Alcuni giorni fa è apparso, ricevendo immediatamente un elevato indice di letture, un articolo di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, dove tiene una sua rubrica d’inchiesta in cui fa rivivere lo spirito del suo giornalismo-verità debuttato ormai anni or sono col programma di Rai Tre “Report”. Lo vogliamo citare solo come mero esempio della nostra trattazione, come avremmo potuto fare con tanti altri che quotidianamente appaiono sulla stampa nazionale. L’articolo ha avuto un tale successo da esser poi stato preso come punto di riferimento anche da altre testate, che vi hanno a loro volta elaborato propri pezzi nei giorni successivi.

Del resto, il Corriere della Sera continua ad essere visto, in Italia, come un punto di riferimento nel panorama della carta stampata, primo ad aver introdotto il “modo anglosassone” di fare giornalismo. Per molti, quindi, esso continua ad essere un giornale equilibrato, imparziale e veritiero, diversamente da altre testate che non nascondono le loro simpatie politiche o che dichiaratamente le rivendicano. Ma, in verità, questo discorso potrebbe essere tranquillamente fatto anche per quanto riguarda lo stesso Corriere della Sera, il cui “stile anglosassone” non di rado per non dir sempre ha nascosto, dietro ad un “cerchiobottismo” spacciato per imparzialità, una ben precisa partigianeria politica e culturale. Anche perché, chi legge un giornale inglese od americano, tutto ha tranne che l’idea di trovarsi di fronte a qualcosa di veramente imparziale: guai ad uscire da certi valori, punti di vista, “dal seminato”.

Non diverso il discorso è per tante altre testate che, nel corso degli anni, sono sorte cercando d’imitare il modello lanciato dal Corsera, o che l’hanno adottato a partire da un certo momento della loro esistenza, come ad esempio La Stampa, giornale della buona borghesia torinese che insieme a quella milanese si divideva il grosso degli affari del Nord Italia e dell’Italia nel suo insieme, e soprattutto voce degli Agnelli, i proprietari della Fiat, di cui curava e salvaguardava gli interessi politici nel paese. Gli Agnelli, del resto, non disdegnavano d’avere al contempo anche un piede nell’azionariato del Corsera, e oggi addirittura i due giornali convivono all’interno dello stesso gruppo “a conduzione familiare”, insieme alle testate dell’ex Gruppo GEDI, in precedenza di proprietà di un altro caro “amico di famiglia” come De Benedetti.

Da Repubblica, all’Espresso, al Corriere, fino alla Stampa, per approdare infine alle varie edizioni locali, è insomma sempre “la solita minestra”, più o meno sempre coi soliti autori e giornalisti, politicamente e culturalmente vicini ed imparentati anche col Gruppo Cairo (che controlla La7 e che ha avuto per un bel po’ le mani in pasta nel Corsera insieme agli altri, di cui è alleato), e con tutto il resto dell’ambiente politico e culturale che si ritrova, indifferentemente, pure nelle varie Sky, Rai Tre e in buona parte del resto della TV italiana, comprese le altre reti Rai e persino parte di Mediaset. Le alleanze politiche spesso e volentieri si mescolano con quelle familiari e persino con parentele, matrimoni e fidanzamenti vari. E’ quello che i francesi chiamano il “milieu”, in questo caso un milieu di stampo liberal o radical chic, che scambia per illuminata verità, l’unica ammessa e possibile, quella che in realtà è soltanto una loro mentalità assai ben schierata.

Di conseguenza ogni autore o giornalista, per uniformarsi a quell’ambiente, nel corso degli anni deve sempre più politicizzare il suo “giornalismo-verità” o “giornalismo d’inchiesta” che dir si voglia, assumendo nella nostra parte di mondo posizioni di volta in volta sempre più vicine all’Unione Europea, alla NATO e un po’ a tutto il “mondo atlantico”. Non che già in partenza le posizioni di Report tutto sommato non lo fossero, sia ben chiaro, ma evidentemente ciò non bastava e quindi è stato necessario calcare sempre più i toni, ed infatti le varie annate di Report l’hanno testimoniato, finendo col tempo per fare sempre più politica e sempre meno informazione. Ci ricordiamo, per esempio, i servizi sulle Primavere Arabe, contro la resistenza di Gheddafi ai “ribelli” foraggiati da Francia ed Inghilterra, e successivamente all’attacco da parte della NATO, oppure quelli contro la Russia, quando toccando il tema del gas e dei gasdotti, quando della Georgia, ecc, e poi i servizi che promuovevano il denaro elettronico e le carte di credito dicendo peste e corna dell’uso del contante, in nome di una fittizia lotta all’evasione, ecc, ecc… E probabilmente non sono nemmeno tutti, ma sono già degli esempi più che sufficienti a far insospettire una mente accorta di ritrovarsi di fronte non ad un programma d’informazione “controcorrente” quanto piuttosto a qualcosa di molto più politico ed ideologico, teso a dirigere l’opinione dello spettatore più che a dotarla di nuovi strumenti necessari “ad aprire gli occhi”.

