Nulla di nuovo, se non ciò che si conosceva già, viene fuori dal rapporto sugli squilibri macroeconomici dei paesi europei presentato dalla Commissione UE il 26 novembre scorso. Specificatamente per l’Italia, nella nota ripresa dall’Ansa si legge che gli squilibri restano “eccessivi” e la Commissione Ue proseguirà il monitoraggio dei “rischi” identificati: il debito “molto elevato”, una produttività inadeguata e scarsa competitività. “A febbraio 2015 la Commissione ha concluso che l’Italia presenta squilibri macroeconomici eccessivi che richiedevano azioni decise e un monitoraggio specifico, in particolare sul debito molto alto e la debolezza della competitività. Nella classifica aggiornata sono diversi gli indicatori che oltrepassano le soglie indicative, in particolare perdita di quote di export, debito, disoccupazione e aumento di quella giovanile […] Il calo della produttività e la bassa inflazione trattengono la riconquista della competitività  e il debito è salito nel 2014, guidato da crescita e inflazione basse, e deficit[…].La debolezza economica si riflette anche nel declino del rapporto investimenti/Pil, parzialmente guidati da un’ulteriore contrazione del credito nel 2014[…]. Le condizioni del credito infatti, nonostante alcuni miglioramenti da metà 2014, continuano a risentire della grande quantità di crediti deteriorati.[…] La disoccupazione ha avuto il suo picco nel 2014, ma resta elevata assieme a quella giovanile e quella di lungo termine. Anche gli indicatori sociali e sulla povertà sono stabili, ma a livelli preoccupanti. Per questo la Commissione trova utile, anche prendendo in considerazione l’identificazione degli squilibri eccessivi a febbraio, esaminare ancora la persistenza dei rischi macroeconomici e monitorare i progressi nell’allentamento degli squilibri”. La Commissione quindi stenderà un’analisi approfondita (“in depth review”) a febbraio 2016 per l’Italia e altri 17 Paesi Ue che presentano squilibri. Tra essi c’è anche la Germania che (guarda caso) continua ad essere sotto osservazione per il surplus troppo elevato.“Ci sono 16 paesi in questo pacchetto e sono Bulgaria, Francia, Croazia, Italia e Portogallo. Questi sono paesi dove ci sono degli squilibri eccessivi che hanno bisogno di azioni politiche decisive e un monitoraggio specifico. Poi seguono Belgio, Germania, Ungheria, Irlanda, Paesi Bassi Romania, Spagna, Slovenia, Finlandia, Svezia e il Regno Unito. Questi sono paesi dove abbiamo riscontrato degli squilibri che richiedono un livello diverso di azioni politiche e un monitoraggio se del caso”.

Risulta subito evidente in queste dichiarazioni che tra i paesi che hanno bisogno di “politiche decisive e un monitoraggio specifico”, oltre agli ormai onnipresenti Portogallo e Italia, c’è anche la Francia. Come leggiamo in un recente articolo de “Il Nord Quotidiano”, proprio giovedì 26 novembre scorso la Pole Emploi, l’agenzia francese che si occupa di disoccupazione, ha annunciato bene che 42 mila nuovi lavoratori si sono iscritti nelle liste di disoccupazione in categoria “A”, riservata a coloro che nel mese non hanno lavorato neppure un’ora. Si tratta del più forte aumento mensile della disoccupazione registrato dal gennaio del 2013. Includendo i Territori d’Oltremare, il paese si avvicina persino alla barra psicologica negativa dei 4 milioni di senza-lavoro, con 3.851.000 iscritti nella categoria “A” di Pole Emploi.  La situazione economica grave, oltre ai problemi legati al terrorismo e all’immigrazione, stanno spingendo l’elettorato francese verso il Front National di Marine Le Pen, che viene dato dai sondaggi al 40% ed è il favorito per la vittoria alle elezioni regionali dei prossimi giorni. Sarà anche per questo che, dopo gli attentati di Parigi, il Premier Manuel Valls si era affrettato a dichiarare che la Francia avrebbe sforato il limite del deficit al 3% per aumentare i fondi alla sicurezza nazionale.

Da un certo punto di vista, anche se di sforare i parametri del deficit non ne vuole proprio sapere,  la stessa scusa del terrorismo l’ha utilizzata il nostro Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che in una recente intervista al Corriere della Sera ha rivisto al ribasso le stime di crescita dell’Italia per il 2016: “Il clima seguito ai terribili fatti di Parigi è negativo e questo potrà avere effetti sulla ripresa. Ma gli italiani hanno la corretta percezione che stiamo uscendo dalla crisi. E questo conta molto, sia per la fiducia sia per l’economia. […] L’incremento dello 0,9% non è un obiettivo, è una previsione. E quando si fa una previsione c’è sempre il rischio di doverla rivedere al rialzo o al ribasso. Non dimentichiamoci che influisce anche un rallentamento delle economie di altri Paesi, cominciato ben prima degli attentati.“

In pratica in queste dichiarazioni Padoan afferma che se ci saranno da aumentare i fondi per la sicurezza nella nuova legge di Stabilità, questi non verranno trovati sforando i parametri del deficit come si può permettere di fare la Francia, ma verranno trovati riducendo altri fondi previsti, magari, perché no, le già poche risorse che erano state destinate al sud.

