L'avvocato cinese Wang Quanzhang, implicato nella setta Falun Gong (Foto BBC).

Un’agenzia ANSA pubblicata lo scorso 26 dicembre è stata ben presto rilanciata da vari giornali online italiani, tra cui il popolare BresciaOggi. L’argomento, come al solito, fa facilmente presa sui sentimenti sinofobi o comunque pregiudiziali e sospettosi di una buona parte dell’opinione pubblica nei confronti della Cina, e verte neanche a farlo apposta sulla complessa e frequentemente ripescata tematica dei “diritti umani”.

Apprendiamo infatti da questa ANSA che proprio negli ultimi giorni sarebbe iniziato il processo contro Wang Quanzhang, “noto avvocato attivista dei diritti umani”, e soprattutto “accusato di sovversione nei confronti dello Stato per aver difeso la setta di meditazione Falun Gong”. Sempre secondo l’ANSA, che riporta fonti FTL-RP, in tale occasione una ventina di poliziotti in borghese avrebbe circondato il Tribunale di Tianjin, dove viene ospitato il processo, allo scopo d’impedirne l’ingresso a giornalisti, diplomatici e sostenitori (non si sa bene, però, se sostenitori dell’avvocato in sé o piuttosto della famosa setta fondata da Li Hongzhi).

Sempre secondo l’articolo la moglie di Wang, Li Wenzu, avrebbe testimoniato che agenti di pubblica sicurezza di Pechino le avrebbero impedito d’uscire di casa per recarsi a Tianjin ad assistere al processo del marito. Anche questo dato, come quello riportato precedentemente, appare piuttosto incongruo: innanzitutto in uno Stato che calpesta i diritti umani ben difficilmente la moglie di un incriminato sotto processo potrebbe facilmente rilasciare dichiarazioni a mezzo stampa, a maggior ragione se poi tali dichiarazioni avessero la possibilità di venir propagate a livello internazionale. Tutto ciò fa pensare che i poliziotti disposti intorno alla casa, se davvero vi erano, fossero stati mandati là per delle misure cautelari, a tutela della donna stessa, anziché repressive od intimidatorie.

Anche per quanto riguarda i venti poliziotti in borghese intorno al Tribunale di Tianjin, la cosa appare piuttosto fumosa: è inevitabile che intorno ad un edificio pubblico, a maggior ragione se in occasione di particolari situazioni come un processo del genere, vi sia una presenza rafforzata di uomini della pubblica sicurezza. Non si comprende, perciò, perché tale provvedimento dovrebbe indicare che siamo in presenza di uno Stato repressivo; ed ancora, quali elementi avrebbero in mano i reporter presenti sul posto, se effettivamente ve ne erano, per poter asserire che quegli uomini in borghese fossero davvero agenti della pubblica sicurezza? Inoltre, chi sarebbero le persone che dovevano tener lontane dall’edificio? Si parla non soltanto di giornalisti e sostenitori, ma persino di diplomatici: quali? La presenza di un diplomatico estero in una situazione del genere, riguardante la vita giudiziaria di un paese, implicherebbe automaticamente una vera e propria ingerenza politica, un comportamento dunque molto grave per il quale il governo di Pechino dovrebbe provvedere inoltrando note diplomatiche ai governi e ai paesi interessati, così come chiedendo la convocazione dei rispettivi ambasciatori. Ma non risulta che ciò sia avvenuto, almeno finora.

Sappiamo in ogni caso che Wang Quanzhang, sempre secondo l’ANSA di cui facciamo menzione, sarebbe stato arrestato nel 2015, addirittura “durante un’operazione di repressione a livello nazionale” costata la libertà a “più di 200 attivisti per i diritti umani”, e che addirittura finora sarebbe rimasto chiuso in carcere “senza poter incontrare la famiglia e i suoi avvocati”. Di ciò, in ogni caso, la britannica BBC, nota per le sue scarse simpatie verso Pechino, non fa assolutamente alcun riferimento, limitandosi molto più genericamente, e quindi senza fornire prove sostanziali in merito, a parlare di “un segnale di crescente intolleranza verso il dissenso sotto il Presidente Xi Jinping”. In questo senso il giornalismo anglosassone resta maestro rispetto a quello italiano, dato che l’autore dell’articolo ben si guarda dal prendersi la responsabilità di rilasciare qualsivoglia dichiarazione od interpretazione a titolo personale, preferendo invece riportare molto più semplicemente le singole dichiarazioni di Amnesty International, sulla cui credibilità sempre in meno sono ormai disposti a scommettere, e dell’attivista svedese Peter Dahlin, noto compagno di lotta di Wang Quanzhang.

La questione giudiziaria e politica di Wang Quanzhang, del resto, ben s’intreccia con gli interessi inglesi e pertanto occidentali in genere nei confronti della Cina, che hanno avuto in tempi recenti una prova dichiarata nel sostegno e nelle simpatie di Londra verso la “Umbrella Revolution” di Hong Kong. In quell’occasione un tentativo di “rivoluzione colorata” nel cuore di Hong Kong, basato su un piccolo gruppo fortemente filo-britannico, si scontrò con l’ostilità della maggior parte della popolazione locale, non ultimo dei suoi lavoratori e dei suoi operatori economici, fedeli alla Madrepatria cinese. Alla fine tutto si spense, finendo con l’avere più eco in Occidente che a Hong Kong e nel resto della Cina; ma a Londra, come a Washington e a molte altre cancellerie ed organizzazioni politiche e mediatiche occidentali, tale smaccò non andò giù.

