RMS Laconia

Di tragici errori e drammatici naufragi, la Seconda guerra mondiale ne è piena come non mai, ma quello che rende unico quello che è successo al Laconia è che questa tragedia non è stata né casuale né inevitabile, tanto più che è accompagnato una serie incredibili di vergogne che mai potranno e dovranno essere dimenticate. Insieme al silenzio con cui i colpevoli e i complici di tutto hanno tentato di insabbiare una delle pagine più tristi e indicibili della nostra storia. Anzi, sarebbe più corretto dire, una pagina tristissima in altre pagine cupe come se fossimo all’interno di una profondissima scatola cinese.

Seconda guerra mondiale, allora. Il calendario segna 12 settembre 1942. Il Laconia era una nave mercantile inglese che, in pieno conflitto, trasportava poco più di 800 passeggeri civili inglesi, polacchi e un gran numero di prigionieri italiani. Già, quel colosso del mare era pieno zeppo di nostri militari, quasi 1.800, catturati certo ma comunque sopravvissuti alla prima battaglia di El Alamein, dove erano stati sconfitti proprio dai britannici guidati da Montgomery. Sul mercantile viaggiavano, però, in condizioni a dir poco disumane: chiusi per giorni in uno spazio ristrettissimo, circa 40 centimetri quadrati a testa, con una temperatura di 60 gradi. Ebbene, quella sera, al largo delle coste dell’odierna Sierra Leone, viene colpito con crudeltà assoluta con tre siluri da un sottomarino tedesco, convinto di colpire una nave da guerra carica di truppe inglesi.

Dei 1.800 nostri connazionali, oltre 1.200 annegano in un minuto. Questo perché soltanto in pochissimi riescono a sfondare le sbarre per cercare di mettersi in salvo, e soltanto quando è emerso dalle acque, il capitano teutonico capisce di aver commesso un gravissimo errore e tenta pure un disperato salvataggio dando ospitalità ai feriti. E ha tempo anche di annotare qualcosa sul diario di bordo: «Gli inglesi, dopo esser stati silurati, hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri e hanno respinto con armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio». Chiaro il significato: mentre il Laconia affondava, inglesi e polacchi chiudono i prigionieri nelle stive, condannandoli a una morte orribile. Soltanto perché italiani. Soltanto perché nemici. Soltanto perché prigionieri di guerra. E ci sono anche altre parole da non dimenticare. Queste: «Se qualcuno di loro cerca di aggrapparsi, gridate e io vi darò l’accetta per tagliargli le dita». Copyright un marinaio inglese. E non è un caso che, dopo il bombardamento, quasi tutti i britannici a bordo vedano la luce e continuino ad abbracciare la vita.

E il destino è atroce anche verso i 600 nostri soldati che si salvano dal bombardamento e da quella tragedia in mare. Momentaneamente. Perché, guidati dal giovanissimo tenente Vincenzo di Giovanni, tentano con tutte le loro forze di salvarsi, ma non hanno fatto i conti con la malvagità umana dalla chiara firma polacca e inglese, che li ammazzano a colpi di fucile, baionette, e fatti a pezzi a colpi d’ascia. Una barbarie ingiustificabile con un numero di morti che si attesta tra  le 1.600 e le 1.700 unità.

Una tragedia, l’hanno definita i tedeschi e gli italiani. Soltanto un incidente secondo gli inglesi, che per lunghissimi decenni hanno ridimensionato e, in molti casi, spudoratamente negato. Anche nei documentari della televisione pubblica, la tanto ammirata Bbc.

Nel 2011 ci ha pensato una miniserie televisiva andata in onda sulle reti Mediaset a gettare un po’ di luce su questo terribile accaduto.

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