L'arte della Grecia classica

Quando ci riferiamo alla rappresentazione del corpo umano nell’arte greca ci viene subito in mente il modello di “corpo classico”, in cui l’aggettivo non individua tanto un periodo cronologico, ma una visione del corpo umano inteso come perfezione, equilibrio, armonia, ispirato cioè a un ideale di bellezza universale, che grande influenza avrà su tutta l’arte occidentale dei secoli futuri. I greci furono i primi ad emancipare l’arte dal suo fine cultuale e, più di ogni altro popolo antico, essi posero l’uomo al centro delle loro speculazioni filosofiche e delle loro creazioni artistiche. Il corpo umano è, pertanto, il protagonista assoluto dell’arte greca. Anche le divinità erano antropomorfe, avevano cioè forma umana, ed erano simili all’uomo per le loro debolezze, le loro paure e le loro passioni.

Purtroppo, a causa della perdita pressoché totale della pittura, se si esclude quella vascolare, per conoscere le modalità con cui i greci rappresentavano l’uomo, possiamo ricorrere unicamente alla scultura. Già a partire dalla fine del VII Secolo a. C. (età arcaica) vengono prodotte numerose statue a tutto tondo che rappresentano giovani uomini dal fisico atletico, i kouroi.

Qual è la loro particolarità? Sono innanzitutto statue votive, offerte alla divinità in segno di devozione, e sono sempre nudi, a differenza delle rappresentazioni femminili (korai), che saranno invece sempre vestite. Fin dall’inizio, gli scultori greci eliminano il perizoma con cui gli egizi nascondevano le nudità. I greci hanno il culto del corpo maschile e della sua “educazione”. D’altra parte, ai giochi ginnici praticati ad Olimpia in onore di Zeus, i giovani atleti partecipavano completamente nudi.

La loro composizione è perfettamente simmetrica rispetto all’asse verticale; le braccia generalmente aderiscono al corpo, mentre una gamba è leggermente avanzata rispetto all’altra secondo l’antico modello egizio. Le forme sono semplificate, i volumi resi in modo geometrico. La testa ha occhi dallo sguardo fisso, la capigliatura è formata da ciocche regolari e simmetriche, mentre gli angoli della bocca leggermente sollevati formano il tipico sorriso delle statue arcaiche. L’essenzialità dei volumi e la simmetria compositiva conferiscono alle statue un aspetto astratto, schematico ed un senso di rigidità innaturale. Poco per volta le composizioni diventano sempre più naturalistiche; le statue del periodo classico sono più plastiche e modellate nel dettaglio, meno rigide, meno simmetriche, dotate di equilibrio ed armonia.

Nel V secolo a.C. Policleto definì un canone, cioè un modello di rappresentazione del corpo umano basato sullo studio delle sue proporzioni e definì la testa come unità di misura (che secondo i suoi studi doveva essere pari a un ottavo dell’altezza complessiva della figura). Poi ricavò una serie di rapporti matematici che, in base alla grandezza della testa, stabilivano le dimensioni del corpo intero e delle sue parti, affinché risultasse perfettamente armonico.

I corpi rappresentati nelle statue greche, tramite il canone di proporzione, venivano resi naturalisticamente, ma non ritraevano mai singoli individui, bensì un modello ideale di bellezza e di regolarità. Ecco così che l’osservazione dal vero si coniugava con il rigore matematico; il corpo umano veniva studiato nel suo aspetto reale, ma anche raffigurato in forma idealizzata. In questa ricerca della “forma” del corpo è evidente la tendenza all’astrazione, ad andare oltre i limiti dell’individualità per realizzare paradigmi universali. Per creare le loro statue perfette, infatti, gli scultori greci fondevano insieme diverse parti che, in natura, avevano osservato in corpi differenti, e con ciò ottenevano immagini che erano il chiaro esempio dell’ordine dell’universo, ma soprattutto trasmettevano quegli ideali di equilibrio, armonia e razionalità sui quali si basava lo sviluppo politico della polis greca. D’altra parte, la produzione statuaria aveva una prevalente finalità pubblica ed era espressione di una radicata identità civile e politica, sia che le opere fossero pensate per la città che per destinazioni religiose, quali i santuari. Fino alla metà del IV Secolo, inoltre, era proibito collocare ritratti in contesti pubblici.

L’arte greca classica non vuole rappresentare un singolo individuo, ma l’uomo, ossia il limite della perfezione della forma umana. Tutto, nella cultura della Grecia classica, tende non al particolare, ma all’universale. La caratterizzazione individuale della rappresentazione, ciò che noi intendiamo con il termine di “ritratto”, arriverà nell’arte greca solo molto più tardi.

