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Fidel Castro e il boxeur Teofilo Stevenson

Con la presa del potere del governo rivoluzionario di Fidel Castro Ruz, il primo gennaio del 1959, oltre alle preponderanti questioni sociali e di politica estera, grande interesse viene assegnato alla completa e radicale riorganizzazione delle attività sportive.

I “barbudos” ereditarono una cultura sportiva di basso livello, più dedita alla speculazione economica che allo sviluppo fisico e motorio, e una cultura medico-sportiva di infime capacità.

Le stime sui praticanti delle attività sportive in epoca prerivoluzionaria non sempre combaciano, ma evidenziano comunque lo stato disastrato dello sport cubano: secondo Fidel, fra i giovani appena il 10% praticavano attività sportive (discorso del 14 gennaio del 1959) e lo 0,25% del totale dei cubani (ipotesi ribadita in un discorso del 1961)1; Gianni Minà (dato confermato anche dal sito dell’INDER) parla di circa il 2% degli alunnni che frequentavano lezioni di educazione fisica2; l’olimpico Enrique Figueroa ricorda che “erano non più di diecimila” quelli che praticavano sport3; secondo Antonio Rico, autore del recente Cuba e Sport, “meno di quindicimila persone praticavano lo sport”4.

I cubani erano degli “analfabeti sportivi”: “Un popolo senza muscoli che, in certe regioni più remote dell’isola, ignorava addirittura l’esistenza della parola sport. In fatto di divertimenti la popolazione non conosceva nient’altro che la slot machine, la lotteria, il bigliardino (sic!) e il combattimento dei galli. Lo sport si limitava alle corse dei cavalli e dei cani, abbondantemente commentate dalla stampa e oggetto di una grande quantità di scommesse. Se non si guardavano le corse degli animali, c’erano quelle delle automobili. Dal momento che i cubani si limitavano ad essere spettatori di un’attività negata loro nelle possibilità di pratica, finivano con il diventare appassionati spettatori delle peripezie legate agli incontri tra professionisti di boxe e di base-ball”5.

Il primo passo del governo in questo campo fu la creazione dell’INDER (Instituto Cubano de Deportes). L’obiettivo dell’Instituto è “spingere e promuovere uno sport d’eccellenza, che si deve al popolo ed è parte delle sue conquiste sociali”6. Inoltre, negli anni a seguire, vennero costruite più di 10.000 strutture sportive (erano 950 in epoca prerivoluzionaria7) e venne istituita la Scuola superiore di educazione fisica, con sede nella capitale.

L’attività sportiva diventava un “diritto di cittadinanza” e una “missione”: “il campione cubano che si reca all’estero – e vi si reca per vincere, e non per farsi una vacanza – ci va in missione. Il suo paese l’ha inviato fuori dai confini affinché apprenda cose nuove, perché vinca e diffonda il nome di Cuba nel mondo”8.

Fu però l’abolizione del professionismo sportivo, voluta da Castro nel 1961, a decretare la vera e propria “rivoluzione” del corpo cubano. Già l’anno precedente, Ernesto Che Guevara, allora Ministro dell’Economia, siglò un accordo per lo sviluppo delle attività sportive con l’Unione Sovietica, divenuto di riflesso, un accordo informale con tutti i paesi del blocco socialista.

Vengono quindi invitati nell’isola numerosi tecnici stranieri, provenienti prevalentemente dai paesi fratelli del blocco socialista: “mentre la stampa internazionale attribuiva un ruolo occulto all’aiuto dei paesi socialisti, Cuba non ne faceva un tabù”, tanto da fornire i dati statistici su questi aiuti: 1961: 1 tecnico; 1962: 20; 1963: 12; 1964: 20; 1965: 8; 1966: 33; 1967: 32; 1968: 40; 1969: 44; 1970: 60; 1971: 61; 1972: 65; 1973: 46; 1974: 52; 1975:549. I risultati non tardarono ad arrivare.

