Un interessantissimo articolo pubblicato sul sito del Manifesto ripercorre la storia del credito cooperativo fin dalle sue origini anarchiche, con l’esperimento della “Banca del Popolo” di Pierre-Joseph Proudhon, nel tentativo di costruire un sistema non più dominato dall’interesse,  che è alla base del sistema capitalistico, ma una nuova  Istituzione creata e gestita dagli stessi lavoratori, i quali sarebbero stati loro stessi a domare e dominare il capitale e, successivamente, a costituire una nuova organizzazione che potesse sostituirsi allo Stato. Nel bellissimo articolo che abbiamo menzionato, possiamo leggere alcuni passaggi interessanti:

“Qui l’imprenditore che cerca un finanziamento incontra direttamente la domanda (composta da altri associati/produttori di materie prime, strumenti, o servizi), che gli forniranno i mezzi di cui ha bisogno. A questi la Banca rilascerà delle “lettere di scambio”, un buono convertibile a vista dal banco con altre merci o servizi. È un sistema di “socialismo del credito” fondato sulla disponibilità dei produttori e dei consumatori di scambiare i propri beni e servizi senza desiderio di speculazione. I soci non hanno un ritorno economico sulla cessione temporanea, ma un prodotto, così il credito non è più un prestito ma uno scambio: «Fare credito, sotto il regno monarchico dell’oro, vuol dire prestare – fare credito, nel segno repubblicano del buon mercato, vuol dire scambiare» “

L’articolo poi ci dice che, anche se l’esperimento proudhoniano fallì dopo 5 mesi, la sua esperienza servì poi per altri esperimenti successivi , che interessarono anche le nostre città italiane grazie all’opera di Luigi Luzzati, che permise la nascita delle Banche popolari di Lodi e di Milano. Le banche del credito cooperativo, sono istituti di credito nati per favorire la comunità circostante, legati a un determinato territorio e che hanno fatto la loro fortuna assieme a quella degli imprenditori e degli artigiani di quel medesimo territorio.

Possiamo riscontrare delle analogie tra il pensiero proudhoniano sulla Banca Popolare con quello che manifesterà più avanti il poeta Ezra Pound, il quale intuiva già negli anni ’30 del secolo scorso, che il mondo contemporaneo  sarebbe stato caratterizzato da una lotta continua e incessante fra l’usura (una “tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività, e sovente senza riguardo persino alla possibilità di produrre” si legge nella nota al canto “Contro l’usura”, tratto da  “La quinta decade dei cantos”) e il lavoro, una lotta combattuta soprattutto con l’arma dell’interesse. Pound andò a studiarsi nell’Archivio Statale di Siena, gli antichi statuti del Monte dei Paschi di Siena, una banca sorta alla fine del 1400 con lo scopo di offrire prestiti a interesse moderato e sostenere il piccolo commercio e la piccola impresa, e le famiglie in difficoltà, in modo da garantire il benessere dell’intera comunità senese. Siamo nel 1472, alle soglie del Rinascimento, in un’epoca che molti storici hanno definito “proto-capitalistica” e in una regione, la Toscana, dove la grande e ricca borghesia non ostentava affatto le proprie ricchezze e ben presto avrebbe reclamato per sé (comprandoseli) diritti di nobiltà. Già allora si sentiva il bisogno di istituire un accesso al credito più favorevole per “le piccole realtà”, le quali, senza alcun aiuto, non sarebbero sopravvissute a lungo. Al contrario, invece, esse sono arrivate fino a noi e hanno costituito per anni la spina dorsale dell’economia italiana. Con l’inizio della crisi finanziaria, che poi si è tramutata in crisi dell’economia reale, queste banche sono entrate in sofferenza (anche per colpe proprie) come tutto il sistema economico del territorio di riferimento.