Ed infatti, come riportato dal sito AsiaNews, apprendiamo che un gruppo di venti avvocati di Hong Kong avrebbero mandato una lettera aperta al Presidente Xi Jinping, appellandosi per la libertà di Wang Quanzhang. Parliamo, in totale, di venti legali riuniti in due associazioni diverse, la Bar Association e la Law Society, ben facilmente intuibili per la loro vicinanza alla vecchia potenza coloniale inglese, e questo in una città di 7,4 milioni d’abitanti dovrebbe già dirci tutto. Tra l’altro, nell’articolo riportato, il numero degli avvocati all’interno del famoso gruppo dei 709 arrestati dal 9 luglio 2015 sale da 200 a 300, e tutto questo ci conferma quanto imprecisi e tendenziosi siano certi dati che pure vengono riportati con enfasi per far passare l’idea della Cina come del nuovo “totalitarismo del XXI Secolo”.

Nell’articolo si può leggere chiaramente che “Molti degli avvocati arrestati – almeno il 50% – sono cristiani (protestanti e cattolici) che usano le strettoie della legge cinese per difendere comunità, sacerdoti e pastori dai soprusi delle autorità locali. Diversi di loro hanno difeso le comunità del Zhejiang durante la campagna di distruzione delle croci. Wang Quanzhang, ad esempio, nella sua carriera ha difeso membri del movimento spirituale Falun Gong, considerata illegale, e contadini a cui era stata requisita la terra”.

In sostanza è una confessione, un’autoaccusa. Sappiamo molto bene quali siano gli equilibri in atto fra Vaticano e Cina popolare in merito alla questione della Chiesa cattolica presente nel paese, con un ormai storico dualismo fra una Chiesa riconosciuta dallo Stato ed una Chiesa dissidente che invece guarda a Roma e che all’interno della Cina si muove come un vero e proprio corpo estraneo, non di rado suscettibile di fornire situazioni di destabilizzazione sociale e politica. Sappiamo inoltre che il processo di riavvicinamento di queste due Chiese, che dovrebbe concludersi con una piena normalizzazione dei rapporti fra Pechino ed il Vaticano, ha conosciuto spesso numerosi intoppi ed ostacoli, soprattutto da parte di alcuni membri delle gerarchie vaticane e di altre forze esterne, occidentali, come alcuni settori politici inglesi e statunitensi. Il bello è che sono poi settori di paesi che, con la Chiesa di Roma, hanno continui scontri, dove la questione dei preti o dei vescovi pedofili è solo la punta dell’iceberg.

In tutta questa situazione, in tempi ormai neanche più tanto recenti, si sono inseriti anche altri gruppi “outsider” come ad esempio la Chiesa di Dio Onnipotente, un’altra setta nata nel vasto mondo cinese ma che ben presto ha conosciuto larga diffusione anche in Occidente. Teoricamente sull’esistenza di un simile attore terzo, la Chiesa di Roma e le autorità di Pechino dovrebbero concordare nel vederlo come un nemico comune, da affrontare pertanto insieme; invece, sempre per l’azione di alcuni membri “a latere” della gerarchia vaticana e di parte dei settori politici occidentali, spesso si preferisce lasciar agire questa setta pseudo-cristiana in funzione anti-cinese, magari allo scopo d’incrementare il proprio potere negoziale con la Cina popolare. Quando, dunque, si parla di cristiani in Cina, cattolici o protestanti che siano, bisogna sempre ricordarsi di questi equilibri, non proprio così simmetrici o lineari come si vorrebbe descriverli nella maggior parte degli articoli diffusi in giro.

In una tale situazione, dunque, è piuttosto facile per “esperti”, “attivisti dei diritti umani”, “analisti” e “giornalisti” far credere ciò che vogliono sulla Cina ad una quota rilevante del pubblico italiano, del resto quasi del tutto impreparata e rovinata da enormi pregiudizi e vuoti culturali ed analitici che spesso ben dimostra anche su altre questioni, dalla Russia al Sud America, dall’Africa al Medio Oriente, senza parlare poi della stessa Europa. Non è dunque difficile, a questo punto, muovere a proprio piacimento e quindi anche ingannare molte persone, già mobilitate da anni d’avversione militante verso la Cina in quanto colpevole d’essere, a seconda che la si veda da destra o da sinistra, “comunista” o “capitalista”, ed in ogni caso “paese oppressore dei poveri tibetani, ed usurpatore del povero Dalai Lama”: naturalmente sempre tutto a base di luoghi comuni che di realistico hanno ben poco, per non dire proprio nulla. In un simile quadro, chiunque abbia conti in sospeso con le autorità di Pechino non può che trarne vantaggio: tra questi, in primo luogo, proprio sette e gruppi pericolosi come quelli che abbiamo citato, Falun Gong in primis.

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