Disastro ferroviario di Contigliano

Tutti ricordiamo e abbiamo ben in mente le immagini di quell’aereo che va a schiantarsi sulle colline torinesi. Era il 4 maggio 1949, e a bordo c’era la squadra più forte d’Italia e, probabilmente, dell’intero Continente. Il Grande Torino, che rientrava da una partita amichevole in Portogallo. Quel volo di ritorno ha messo fine a vita, sogni, storie di quella compagine granata, la cui memoria, però, resta inscalfibile. Anni prima, però, c’è stata un’altra sciagura assai simile in quel di Contigliano. Simile perché ha segnato le gesta e il fato di un’altra formazione di calcio, che sicuramente non aveva alzato Scudetti, militava in serie minori, ma stava scrivendo le proprie pagine importanti di storia. In effetti, poi, purtroppo, mai più raggiunta. È l’A.S. L’Aquila, neopromossa in serie B, come mai era successo prima. E mai più accadrà dopo. Messa ko non da un aereo, ma da uno scontro tra due treni. Una Superga prima di Superga, insomma.

Il calendario segna questa data: 3 ottobre 1936. Pienissima età fascista, e in cui tutto, grazie alla immensa propaganda di regime, ci hanno fatto credere che era perfetto. Anche viaggiare sui mezzi che andavano sulle rotaie. Ma proprio quel dì ha dimostrato che nulla può essere (mai) tale.

L’orologio segna qualche minuto prima delle 10 e, all’altezza di Contigliano, non distante da Rieti, succede che la cosiddetta “littorina” partita da Sulmona e con capolinea a Terni ha un violentissimo scontro frontale con un treno postale, arrivante dalla parte opposta, e sullo stesso binario. Perché era l’unico su cui si poteva fare il percorso, ovviamente. La tragedia è immediata. Almeno 15 le vittime e quasi tutti i passeggeri della littorina, una settantina, gravemente feriti.

E, forse non c’è neanche bisogno di dirlo, su quel convoglio diretto a Terni viaggiava la squadra di calcio aquilana, praticamente decimata, tra morte di calciatori, allenatore, massaggiatori e due dirigenti. Si è salvato, in pratica, solo chi non era a bordo di quel maledetto treno, e quindi due squalificati e un altro portiere che, causa sveglia tardi, non ha preso parte alla trasferta. Già, la trasferta, perché la compagine rossoblù era diretta a Verona per la partita domenicale di Campionato. Chi è rimasto ferito, invece, ha riportato pesanti conseguenze fisiche e la gran parte di loro non ha mai più fatto ritorno in campo.

La Federazione italiana gioco calcio, davanti a una tragedia così, ha proposto alla società la salvezza d’ufficio, pur senza disputare le rimanenti partite del torneo cadetto, dove gli aquilani stazionavano ormai da tre stagioni, ma il presidente della società ha rifiutato, continuando con prestiti gratuiti di giocatori da altre squadre, con le riserve e tesserando nuovi calciatori, non riuscendo a evitare la retrocessione.

Quella stagione, 1936-1937, è stata l’ultima nella quale nella città abruzzese si è respirata aria di calcio di un certo livello.

Ma cosa è stato a causare lo scontro mortale? Sicuramente un errore umano, più difficile capire di chi. Del capostazione di Rieti? Di quello di Contigliano? Dei due macchinisti?

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