Era dal 2010 che l’Australian Labor Party (ALP) non riusciva a vincere le elezioni federali. Dal 2013 in poi si erano infatti succeduti governi di destra guidati dal Liberal Party of Australia in coalizione con altre forze di centro-destra, in particolare il National Party of Australia (NPA), come nel caso dell’ultimo esecutivo guidato da Scott Morrison. Il 21 maggio, però, le urne hanno dato ragione al Partito Laburista guidato da Anthony Albanese, di origini pugliesi.

I laburisti hanno infatti conquistato la cruciale maggioranza alla House of Representatives, la camera bassa del parlamento federale australiano, dove la formazione di centro-sinistra ha ottenuto 75 seggi sicuri contro i 57 della coalizione guidata dai liberali del premier Morrison. Su scala nazionale, però, i laburisti hanno in realtà ottenuto meno voti dei principali avversari, con il 32,84% dei consensi contro il 35,69% dell’alleanza di centro-destra.

Inoltre, i laburisti non dispongono ancora della maggioranza assoluta, visto che i seggi della House of Representatives sono 151, ma è probabile che riescano a conquistare almeno uno dei sette seggi che ancora non sono stati assegnati. Nel peggiore dei casi, il nuovo governo di Anthony Albanese potrebbe ricevere manforte da alcuni dei dieci deputati indipendenti.

Le elezioni prevedevano anche il rinnovamento di 40 dei 76 seggi del Senato. Nonostante il netto incremento, con almeno undici nuovi scranni conquistati, al momento i Laburisti vengono dati in svantaggio rispetto alla coalizione di centro-destra, disponendo di 21 seggi contro 29, ma restano ancora quattordici scranni da assegnare. Da notare la storica performance della lista ecologista degli Australian Greens, che si impone come terza forza politica del Paese, assicurandosi almeno nove senatori con più del 13% dei consensi.

La stampa internazionale ha descritto la vittoria laburista come una “svolta” che pone fine a nove lunghi anni di governi di destra. Certamente, i risultati delle urne mostrano che gli australiani hanno respinto le politiche impopolari portate avanti dal governo Morrison, che si è orientato sempre più a destra, ma allo stesso tempo sappiamo che i laburisti non hanno politiche che si discostino di molto da quelle degli storici rivali.

Il Communist Party of Australia (CPA) ha denunciato l’americanizzazione delle elezioni australiane, divenute un circo mediatico nel quale vengono esacerbate le sfide tra individui più che tra idee e programmi: “Le due questioni che rappresentano una minaccia esistenziale per la sopravvivenza dell’umanità – il cambiamento climatico e la guerra nucleare – hanno ricevuto poca attenzione durante la campagna elettorale”, spiega Anna Pha nel suo articolo. In politica estera, tanto i liberali quanto i laburisti perseguono una politica di allineamento nei confronti di Washington, sostenendo il bellicismo degli Stati Uniti e la corsa al riarmo nella regione del Pacifico.

Non presentatosi alle elezioni, il Partito Comunista ha individuato negli Australian Greens l’unica forza politica progressista tra le liste presenti sulla scheda elettorale: “Di tutti i partiti e gli indipendenti che candidati alle elezioni, gli Australian Greens hanno le politiche più progressiste oltre alle loro politiche ambientali e all’impegno nella lotta al cambiamento climatico. […] Chiedono un piano formale e legislativo per ridurre le emissioni dell’Australia del 75% entro il 2030 e eliminare gradualmente carbone e gas”. Inoltre, gli ecologisti “sostengono i diritti sindacali tra cui il diritto di sciopero, Medicare con l’inclusione della salute dentale, i servizi di proprietà pubblica, i diritti degli indigeni e i diritti delle donne, per citarne alcuni”.

Secondo l’analisi dei comunisti australiani, “il sistema elettorale in Australia non è molto democratico. Esso funziona per mantenere il sistema “bipartitico”, garantendo virtualmente il governo ai laburisti o ai liberali”. Il CPA propone invece una riforma radicale del sistema politico australiano al fine di renderlo maggiormente rappresentativo delle volontà del popolo, anziché favorire unicamente i due partiti principali, che dispongono di risorse economiche molto più ingenti rispetto alla concorrenza.

Al contrario di quello che accade in Europa, il sistema elettorale australiano, come quello degli USA, non prevede leggi che garantiscano la par condicio, il che significa che chi ha dalla sua una maggiore disponibilità economica può ottenere visibilità decisamente superiore nel corso delle campagne. I comunisti australiani chiedono invece che vengano stabiliti dei tetti alle spese massime che i partiti possono effettuare in campagna elettorale, e che venga garantita per legge la parità di esposizione mediatica tra le forze politiche.

Inoltre, il sistema elettorale australiano risulta molto complicato, prevedendo che gli elettori esprimano un ordine di preferenza piuttosto che una preferenza singola, e svantaggia determinati partiti avvantaggiandone altri. Ad esempio, ricorda ancora l’articolo di Anna Pha, “alle elezioni federali del 2019, i Verdi hanno ottenuto il 10,4% dei voti primari alla Camera dei Rappresentanti, ma hanno conquistato solo un seggio su 151”, mentre “il Partito Nazionale con il 4,5% ha ottenuto dieci seggi”. Al contrario, il CPA chiede che venga istituito un sistema proporzionale che permetta al parlamento di rappresentare effettivamente il voto popolare.

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