Mariano Rajoy

Rajoy sarà di nuovo primo ministro: la lunga paralisi politica durata oltre dieci mesi sta per concludersi, a quattro mesi dalle ultime elezioni di giugno, con la formazione di un governo di minoranza guidato ancora da Mariano Rajoy e dal suo Partito Popolare, che governerà con l’appoggio di Ciudadanos e l’astensione dei socialisti. Re Felipe VI ha incaricato Rajoy di formare il governo e incassare la fiducia del parlamento tra il 30 e il 31 ottobre, termine ultimo per scongiurare l’eventualità di elezioni anticipate.

La svolta arriva grazie al travaglio interno del PSOE, reduce da sconfitte elettorali che lo hanno portato ai minimi storici e dilaniato dalla lotta tra le varie anime del partito. I “baroni” del partito, guidati dalla governatrice dell’Andalusia Susana Diaz avevano infatti costretto alle dimissioni il segretario Pedro Sanchez, contrario ad oltranza a qualunque tipo di accordo e di desistenza con il Partito Popolare, con il rischio di portare il Paese alle terze elezioni politiche nel giro di un anno.

I socialisti si trovavano quindi di fronte a un bivio: permettere la nascita di un governo Rajoy, senza parteciparvi direttamente ma dovendo comunque accordarsi di volta in volta per tenere in vita il governo, o correre verso le elezioni anticipate, con il rischio di subire un’altra sconfitta e stavolta di venire superati da Podemos come primo partito di sinistra.

Alla fine la dirigenza del partito, messo da parte Sanchez, ha optato per la prima scelta, e così nella seconda votazione delle Cortes l’astensione dei deputati socialisti farà in modo che Rajoy avrà i voti favorevoli necessari (circa 170 su 350) per formare un esecutivo composto dal Partito Popolare e da Ciudadanos; nel sistema spagnolo infatti l’astensione favorisce il governo, poiché nella seconda votazione, quella definitiva, basta che i sì al governo superino i no, senza contare le astensioni.

I socialisti catalani e baschi che possono contare su un piccolo drappello di deputati, però, hanno già fatto sapere di voler votare contro e quindi di non rispettare la disciplina di partito, ritenendo inaccettabile scendere a patti con Rajoy, giudicato anche “corrotto”. Dal canto suo Sanchez ha lanciato un chiaro avvertimento alla dirigenza socialista, specificando in un tweet di voler vedere presto un PSOE alternativo ed autonomo dal PP: cosa che probabilmente non avverrà prima di molti mesi, almeno fino all’anno prossimo, quando il partito terrà il congresso per eleggere un nuovo segretario.

La strada per il secondo governo Rajoy è dunque spianata ma non priva di incognite. Il nuovo esecutivo sarà necessariamente costretto a costanti tira e molla per assicurarsi la desistenza dei socialisti, in particolare nei passaggi chiave dell’azione di governo, per esempio la legge di bilancio, che sarà uno dei primi banchi di prova per la nuova maggioranza.

Il leader di Podemos, Pablo Iglesias, ha giustamente osservato che con questa situazione nasce il primo governo di “grande coalizione” in Spagna e si prepara ad essere la prima opposizione in parlamento. Tecnicamente non si tratta di un governo di larghe intese su modello di quello tedesco, tuttavia è innegabile che il PSOE non potrà votare contro i provvedimenti del governo senza il rischio di farlo cadere: quindi la volontà sbandierata dai socialisti di rimanere all’“opposizione” si ridurrà a poca cosa, visto allo stesso tempo assicurano che garantiranno la governabilità del Paese per “senso di responsabilità”, un atteggiamento sottolineato anche da Rajoy che stavolta dovrà impegnarsi maggiormente nel dialogo tra i vari partiti per evitare rotture.

Rajoy aveva già trovato da mesi l’accordo con Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, con cui aveva concordato un programma di centrodestra consistente in 150 riforme da approvare durante la legislatura. Il PSOE avrà quindi la responsabilità di garantire il buon andamento della legislatura, ma anche Rajoy ha nelle sue mani la possibilità di ricattare il PSOE con la minaccia di elezioni anticipate qualora fosse inevitabile: in questo caso quasi sicuramente il Partito Popolare riuscirebbe a restare il primo partito, mentre i socialisti ancora senza guida potrebbero anche essere superati da Podemos, che infatti adesso si propone come l’unica forza alternativa al sistema. Con il nuovo governo che sta per prendere il via, però, nuove elezioni non sarebbero possibili prima di maggio dell’anno prossimo.

L’impressione è che comunque il vecchio sistema rigidamente bipartitico spagnolo sia definitivamente tramontato. Curiosamente, ma non troppo, gli oltre trecento giorni di vuoto governativo a Madrid non hanno avuto ripercussioni sulla situazione economica del Paese che è rimasta stabile (e con questo s’intende, per esempio, una disoccupazione al 26%, con quella giovanile che sfiora il 60%…). D’altronde anche il Belgio rimase per più di cinquecento giorni senza un governo tra il 2009 e il 2010, con un’economia che continuò a crescere.

Questi due esempi servono a smentire la narrazione di analisti e speculatori finanziari che spesso minacciano le peggiori sciagure nel caso in cui un Paese risulti “instabile” se non vi è un chiaro vincitore nelle elezioni e quindi la democrazia parlamentare debba prendersi i suoi tempi e i suoi spazi (nel caso spagnolo poi vi era una totale disabitudine a gestire un panorama partitico così frammentato e preda di veti incrociati). Questo discorso è ancor più valido se si pensa che, come ebbe a dire Mario Draghi tempo fa, nei Paesi dell’UE le “riforme” che contano vanno avanti con il “pilota automatico”, senza badare al colore politico dei governi e ai risultati delle elezioni.

La Spagna di Rajoy non fa eccezione a questa regola e, per non incorrere nelle ire dei contabili di Bruxelles, dovrà, come ha fatto negli ultimi anni, continuare a seguire le direttive imposte dai trattati e dalle manovre decise in sede europea. C’è anche da dire che nell’Europa post-Brexit anche l’UE ha dovuto concedere alla Spagna (e al Portogallo) una maggiore flessibilità, ritirando le sanzioni che erano state precedentemente comminate ai governi di Madrid e Lisbona.

La motivazione ufficiale è stata che i due Paesi iberici hanno comunque mandato in porto “enormi” riforme strutturali. In realtà l’Unione non può più permettersi di aprire in continuazione nuovi fronti con i Paesi considerati da sempre gli anelli “deboli” della catena.

Giulio Zotta

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