Così, con un colpo di spugna, nel gennaio scorso, l’attuale Governo ha spazzato via una bella pagina della nostra storia. Il 20 gennaio, il nostro Presidente del Consiglio dichiarava: “Dieci banche popolari diventeranno Spa entro 18 mesi”. A quelle dichiarazioni seguì, il 24 gennaio successivo, il decreto che conteneva l’“Investment Compact”, cioè un pacchetto di misure aventi lo scopo di “attrarre gli investimenti nel nostro paese”. Tra queste norme, c’è appunto quella sulle modifiche al Testo Unico Bancario (TUB). Con il decreto, il Governo ha eliminato per le popolari più grandi le norme dell’articolo 30 del Testo Unico bancario, cancellando il voto capitario e anche il limite dell’1%, per il possesso del capitale da parte di un singolo socio (eliminando così il principio cooperativo). Tutte le banche popolari con un patrimonio superiore agli 8 miliardi dovranno trasformarsi in Spa entro 18 mesi e dunque diventeranno di fatto scalabili come una qualsiasi società per azioni ( in pratica, anche una banca estera potrebbe controllare un numero sufficiente di azioni per avere la maggioranza assoluta nell’assemblea di una popolare). I 10 istituti popolari interessanti sono: Ubi, Banco Popolare, Bpm, Bper, Creval, Popolare di Sondrio, Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Bari.

L’ultima banca che ha subito questo processo di trasformazione è stata Veneto Banca, la quale, dopo aver ricevuto lo scorso 9 dicembre la lettera della BCE con la quale si intimava che, nel caso in cui non fosse avvenuta la trasformazione in Spa, l’aumento di capitale e la quotazione in borsa, si rendeva “necessario adottare misure di vigilanza”. Così, dietro la supervisione di 100 poliziotti, telecamere di sicurezza e metal detector, Veneto Banca è stata trasformata in Spa, con una ricapitalizzazione di 1 miliardo di euro (a fronte però di 2 miliardi di perdite e 5 miliardi di crediti deteriorati). Non si comprende bene come queste misure possano risanare la situazione di Veneto Banca ormai sull’orlo del baratro, con il valore delle azioni crollato di quasi il 90%, se non che la trasformazione delle banche popolari, come da obiettivo, servirà ad “attrarre investimenti esteri”(insomma si spera che qualche colosso bancario estero se le compri). Perciò, già molti iniziano a scommettere che Veneto Banca farà la fine di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti, o anche peggio, se si dovesse intervenire dopo il 1 gennaio 2016, quando saranno entrate in vigore le nuove regole sul bail in.

Le nuove regole, come abbiamo già detto in questi giorni, mutano totalmente il quadro del nostro sistema bancario e minano alla sicurezza dei risparmi. Non a caso, era dagli anni’30 che non si verificava in Italia il caso d’insolvenza di una banca, costretta a far fallire i propri obbligazionisti. La parola “banca”, nel nostro paese, era da sempre legata al termine “sicurezza”, nel caso specifico delle banche popolari e del credito territoriale, comprare azioni o obbligazioni di una banca significava per il piccolo artigiano “conservare” i risparmi di una vita nell’eventualità che più avanti quei soldi potessero servire in famiglia, per i propri figli o per i propri nipoti. Oggi queste povere persone vengono chiamati “investitori”, o peggio, “speculatori” e ci si lamenta, come affermato dal Ministro Padoan, della loro “scarsa cultura finanziaria”. Chissà poi cosa diranno quando a gennaio, rischieranno di perdere tutto anche gli sfortunati correntisti, che avranno l’unica colpa di avere una cifra superiore a 100 mila euro in un unico conto corrente (di quale speculazione si saranno macchiati a quel punto?). Siamo tutti costretti ora, come afferma Mario Monti, tornato alla ribalta in questi giorni, a prenderci tutti le nostre “responsabilità” e perciò  saremo costretti a capire se le banche a cui affidiamo i nostri soldi sono sicure oppure no (come se fosse cosa a portata di tutti saper leggere e comprendere il bilancio di una banca!). L’unica cosa che possiamo fare è affidarci a gente esperta, come Paolo Cardenà, che nel suo blog “Vincitori e Vinti” cerca di spiegarci la situazione e ci invita a fare la scelta giusta.