Proprio questi giorni infatti l’Istat ha pubblicato i dati economici riferiti alle varie regioni italiane e al divario nord-sud. Il Pil per abitante nel 2014 è di 32.500 euro nel Nord-ovest, mentre nel Mezzogiorno è inferiore del 43,7% e pari a 17.600 euro. Nel Nord-est il Pil procapite si attesta a 31.400 euro nel Centro a 29.400. il divario nord-sud si ampia rispetto al 43,2% del 2013. Il Pil è in crescita in Valle d’Aosta, Lazio (+1,4% per entrambi), in Molise (1%), Marche, Veneto, Basilicata e Calabria. Il Lazio è anche la regione che vede la maggiore crescita dell’occupazione (+3%), seguito da Basilicata, Molise e Marche. Il calo peggiore è invece in Puglia (-2,1%). Le riduzioni maggiori del Pil contraddistinguono infine Abruzzo (-2,5%), Campania (-1,8%) e Friuli Venezia Giulia (-1,3%). Contrazioni elevate colpiscono anche Sicilia, Lombardia, Toscana e Umbria (per tutte e quattro -0,9%).

I dati su base nazionale, invece, dicono che nel mese di ottobre cala la disoccupazione: -0,5% su base mensile, attestandosi all’11,5%. Ma se si va ad analizzare meglio il dato si scopre tuttavia che: calano ancora sia gli occupati (-0,2%, -39mila) sia gli inattivi (-0,2%, 32mila persone in più che hanno smesso di cercare lavoro). Quindi il tasso di disoccupazione cala solo grazie a coloro che hanno smesso di cercare lavoro: gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono 14 milioni (36,2%). Inoltre, tra i pochi che riescono a trovare lavoro, circa il 90% è over 50.

I giovani sono costretti ad emigrare: il report sulle migrazioni internazionali e interne rileva che in cinque anni il numero degli italiani emigrati è più che raddoppiato. Gli italiani che hanno deciso di trasferirsi in un Paese estero sono aumentati dell’8,2% nel 2014 rispetto al 2013 e più che raddoppiati rispetto a cinque anni prima. Le principali mete di destinazione per gli italiani che hanno lasciato il Paese nel 2014 sono la Germania, il Regno Unito, la Svizzera e la Francia.

Non sarà certo dunque un decimale di stima in più o in meno che cambierà le sorti della crisi economica nel nostro paese. Anzi, i dati su base europea dicono che l’Italia farà meglio soltanto di Grecia e Finlandia. Sì, proprio la Finlandia rischia di essere il nuovo malato d’Europa, dopo il caso greco. Citiamo dal Sole 24 Ore: “Dopo la Grecia, la Finlandia: il paese nordico rischia di diventare il nuovo grande malato della zona euro sotto il peso della crisi economica prima, e della guerra in Ucraina, dopo. Il paese che quest’anno ha infatti segnato la peggiore performance economica in Europa dopo quella ellenica segnando una flessione del PIL dello 0,6% nel terzo trimestre, con il rischio di chiudere l’anno in recessione per il quarto anno consecutivo. Dal 2008 Helsinki ha bruciato il 6% del PIL, peggio ha fatto solo l’Italia perdendo l’8%. Un risultato che stupisce quello della Finlandia, Paese il cui debito sovrano gode ancora del raro riconoscimento della tripla A di rating, con un debito pubblico in rapporto al PIL relativamente modesto al 62% e considerato dal World Economic Forum tra le prime 10 economie al mondo”.

La situazione in Finlandia è così critica che già nel paese scandinavo stanno pensando di abbandonare la zona Euro. La Finlandia era uno di quei paesi che all’inizio era considerato un esempio per gli Stati del sud Europa, con un debito pubblico misero, un paese che aveva fatto “le riforme”, uno dei primi della classe insomma. Eppure la Finlandia è in crisi nera e il prossimo anno rischia il “Fixit”. Per chiunque volesse approfondire il caso finlandese, vi rimandiamo ad un post dedicato nel blog di Alberto Bagnai, datato, leggete bene, 2 gennaio 2014.

Insomma, non servono certo mere analisi sugli squilibri per comprendere che l’Eurozona non è un’area valutaria ottimale e che una volta unite le economie dei vari paesi aderenti tramite una moneta unica si verificheranno squilibri che aumenteranno sempre di più le divergenze a favore di alcuni e a discapito di altri. E come pensano di risolvere questi problemi strutturali gli esperti maistream se non sono possibili né flessibilità dei cambi e né trasferimenti monetari? Ovviamente facendo “le riforme”: privatizzazioni, smembramento del Welfare e svalutazione salariale. Attenzione dunque, le recentissime dichiarazioni del Ministro Poletti e la seguente polemica che è nata sulla necessità di legare i nuovi contratti di lavoro non sulle ore, ma ai risultati (come i contratti a progetto per intenderci) non sono frutto di un errore, ma sono intenzioni vere, come lo è quella di privatizzare le ferrovie dello Stato.

Tuttavia, il caso finlandese dimostra che neanche la scelta di essere i primi della classe e di fare sempre i compiti a casa porta necessariamente i risultati sperati. Il rischio è quello di trovarci presto o tardi fuori dall’Eurozona con una situazione economica da Terzo Mondo. Che l’Unione Europea sia destinata a finire non lo diciamo certo noi, ma il più importante giornale della finanza mondiale, il Wall Street Journal.

Marco Muscillo

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