Sì. E’ ormai innegabile. In Italia è in atto un vero processo di eversione della “democrazia”.

Renzi è andato al governo nel febbraio 2014 con un colpo di Palazzo, dopo essere diventato segretario del Partito Democratico attraverso “primarie aperte” che hanno consentito di far confluire sul suo nome le preferenze di elettori del centro-destra garantendogli la “vittoria”. Ed ha ricevuto la “fiducia” da un Parlamento dichiarato dalla Corte Costituzionale parzialmente illegittimo, che avrebbe dovuto – per via della nota vicenda del Porcellum in base al quale era stato installato – limitarsi a varare nel più breve tempo possibile una nuova legge elettorale che consentisse di andare al voto in termini di legalità ristabilita e di riattivare un circuito di prassi politica minimamente normale in Italia.

Niente di tutto questo è accaduto, anzi Renzi presenta oggi il suo come un “governo di legislatura per far ripartire l’Italia”. Hanno quindi le loro buone ragioni gli esponenti che sono recentemente usciti dal PD (Civati, Fassina, Cofferati) nel recriminare che tutte le “riforme” perpetrate da Renzi e dai suoi accoliti nell’arco di questo ultimo anno e mezzo non facevano parte del programma elettorale di quel partito, o almeno non ne facevano parte nei termini che esse hanno via via assunto. Così come hanno i loro buoni motivi quelli che sono recentemente usciti da Forza Italia (tutti i deputati e senatori di Alfano, Sandro Bondi e consorte) o sono fortemente tentati di farlo (Denis Verdini) nel non capire perché mai non dovrebbero votare a favore di leggi che realizzano finalmente i loro obiettivi di sempre.

Questo dunque è a pieno titolo il primo governo dell’impostura che la Repubblica abbia conosciuto, entrato in carica tramite manovre oscure e che non può peraltro (come fa quasi quotidianamente invece) vantarsi di rappresentare una tendenziale volontà della maggioranza dei cittadini, neppure portando i dati delle tornate elettorali che si sono susseguite dal febbraio 2014 al maggio 2015. Anzi, anche limitandosi a considerare il suo risultato più “esaltante” finora ottenuto, converrà sempre ribadire che il famoso 40,81% dei voti delle Europee fu acciuffato dal PD su appena il 58,68% di votanti. E per essere precisi, aggiungendo ai non votanti coloro che – pur recandosi alle urne – depositarono in quell’occasione scheda bianca (1,99%), oppure preferirono annullare la scheda stessa (3,30%), il rifiuto del sistema imperniato su Renzi, i suoi bravi e le sue belle donne, raggiunse di fatto il 63,97%. Ciò significa, in cifre assolute, che su un totale di 49.256.169 aventi diritto al voto, il PD raccolse all’ epoca il consenso di 11.172.861 elettori, ossia del 22,68% del totale reale. (Ammesso, oltretutto, che elezioni per il parlamento europeo siano equiparabili a quelle politiche nazionali). Ecco qual è la verità. Da allora in poi- come noto- nelle elezioni regionali e comunali, le cose non hanno fatto che peggiorare per la banda di Renzi. Ciò per esplicitare che in questo contesto le lotte (pur insufficienti) contro le “riforme” liberiste non sono condotte da minoranze di privilegiati corporativi, come tendono a far credere gli organi di informazione di massa, bensì sono l’espressione della sacrosanta resistenza di quegli Italiani nonostante tutto ancora disposti a scendere nelle piazze ed a battersi. Essi costituiscono la classica “punta dell’iceberg” della stragrande maggioranza di un popolo, che vive ormai quotidianamente sulla propria pelle le conseguenze nefaste delle “riforme”.

Ma le belle donne (le cosiddette lady-like) di cui si è circondato il capo, immagini speculari delle belle donne berlusconiane di trascorse legislature (solo che quelle ci venivano presentate come fattispecie di prostitute dagli organi di informazione di “sinistra”…) nelle interviste o nei dibattiti televisivi dove costituiscono le punte di lancia a livello di comunicazione del “governo del fare”, hanno imparato 50 parole magiche che formano il loro frasario ripetuto in modo nauseante come in un disco rotto: “L’Italia ha bisogno di riforme”, “Queste sono le riforme che ci chiede il Paese”, “L’Italia può ripartire solo con le riforme”, “Il partito che ha preso il 41% dei voti ha la responsabilità di portare l’Italia fuori dalla crisi con le riforme che aspetta da vent’ anni”, “Non siamo mai andati a riunirci con la Confindustria prima di varare le leggi di riforma”.

In effetti non hanno bisogno di riunirsi con i rappresentanti del padronato, perché trascrivono semplicemente i documenti che il padronato stesso produce nei suoi centri studi (o meglio think-tank, per esprimerci in termini moderni). “Riforme” dunque… Mai ad una parola fu riservato destino più tragico. “Riforme” e “riformisti” evocano in particolare oggi, nell’immaginario collettivo, idee e pratiche sinistre, ma non in senso politico, bensì nell’altra denotazione di minacciose, funeste, truci, poiché rispetto al passato si sono addirittura capovolte di significato indicando leggi e legiferatori che tolgono diritti e tutele ai lavoratori, peggiorano le loro condizioni di vita, piuttosto che migliorare la qualità dell’esistenza, come accadeva in passato… Se poi si scende nei dettagli, si scopre che le durissime “riforme” dettate dalle centrali dell’Eurocrazia alla ribelle Grecia sono proprio quelle già attuate in Italia dal giovane spregiudicato toscano ora a capo del governo e dai suoi immediati predecessori:

– Reintroduzione dei licenziamenti collettivi (Monti – Renzi)
– CCNL in linea con quelli europei (da noi bloccati dal 2009 – Monti – Letta- Renzi)
– Riforma dell’IVA (Monti – Renzi)
– Riforma delle pensioni (Monti – Renzi)
– Riforma delle procedure del Codice Civile (Berlusconi – Renzi)
– Istituto di Statistica indipendente (Renzi)
– Creazione di un fondo ove collocare gli asset per decine di miliardi di euro, controllato dalla Troika (Monti – Letta – Renzi, formalmente senza controllo diretto della Troika)

Organizzare un’opposizione a questa degenerazione è difficile. Ci troviamo infatti dentro ad un processo di narcotizzazione collettiva imbastito dall’abile propaganda del regime, dai palliativi del consumismo (peraltro sempre più circoscritti), dall’ignoranza del passato e del presente diffusa attraverso la martellante demonizzazione delle “ideologie novecentesche” (tranne ovviamente quella liberista, più che mai viva e vegeta, ma che i mass-media si guardano bene dal mostrare come tale, per presentarla al contrario come “dato di natura”). Mi sembra un tema di riflessione preliminare ad ogni altra considerazione di prospettiva politica di opposizione al sistema, visto che i limiti di sopportazione – per un popolo ancora capace di ragionare rispetto a quello che sta subendo – sono stati oltrepassati. Di peggio possono esserci solo la guerra e la carestia. Fino ad allora dovremo aspettare per assistere ad un sussulto generalizzato di dignità e di ribellione?

Filippo Ronchi

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