Non deve dunque sorprendere che oggi, invece, sia diventata la Cina il nuovo bersaglio da colpire, al punto da riscuotere persino il gradimento ed il plauso del giornalismo della destra più rumorosa come Libero. E, in effetti, se guardiamo il pezzo uscito in questi ultimi giorni, l’impressione di ritrovarsi nuovamente davanti a qualcosa di politico ed ideologico sorge immediata. Per esempio, malgrado l’abbondanza dei dati forniti, la realtà dei fatti ci pone dinanzi ad un’enorme discrepanza a cui non viene data risposta: a Wuhan, adesso, la vita ha pressoché ripreso il proprio corso regolare, con le persone che tranquillamente possono partecipare alla vita pubblica e così via, mentre l’intero paese vede nuovamente crescere la propria economia. Tutto questo mentre in Occidente, invece, l’indice dei contagi ha ripreso a salire, e l’economia non dà certo segnali molto più incoraggianti. Verrebbe da pensare che, dopo quasi un anno, la risposta vada senza indugio ricercata prima di tutto in casa nostra, anzichè immaginarsela altrove.

Del resto, già mesi fa, una puntata di Report dedicata al tema del Covid-19 aveva fatto sue le accuse, che in realtà ben si sapeva essere prive di qualsivoglia fondatezza, di Trump e di Pompeo all’OMS e al suo direttore generale, l’etiopico Tedros Adhanom Ghebreyesus. Questi veniva presentato come un “uomo nelle mani di Pechino”, insinuando che tutta l’OMS a sua volta fosse ormai solo un mero strumento diplomatico della Cina. Peccato, però, che il grosso dei finanziamenti che sostengono l’organizzazione vengano proprio dagli Stati e dal resto dell’Occidente, oltre che da varie entità private, e che la parte messa dal governo cinese come da altri governi sia in confronto piuttosto esigua. E che l’Etiopia fosse un paese proprio filocinese, soprattutto ai tempi in cui vi era ministro della sanità Ghebreyesus, è un altro aspetto su cui si potrebbe lungamente discutere: è infatti noto come questi appartenga al TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), partito che nel 1991 depose il dittatore filosovietico Menghistu portando il paese su posizioni sempre più filoamericane e filoeuropee, ed ottenendo proprio da Stati Uniti ed Unione Europea vasti appoggi finanziari, politici e militari nelle sue successive guerre contro l’Eritrea e la Somalia. Quel partito è caduto nel 2018, proprio perché Trump, contrariamente ai predecessori Clinton, Bush jr ed Obama, ha voluto sbarazzarsene, e da allora in Etiopia è al governo un’altra coalizione, guidata da Abiy Ahmed Ali, che ha fatto la pace con Eritrea e Somalia e che ha promosso un importante ciclo di riforme democratiche nel paese. Tuttavia, prima che il governo del TPLF cadesse, Ghebreyesus ha fatto in tempo ad andare all’OMS come direttore generale, secondo un’indicazione risalente all’allora Amministrazione della Casa Bianca, quella di Barack Obama, che di quel governo era amico. Dunque, Ghebreyesus è un “lascito ereditario” dell’era Obama di cui Trump indubbiamente vuole sbarazzarsi, e per farlo cerca di cogliere due piccioni con una fava incolpando nel frattempo la Cina. Eppure, data la sua lotta serrata in casa coi democratici, avrebbe forse fatto meglio a “lavare i panni sporchi in famiglia”, prendendosela proprio con costoro, gli unici a cui doveva l’esistenza di Ghebreyesus all’OMS, anziché accusare altri paesi. Il vero giornalismo d’inchiesta dovrebbe raccontare queste cose, anziché assecondare quanto già abbondantemente fornito dalla propaganda.

