Uno studio pubblicato dalla rivista medica internazionale BMJ Open, pubblicata in inglese da BMJ (associazione di medici e giornalisti totalmente dipendente dalla British Medical Association, fondata nel 1840 ed oggi divenuta un’organizzazione completamente commerciale, con 550 uffici e redazioni localizzati in tutto il mondo, dall’Inghilterra al Nord America, dall’India a Singapore fino alla Cina), ha pubblicato uno studio secondo cui ci sarebbero state “violazioni degli standard etici internazionali” al punto da rendere la comunità scientifica “complice” dei metodi addirittura “barbarici” con cui Pechino, per sopperire alla carenza di donatori d’organi, avrebbe scelto di prelevarli dai cosiddetti “prigionieri di coscienza”, ovvero dissidenti politici e soprattutto membri di sette e gruppi religiosi messi al bando dal governo cinese come il Falun Dafa e la Chiesa di Dio Onnipotente.

Nello studio, pubblicato lo scorso mercoledì e firmato da Wendy Rogers, docente di etica a Sydney, si è apertamente parlato di “espianti forzati sui prigionieri di coscienza”. La notizia, in Italia, è stata data per primo dal giornale Il Fatto Quotidiano, noto per condividere, esattamente come il grosso delle testate italiane, una posizione in materia di esteri marcatamente “atlantista” e sempre ben volentieri “sinofoba” o “russofoba” o in ogni caso ostile a tutti coloro che, a seconda del momento, vengono individuati come nemici degli USA, dell’UE e della NATO.

Secondo l’autrice dell’articolo pubblicato da BMJ Open, oltre 400 paper scientifici sul trapianto di organi potrebbero aver violato il codice etico che impone una verifica della volontarietà delle donazioni. Il problema, però, consiste proprio in quel “potrebbero”, che è ben diverso da un assai più sicuro “hanno”. In questi casi, ma ciò ovviamente vale per ogni dossier che accusi qualcuno o qualcosa di azioni gravi, non bisognerebbe mai lasciar spazio ad alcuna ambiguità.

“Il silenzio del mondo su questo problema barbarico deve finire”, ha tuonato nel suo articolo Wendy Rogers, invitando il mondo scientifico internazionale ad esigere maggior trasparenza dalle autorità cinesi. Sappiamo, però, a quanto ammonti la riluttanza con cui il mondo anglosassone guarda alla crescente potenza cinese nel mondo, e che dunque alla fine dei conti tutto faccia brodo pur di delegittimare Pechino e svantaggiarla nella situazione geopolitica internazionale che va configurandosi di giorno in giorno: una situazione che vede, per l’appunto, la Cina sempre più forte e i vecchi “padroni del mondo” sempre più deboli e in difficoltà.

E che in definitiva sia proprio questo il problema lo vediamo anche dal fatto che analoghi richiami, sulla mancata trasparenza nel prelievo di organi, non siano mai stati fatti verso altri paesi, che su questo settore hanno acclaratamente creato un business, ma che sono anche sottoposti a governi amici o quantomeno funzionali, e allora va bene così.

L’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano, del resto, non esita a rilanciare quanto affermato da BMJ Open così come, probabilmente, anche da altre pubblicazioni analoghe, per esempio sostenendo che per anni in Cina due terzi degli organi usati per i trapianti siano provenuti proprio da donatori “involontari”, quantomeno giustiziati. Si arriva addirittura a dire che il Falun Gong sia un “movimento” anziché una setta, definito “fuorilegge” con opportuno uso delle virgolette, quasi a voler dire che la sua messa al bando abbia solo ragioni di potere politico o cause legate all’autoritarismo di Pechino, e non ben più elementari motivazioni di sicurezza ed ordine pubblico.

Era il 2006 quando la notizia del prelievo forzato degli organi sui prigionieri cominciò a circolare con una certa insistenza, ma se ne continua ancor oggi a parlare, sebbene nel 2015 le autorità cinesi abbiano chiaramente dimostrato al mondo l’inesistenza di questa pratica nel suo territorio nazionale. Si cita poi, sempre nell’articolo del Fatto Quotidiano, un misterioso “rapporto pubblicato nel 2016 [che] evidenzia una notevole discrepanza tra le cifre ufficiali dei trapianti rilasciate dal governo cinese (10.000 l’anno) e i dati ospedalieri (tra 60.000 e 100.000). Un divario che gli esperti attribuiscono proprio all’impiego di prigionieri di coscienza”. Ma, a questo punto, il lettore gradirebbe anche conoscere quale sia la fonte da cui è stato preso questo rapporto.

Il Parlamento Europeo, nel 2017, ha rilanciato la tematica del prelievo forzoso di organi, giudicandola come “notizia credibile”, e riferendosi a “prevalentemente membri della Falun Gong, ma anche uiguri, tibetani e cristiani. Nuove prove schiaccianti potrebbero arrivare la prossima primavera, quando un tribunale popolare indipendente di Londra (l’Independent Tribunal Into Forced Organ Harvesting from Prisoners Of Conscience in China) renderà pubblico l’esito delle indagini condotte sulla base di trenta testimonianze”. Si tratta, come si può facilmente intuire compiendo anche una semplice ricerca su internet, di un organismo con sede a Londra, che ha preso per buone le “fake news” prodotte da realtà come il Falun Dafa, la Chiesa di Dio Onnipotente e altri gruppi noti per le loro attività avverse alle autorità di Pechino. Il suo operare, pertanto, risulta del tutto funzionale ai settori occidentali, in primo luogo inglesi e statunitensi, più avversi nei confronti del governo cinese, e disturbati dalla sua crescente influenza. Anche questo secondo link, tra i tanti che si possono rinvenire sui vari motori di ricerca, è molto eloquente in tal senso.

Del resto, il Parlamento Europeo anche nelle ultime settimane ha tenuto degli incontri, a Bruxelles, riservati alle succitate realtà, sette ed associazioni, con un vario corollario di politici e giornalisti amici o amichevoli, ed il tutto col fine di criminalizzare la Cina agli occhi di parte dell’opinione pubblica europea ed occidentale.

Nel suo zelo contro il mondo medico-scientifico a suo dire “complice” di Pechino, Wendy Rogers ha accusato anche il Journal of Medic Transplantation e la rivista ufficiale The Transplantation Society, arrivando a dire che il 99% delle oltre 400 ricerche sui trapianti in Cina pubblicate in lingua inglese fra il 2000 e il 2017 siano state condotte senza aver prima valutato la provenienza degli organi. La chiusura del suo pezzo su BMJ Open è fin troppo determinata, e dopo un intenso uso del verbo condizionale passa a quel punto all’indicativo senza troppe esitazioni: “Chiediamo la ritrattazione immediata di tutti i documenti basati sull’uso di organi espiantati da prigionieri giustiziati”, con l’invito affinché si organizzi “un vertice internazionale per sviluppare le politiche future sulla gestione della ricerca sui trapianti in Cina”.

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