E se anche il nostro Premier prova a far la voce grossa contro Berlino, allora vuol dire che, con buona pace di quello che è andato a dire il Governatore Visco alla trasmissione di Fabio Fazio, il nostro sistema bancario non è più solido come prima. Matteo Renzi, al vertice del Partito Socialista Europeo, si è lamentato di “un’Europa a trazione tedesca”, ma soprattutto le sue invettive contro la Germania sono dovute al fatto che i tedeschi non vogliono assolutamente completare il processo di Unione Bancaria (sono coerenti, quando mai hanno voluto pagare per gli altri?) con l’European Deposit Insurance Scheme (EDIS), cioè il fondo di garanzia dei depositi bancari a livello europeo, necessario a garantire tutti i depositi al di sotto dei 100 mila euro. Se non venisse adottato questo ulteriore strumento di garanzia, i conti correnti degli italiani dovranno essere tutelati esclusivamente dal sistema bancario nazionale. Ma senza la garanzia della Banca Centrale, senza la possibilità di usufruire del Fondo Interbancario a Garanzia dei Depositi che, oltre al divieto di utilizzo perché “aiuto di Stato”, non può garantire la cifra necessaria a ripianare i crediti malati del nostro sistema bancario (circa 200 miliardi di euro), capiamo benissimo che non c’è alcuna tutela seria. E a parte il Presidente del Consiglio, anche il Ministro dell’Economia appare davvero preoccupato se ha dovuto usare certe parole, mai dette prima d’ora:

“C’è ancora scarsa fiducia reciproca, fra governi e fra popoli. Eppure se non si condividono i rischi non solo non si completa l’Unione bancaria, ma nel lungo termine non sopravvivrebbe nemmeno l’Unione monetaria. Qualcuno si sorprende che l’Italia pretenda si ascolti il suo punto di vista. L’arroganza e la disinformazione di certi commentatori tedeschi, spesso corteggiati dalla stampa italiana, non aiuta a ristabilire un clima costruttivo”.

Siamo a un punto di svolta, anche dal punto di vista politico. Lars Feld, la mente economica dietro Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble, intervistato dal Corriere della Sera dice cose che dovrebbero far rizzare a tutti le orecchie:

“Una garanzia comune sui depositi sarebbe un modo di esternalizzare vecchi problemi delle banche da certi Paesi verso altri. Schaeuble si è opposto, e penso abbia ragione. Prima vanno rafforzati i bilanci delle banche. I crediti inesigibili vanno affrontati a livello nazionale. […]  Il bail-in può sempre essere seguito da instabilità. C’è sempre rischio di contagio quando si interviene su una banca, ma sarebbero colpiti solo i depositi sopra ai 100 mila euro, non quelli piccoli e medi. Dunque non sono rischi pesanti. E in caso di contagio, ci sono strumenti europei per gestirlo. […]Se c’è contagio, allora c’e il fondo salvataggi Esm per affrontarlo. L’instabilità finanziaria in Italia può avere un impatto su tutta l’Europa, quindi può aver senso fare un programma europeo per gestire un contagio causato dalle banche italiane.[…] Prevedo un pieno bail-in. I tagli alle obbligazioni e ai conti correnti sopra i 100 mila euro dovranno aiutare a ristrutturare le banche, perché la Commissione Ue impedirà salvataggi delle banche da parte del governo o sussidi nascosti agli istituti. Non saranno permessi. Ma non credo che l’attuale situazione porterà necessariamente a una richiesta di aiuto al fondo salvataggi Esm. Non prevedo un contagio. In ogni caso, staremo a vedere.”

“Staremo a vedere” se ci sarà contagio. La possibilità c’è, senza EDIS è più che concreta e il Governo lo sa bene. Cosa ci propone allora Lars Feld in caso di contagio? Utilizzare lo strumento del Esm, cioè il MES, il meccanismo europeo di stabilità. Cosa comporterebbe usufruire di tale strumento? Semplicemente, subire un commissariamento e avere in casa la Troika. Non ci sarà altra soluzione: o la Troika o il ritorno alla moneta nazionale (sono venuti a dircelo in faccia). E quando ciò accadrà, ci avranno espropriato già di tutto, lasciandoci solo un cumulo di macerie.

Marco Muscillo

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