Tornando all’articolo, ben presto la trattazione s’è allargata anche ad altri temi che, per la verità, esulano dalla questione del Covid o di come esso sia stato gestito, ma che comunque hanno tutti in comune il medesimo approccio politico al “dossier Cina”. Ed ecco quindi la questione della Legge sulla Sicurezza per Hong Kong, e poi quella di Taiwan e del Mar Cinese Meridionale, o ancora quello delle esecuzioni, dove le fonti sono le solite schieratissime Amnesty International o addirittura il Centro per una Nuova Sicurezza Americana, e soprattutto il tema della repressione delle minoranze etniche e religiose, ecc. Se ci facciamo caso, sono tutti temi che nel corso degli anni c’è capitato di sentir dire innumerevoli volte. E qui smettiamo di parlare dell’articolo del Corriere della Sera, perché purtroppo la questione rigurda ormai l’intero mondo dell’informazione occidentale e nel nostro caso italiano, con ampie ricadute anche nell’ambito dei social, a loro volta divenuti oggigiorno “la nuova informazione”.

Sul fatto delle minoranze etniche e religiose, sappiamo bene quale sia stato fino ad oggi il livello di strumentalizzazione dell’informazione e dell’opinione pubblica in Occidente, e purtroppo l’impressione è che questo livello non potrà che continuare ad aumentare. Innanzitutto la questione degli Uyguri, che sta conoscendo un crescente successo, insieme a quella del Dalai Lama e del Tibet che invece appare un po’ più declinante nelle mode del pubblico occidentale, insieme a quella dei nuovi movimenti religiosi, a cominciare da sette come la Chiesa di Dio Onnipotente o il Falun Gong, tutti temi le cui vicende s’intersecano non soltanto con la volontà e le fortune dei vari governi occidentali di riferimento e dei relativi “milieu” politici e culturali, ma anche con nuovi fatti quotidiani come quello del rinnovo dell’accordo fra Cina e Santa Sede, un evento di per sé normalissimo ma che da più parti viene stigmatizzato come se si trattasse di una pericolosa minaccia alla pace del mondo intero.

Sul fatto degli Uyguri, è a dir poco curioso che coloro che a seconda della loro visione politica sostengono l’Armenia contro l’Azerbaigian, o Israele contro Arabi e Palestinesi, o che gridano alle persecuzioni da parte di gruppi musulmani dei Cristiani in Africa o in Siria (dove però appoggiano i fondamentalisti islamici che lottano proprio contro Assad, che quei cristiani invece li difende e che stanno con lui), nel caso della Cina improvvisamente si scoprano difensori dei diritti dei musulmani, pronti a momenti ad impugnare anche la sciabola dell’Islam per lottare contro gli “Infedeli”. Fermo restando che in Cina, a cominciare proprio dallo Xinjiang, non è in atto alcuna politica di discriminazioni e spoliazioni verso le popolazioni musulmane e la loro cultura (e non ci sono comunque solo gli Uyguri, che sono una di quelle tante popolazioni, ma non certo l’unica, a seguire l’Islam in quelle regioni), esattamente come non ve n’è del resto nessuna analoga nei confronti dei buddhisti del Tibet, è proprio l’idea che le simpatie religiose si debbano adattare in base alla convenienza politica ad apparire moralmente inaccettabile: neanche stessimo parlando di un derby, o di una scazzottata fra bulli di periferia.

D’altro canto ormai il mondo politico e culturale occidentale tende sempre più ad una schizofrenia dovuta al vuoto di valori e ad un opportunismo che ha finito col far tabula rasa di ogni minima idea di cosa possa essere lo spirito critico. Di conseguenza, per un trumpiano o sovranista i sauditi sono amici anche se musulmani, mentre Assad o gli iraniani no pur essendolo anch’essi, e i gruppi terroristi che agiscono in Asia Centrale ed in particolare nello Xinjiang sono invece di nuovo amici: il punto non sta, infatti, nel loro esser musulmani o meno, ma nel fatto che siano alleati o meno, che facciano la nostra politica o meno, il nostro gioco e i nostri interessi o meno, e così via. La questione si riduce solo a questo. Per un liberal della “gauche caviar”, parimenti, il discorso è il medesimo. E i cinesi? I cinesi, per costoro, sono brutti sporchi e cattivi se stanno in Cina, ma quelli che ad Hong Kong fanno la “rivoluzione colorata” pagata da Stati Uniti ed Inghilterra sono belli e buoni, anche se sono cinesi pure loro, e lo stesso vale per quelli che abitano a Taiwan, e così via con tutto il panegirico. Facile, no? Lo stesso, ovviamente, vale quando parliamo di russi, siriani, venezuelani, cubani, e chi più ne ha più ne metta: quelli che stanno con noi sono meravigliosi, gli altri invece sono la personificazione del male assoluto.

Ora, per concludere questo nostro così lungo articolo: non vi pare, questo, un modo di ragionare settario, ovvero da setta? Ebbene sì, purtroppo lo è.

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