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La quiete (apparente) dopo la tempesta. Dopo gli scontri di ieri e le cariche della polizia davanti la sede del Pd a largo del Nazareno, a Roma, sono riprese le trattative tra governo e tassisti per arrivare a quella che il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, ha definito “una riforma seria, senza cedere alla piazza”.

Per Delrio, “uno stato serio dà diritti a tutti, a quelli che hanno investito il loro denaro e ai cittadini che devono potersi muovere liberamente”, leggasi utilizzando la tristemente nota app della multinazionale Uber.

Il viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini, ha parlato di quattro punti (fine delle proteste, osservanza della legge 21 del ’92, varo di un decreto interministeriale per la lotta all’abusivismo e decreto legislativo di riordino della materia) che “sono stati condivisi da tutte e 21 le associazioni che riuniscono i tassisti presenti”.

Una soluzione articolata che supera di fatto il contenuto dell’emendamento al “Milleproproghe” a firma di Linda Lanzillotta che ha scatenato la protesta. La soluzione che dovrebbe portare anche ad miglioramento del sistema di programmazione e organizzazione su base territoriale nonché alla regolazione e alla salvaguardia del servizio pubblico, è arrivata dopo una riunione fiume al ministero dei Trasporti con i tassisti rappresentanti delle auto bianche.

All’esterno, i tassisti hanno asserragliato il ministero con fumogeni e bombe carta. Sono stati quattro i fermati per i disordini a Roma. Al vaglio la posizione dell’uomo immortalato con il tirapugni durante i tafferugli davanti alla sede romana del Pd. La mobilitazione a Roma è stata irrobustita dalla partecipazione della categoria degli ambulanti che protestavano contro la direttiva Bolkestein. Vicinanza ai manifestanti è stata espressa dal sindaco di Roma, Virginia Raggi.

I tassisti che, è sempre utile ricordarlo, svolgono un servizio pubblico, stanno combattendo una dura battaglia contro la multinazionale Uber e i suoi sostenitori che in nome di una presunta apertura alla concorrenza, anche tariffaria, e di un miglioramento della qualità di servizi, puntano a sostituire lavoratori autonomi con conducenti poveri e senza diritti.

L’economia della condivisione o economia on-demand, tanto decantata anche dai liberisti di casa nostra, è il piede di porco per scardinare standard qualitativi, diritti e tariffe regolamentate.

Le proteste contro Uber sono state numerose in tutta Europa (soprattutto in Belgio, Germania, Olanda e Spagna), in Asia e perfino negli Stati Uniti, dove la multinazionale fondata Travis Kalanick e Garrett Camp nel 2009, ha sede.

I suoi autisti denunciano compensi da fame e di condizioni lavorative pessime che non prevedono alcuna garanzia di carattere previdenziale o sanitario. In California la Commissione del Lavoro ha stabilito che la multinazionale (che ha perso 7 miliardi in 7 anni e non versa un euro al fisco italiano, né contributi previdenziali ai lavoratori), deve inquadrare i suoi autisti come lavoratori dipendenti.

Una maggiore apertura alla concorrenza anche tariffaria e un controllo più attento sulle licenze, con criteri certi, sarebbero da accogliere con favore ma il dumping da parte di colossi che possono permettersi di operare in perdita pur di cannibalizzare il mercato, non è in alcun modo accettabile. Dietro i taxi, ci sono anni di sacrifici, storie umane e lavorative e diritti che non possono essere sacrificati sull’altare del profitto.

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