Quella che ieri ha riconsegnato a Recep Taayyip Erdogan le redini della Turchia è ben più di una semplice vittoria: non soltanto, infatti, è stato riconfermato capo dello Stato, dimostrandosi ancora una volta unica opzione politica al momento credibile o quantomeno esistente per la guida del paese, ma soprattutto l’ha fatto assumendo quei nuovi poteri introdotti dalle ultime modifiche alla Costituzione e che sarebbero valsi proprio a partire da questo mandato.

Con un breve discorso, ha definito il suo trionfo “una vittoria della democrazia”, ma in realtà le opposizioni, tanto agguerrite quanto divise, e gli osservatori esterni, fin troppo fiduciosi che la sua stagione politica fosse davvero giunta ad un possibile capolinea, hanno sottolineato come ormai Erdogan più che il presidente sia divenuto il nuovo Sultano del paese. E non soltanto grazie ai vasti poteri che la Costituzione adesso gli riconosce, ma anche perché, come dicevamo, nessuno in questo momento sembra avere i numeri ed il consenso popolare adeguati per poterlo anche solo lontanamente impensierire.

Muharrem Ince, suo principale avversario nella corsa elettorale, ha dichiarato che “la competizione non è stata equa, ma accetto che abbia vinto”. Fino a quel momento il suo partito, il CHP, aveva contestato i risultati elettorali forniti dall’agenzia stampa nazionale Anadolu, che davano l’AKP oltre il 52%, con la vittoria al primo turno.

Il risultato sopra le aspettative dei nazionalisti del MHP, alleati di Erdogan, garantisce alla coalizione del Sultano la maggioranza assoluta anche in Parlamento. Senza di loro, probabilmente, l’esito non sarebbe stato così roseo per Erdogan.

Il nuovo esecutivo ha già dichiarato che l’economia sarà prioritaria, anche perché negli ultimi due mesi la lira turca ha perso il 20% del proprio valore, inficiando il “patto politico” alla base del successo di Erdogan. Fin dal suo apparire, infatti, Erdogan ha dato ai turchi la crescita economica, e quindi maggior lavoro, prosperità, ecc, in cambio di un restringimento delle libertà politiche e civili. Tutelare la salute di questo patto, dunque, è prioritario per il Sultano.

Il partito di Ince, il CHP, può comunque contare su un buon 30%, un risultato che non vedeva quantomeno dagli Anni ’70. Non è bastato, a questo giro, a mettere in difficoltà Erdogan, ma è pur sempre una base da cui partire per le sfide future.

La partecipazione al voto, pari all’87%, è stata lodata dall’OSCE come “segnale dell’attaccamento alla democrazia” in Turchia, mentre l’Unione Europea “si augura che sotto la presidenza di Erdogan la Turchia rimanga impegnata con l’Unione europea sui principali temi comuni come le migrazioni, la sicurezza e la stabilità regionale e la lotta contro il terrorismo”.

 

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