strage di pizzolungo, 2 aprile 1985

Sul luogo della strage c’è una stele che domina e lascia sgomenti.
E che recita così: “Rassegnati alla morte non all’ingiustizia le vittime del 2-4-1985 attendono il riscatto dei siciliani dal servaggio della mafia. Barbara, Giuseppe e Salvatore Asta”.

Già, perché questa è una storia per nulla dissimile a tante raccontate altre volte. E non è un caso. Quando c’è di mezzo la potentissima criminalità organizzata e vittime innocenti che hanno avuto soltanto la colpa di trovarsi al posto sbagliato nel momento meno opportuno. Poco importa se sono donne, bambini, o addirittura entrambi, come in questo caso. Barbara Rizzo, 30 anni. Salvatore e Giuseppe Asta, due gemellini di sei anni.

“Colpevoli” di aver effettuato un sorpasso quando non dovevano farlo. Quando stava per esplodere un’autobomba sulla strada statale di Pizzolungo, nel trapanese, che avrebbe dovuto uccidere un (altro) magistrato, Carlo Palermo, uno degli ultimi arrivati nella martoriata Sicilia della metà anni ’80. Che non era solo falcidiata e dilaniata dai cadaveri eccellenti e non di Palermo lasciati da Salvatore Riina e compagni. E Barbara, Salvatore e Giuseppe attendono ancora piena giustizia. Perché gli esecutori materiali non sono ancora dietro le sbarre.

È il 2 aprile 1985. Mattina piovosa a Trapani e dintorni. Il dì in cui la Mafia locale decide di ammazzare Carlo Palermo. Chi è costui? Avvocato, magistrato campano, si segnala per la sua attività di contrasto alla droga tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 a Trento, dove è sostituto procuratore. Per i suoi notevoli risultati, ma anche in seguito ad alcuni contrasti con l’allora leader del Partito socialista Bettino Craxi, chiede di essere trasferito a Trapani per continuare quanto fatto in Trentino.

Appena mette piede nella Regione più grande d’Italia, la criminalità lo accoglie per bene. Una telefonata minacciosa: “Il regalo è pronto, tra poco glielo consegneremo”. E la data scelta per il recapito è appunto il 2 aprile. Il regalo sarà un’autobomba piazzata sulla strada provinciale che attraversa Pizzolungo. Sono da poco passate le 8.30 di quella terribile mattina. Il magistrato è in viaggio da Bonagia al palazzo di giustizia di Trapani, a bordo di una 132 blindata. A portata di tritolo, insomma.

Ma tra quella vettura e l’auto carica di tritolo vi era un’altra utilitaria, una Volkswagen Scirocco, con a bordo una donna e due bambini. La ferocia di Cosa Nostra non si ferma e colpisce ugualmente. L’autobomba esplode, ma l’esito non è di quelli previsti perché l’auto fa da scudo alla blindata del magistrato, che resta solo ferito. I corpi di Barbara Rizzo, di Salvatore e Giuseppe Asta finiscono a centinaia di metri di distanza, dilaniati dall’esplosione. Palermo invece rimane illeso insieme agli agenti della scorta: Rosario Maggio, Antonino Ruggirello, Salvatore La Porta e Raffaele Di Mercurio.

A 33 anni di distanza e dopo un numero incalcolabile di indagini, udienze processuali, testimonianze di collaboratori di giustizia, abbiamo solo Baldassarre di Maggio e Vincenzo Madonia condannati all’ergastolo. Ma non come esecutori materiali della strage. Quelli nessuno sa chi siano, ancora.

L’unica sopravvissuta della famiglia, Margherita Asta, attualmente è un’attivista di Libera, e qualche anno fa ha scritto un libro sulla vicenda dal titolo: “Solo con te in un futuro aprile”.

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