Dieci giorni per passare dall’Oxi pugni al cielo al Nai a capo chino. L’orgogliosa resistenza al totalitarismo eurocratico che molti di noi, travolti dall’onda dell’entusiasmo e della speranza, avevano intravisto nell’esito del referendum greco, si è dissolta in una resa rovinosa e lacerante che espone il paese ellenico al rischio concreto di una guerra civile, ai colpi di mano dei falchi del totalitarismo eurocratico e ridimensiona brutalmente Alexis Tsipras, la cui statura politica, alla prova dei fatti, è molto vicina a quella di Fernando de la Rúa, successore di Carlos Menem alla guida dell’Argentina, che partecipò alle elezioni presidenziali del 1999 quale candidato dell’Alianza (di centrosinistra) e divenne Presidente dal 10 dicembre 1999 al 21 dicembre 2001, tra squilli di tromba e promesse di lotta dura alle sanguisughe del Fmi, per poi dimettersi a seguito della crisi finanziaria che colpì il paese nel 2001, fuggendo addirittura in elicottero per evitare il linciaggio.

Il via libera del Parlamento greco al primo pacchetto di misure imposto da Bruxelles, è arrivato dopo una notte tesissima sia in aula che in piazza. I sì sono stati 229, i no 64, 6 gli astenuti. Ben 40 deputati su 149 tra le fila di Syriza, hanno sconfessato il proprio leader che parlando dell’incontro fiume di Bruxelles, ha usato parole inequivocabili: “Avevo di fronte tre alternative: o l’accordo, o il fallimento con tutte le conseguenze, o il piano Schaeuble per una moneta parallela. E fra le tre, ho fatto la scelta di responsabilità”.

A capeggiare il fronte del “No”, Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze e Zoe Kostantopoulou, presidente del Parlamento, il ministro dell’Energia Panagiotis Lafazanis ed il viceministro delle finanze, Nantia Valavani. Determinanti sono risultati i voti delle opposizioni di Nea Dimokratia, Pasok e To Potami. L’assenza di un serio piano alternativo alla resa condizionata, ha avuto un peso determinante. Non poter pagare stipendi e pensioni, non aver soldi per importare beni di prima necessità e continuare a far funzionare i già malandati settori della sanità, della scuola e della giustizia, avrebbe fatto sprofondare il paese nel caos.

Tsipras, più che un traditore (anche se a questo punto il programma di Salonicco di Syriza è carta straccia), è il premier di un paese “pedina” su una scacchiera più grande che ha visto fronteggiarsi Berlino e Washington, con la “vittoria” di quest’ultima. Sembreremo forse troppo brutali nella sintesi, ma sarebbe solo puro ornamento dialettico cercare di spiegare in maniera diversa una “partita” che si è conclusa con la “sconfitta” della Merkel e di Schaeuble, manifestamente contrari a concedere ulteriore fiducia e “prestiti” alla Grecia e addirittura disposti a dare il via libera al Grexit.

A spuntarla sono stati la Lagarde (FMI) e Juncker (Commissione europea), difensori, su mandato obamiano, della permanenza della Grecia nell’Eurozona e nell’UE. L’ammutinamento greco, infatti, oltre a costituire una pericolosa e palese sconfessione del processo di integrazione forzata eurocratica, sarebbe stato anche un colpo non di poco conto agli equilibri Nato, con un paese a quel punto orientato se non per scelta quanto meno per necessità verso Mosca e Pechino.

La forza della Germania, sovrastimata da molti, è più economica che politica. Il blocco geoeconomico euro-baltico (Olanda, Finlandia, Polonia e Paesi Baltici) che ha spalleggiato Berlino nella linea dura con Atene, non è in grado per forza e per prospettive, almeno allo stato attuale, di ledere in maniera sensibile gli interessi geostrategici degli Usa in Europa e le spinte euroscettiche che di tanto in tanto emergono, sono più una reazione al rigore di marca teutonica che una reale e consapevole prospettiva di svincolo da quest’Unione Europea, politicamente rachitica, controllata dai centri di potere atlantisti e funzionale alla politica di aggressione statunitense. Il vento nuovo dei BRICS non soffia ancora in maniera tangibile sul “Vecchio Continente” ed il sogno ateniese di una notte di mezza estate, è stato interrotto dal brusco risveglio imposto dai secondini della prigione del debito.

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