è parlato molto di derive autoritarie, che però non paiono essere oggetto di una riforma che non conferisce più poteri al Presidente della Repubblica: desta stupore sentire l’ex Premier Silvio Berlusconi sostenere questo pericolo quando la sua riforma, probabilmente migliore, dava effettivamente maggiori poteri al Premier.

Giulio Sibona

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