Lungi dal fare una fredda contabilità, riportiamo di seguito alcuni numeri che testimoniano la diffusione popolare di massa delle attività sportive e gli ottimi risultati conseguiti. Nel 1962 i boxeur (organizzato come uno “sport disumano”10 ai tempi di Batista) erano 678, per diventare 2.147 nel 1963, 6.022 nel 1964 e ben 12.853 nel 1972. I nuotatori sono passati dai 99 del 1964 ai 20.542 praticanti del 196211. Nel 1963/64 i cestisti erano 5,335, mentre solo quattro anni dopo sotto canestro battagliavano 91.953 atleti12. Fra il 1963 e il 1975 il numero dei cubani che pratica lo sport lievita di oltre il duemila per cento: da 169.134 a 3.504.43013.

I risultati conseguiti sono confermati dall’aumento esponenziale delle medaglie nei Giochi Panamericani.

1951 a Buenos Aires: 28 medaglie (9/9/10)
1955 a Città del Messico: 13 medaglie (1/6/6)
1959 a Chicago: 10 medaglie (2/4/4)
1963 a San Paolo: 14 medaglie (4/6/4)
1967 a Winnipeg: 47 medaglie (7/16/24)
1971 a Calì: 105 medaglie (31/49/25)

L’arrivo dei tecnici stranieri ha inoltre contribuito alla creazione di una scuola tecnica autoctona e, con l’andare degli anni, la presenza di allenatori esteri è andata ad assottigliarsi e, anzi, si è creato un percorso inverso. Se nel 1970 erano sessanta i tecnici stranieri nell’Isola, nel 1992 (l’anno dello straordinario record olimpico con 14 ori, 6 argenti e 11 bronzi e Cuba al quinto posto del medagliere, dopo aver vinto il Medagliere dei Panamericani del 1991 de L’Avana, con 10 ori più degli americani14) c’era un unico tecnico straniero nella squadra olimpica (nel tiro con l’arco). Contemporaneamente erano quasi 150 i tecnici cubani che lavoravano in altri paesi del mondo.

Marco Bagozzi

NOTE
1. Juan Francisco Alvarez, Lo sport a Cuba prima e dopo la rivoluzione, in AA.VV., Sport e rivoluzione, Odradek, 2002, pag.60
2. Gianni Minà, I segreti del successo dello sport cubano, in Il Manifesto, luglio 2004
3. Cit.in Raymond Pointu e Roger Fidani, Cuba. Sport in rivoluzione, Guaraldi Acri/Uisp, 1976, pag. 26
4. Antonio Rico, Cuba e Sport. Evoluzione di una rivoluzione, By Carabba, 2016, pag. 70
5. Raymond Pointu e Roger Fidani, Cuba. Sport in rivoluzione, Guaraldi Acri/Uisp, 1976, pag. 25
6. Cit. in Giuni Ligabue e Chiara Gregoris, Pugni e socialismo. Storia popolare della boxe a Cuba, Red Star Press edizioni, 2015, pag. 26
7. Antonio Rico, Cuba e Sport. Evoluzione di una rivoluzione, By Carabba, 2016, pag. 70
8. Remo Musumeci, Lo sport, in AA.VV., Cuba. Il socialismo in America, Teti Editore, 1976, pag.114
9. Paula J. Pettavino e Geralyn Pye, Sport in Cuba.The diamond in the roug, University of Pittsburgh, 1994, pag.150
10. Juan Francisco Alvarez, Lo sport a Cuba prima e dopo la rivoluzione, in AA.VV., Sport e rivoluzione, Odradek, 2002, pag.63
11. Raymond Pointu e Roger Fidani, Cuba. Sport in rivoluzione, Guaraldi Acri/Uisp, 1976, pag. 34
12. Cuba, a cura dell’istituto Italo-latinoamericano, 1971, pag.51
13. Paula J. Pettavino e Geralyn Pye, Sport in Cuba. The diamond in the roug, University of Pittsburgh, 1994, pag.98
14. Marco Bagozzi, I giochi perfetti: gli XI Panamericani 1991 a Cuba, in Africana, 2013.

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