Dal 500 a.C. in poi le statue iniziano a mostrare una nuova dinamicità. Il desiderio d’imprimere un senso di movimento alla raffigurazione del corpo umano fu un problema che occupò i greci per generazioni. Le statue di questo periodo rappresentano spesso degli uomini nell’atto di camminare. L’interesse degli artisti greci per l’anatomia umana aveva permesso loro di capire che tale atto non coinvolge solo le gambe, ma interessa tutto il corpo. Per questo, una particolarità delle statue dell’età classica, come il “Doriforo” di Policleto, è quella di avere il peso del corpo appoggiato su una sola gamba (déhanchement). La gamba sinistra rimane così a riposo, leggermente arretrata e piegata, mentre la destra è in tensione. E, tramite le loro osservazioni, i greci intuirono anche che, quando il corpo è in tale posizione, tutto il resto si predispone di conseguenza, per mantenere l’equilibrio. Lo spostamento del peso su una sola gamba, infatti, provoca una naturale inclinazione del bacino, che a sua volta determina l’incurvarsi della colonna vertebrale e l’inclinazione delle spalle. Anche la testa, leggermente ruotata verso destra, contribuisce ad accentuare la naturalezza e il senso di movimento della figura. Questa particolare posizione del corpo (ponderatio), suggerisce un forte senso di equilibrio dinamico, non statico come quello generato dalla simmetria.

Oltre a Fidia, un altro grande artista che diede un contributo importante allo sviluppo della statuaria classica fu Mirone, del quale, purtroppo, si conoscono solo tre opere, tra cui il famoso “Discobolo”, giunto a noi in numerose copie. Si tratta della rappresentazione di un atleta in movimento, con il corpo ideale disposto a chiasmo, cioè in una posa asimmetrica caratterizzata da una leggera torsione del corpo, in modo che la testa e le spalle siano girate verso una direzione e i fianchi e le anche verso quella opposta, creando inevitabilmente un effetto dinamico. Il corpo, ben proporzionato ed agile, è rappresentato in tensione. Ben modellati sono tutti i dettagli, in particolare i muscoli e i rilievi delle vene e delle ossa. Il volto è disteso, non vi è nessun accenno di sforzo fisico; l’atleta è colto nell’atto di caricare il lancio, cioè in quel momento di sospensione che precede l’azione. L’intera figura è circoscritta in una forma chiusa ma, nonostante ciò, emana una grande scioltezza e mobilità. Come si vede, armonia, stabilità e movimento convivono in perfetto equilibrio.

Un particolare importante è che gli artisti greci utilizzavano sempre le stesse regole compositive e proporzionali sia per rappresentare le divinità che per raffigurare i defunti, gli eroi o gli atleti vincitori. Uomini e dei condividevano le stesse forme del corpo perché partecipavano entrambi della stessa bellezza, cioè della stessa razionalità. All’equazione tra bellezza del corpo e razionalità si affianca un’altra caratteristica, quella del bene, cioè dei valori morali, individuali e collettivi: il bello coincide con il bene, mentre la degenerazione fisica corrisponde all’irrazionalità e al male.

I soggetti delle opere venivano ulteriormente generalizzati attraverso la nudità (fino alla metà del IV Secolo a. C. solo maschile; la nudità femminile sarà diffusa nell’età ellenistica nell’iconografia di Afrodite), a differenza di quanto avveniva nelle civiltà coeve, dove abiti, copricapi e ogni altro elemento riprodotto caratterizzavano l’individuo rappresentato, o almeno permettevano di riconoscerne il ruolo politico, religioso e militare, oppure la classe sociale di appartenenza. D’altra parte il nudo conferisce alla figura umana un valore di perfezione elevandola su un piano divino.

A differenza di quanto era avvenuto in Egitto, dove gli stessi canoni si erano conservati per secoli, le regole elaborate dagli scultori greci per rappresentare la bellezza ideale del corpo umano si modificarono nel corso del tempo ad opera delle diverse personalità artistiche. Partendo dalle ricerche degli scultori dell’età arcaica, Policleto, Fidia e altri artisti dell’età classica raggiunsero un mirabile equilibrio tra le forme astratte e geometriche più antiche e quelle naturalistiche derivanti dall’osservazione diretta della realtà, realizzando statue caratterizzate da grande equilibrio, armonia e vitalità della composizione. Anche le espressioni dei volti si modificarono e passarono dal sorriso tipico delle statue dell’età arcaica alle espressioni serene ed imperturbabili dell’età classica, segno di grande nobiltà d’animo.

Il corpo classico è dunque un corpo caratterizzato da proporzione e armonia, divenendo, nella tradizione dell’arte occidentale, sinonimo di perfezione e di bellezza senza tempo. È nel corso del IV Secolo che matura in campo artistico l’attenzione per i dati fisionomici, entro un quadro storico profondamente mutato e parallelamente al nuovo orientamento degli interessi in ambito filosofico e letterario verso l’individuo.

Il corpo ellenistico è caratterizzato da un modellato più accentuato, che mette maggiormente in evidenza panneggi, muscoli e tendini, e dall’esplosione del movimento, che apre le forme rompendo la chiusura classica. Si pensi, ad esempio, al gruppo del Laocoonte. Questi corpi mettono altresì in evidenza una nuova attenzione per “l’attività dell’anima”, cioè per l’espressione degli stati emotivi e della psicologia dei personaggi. I volti non sono chiusi nella classica serenità ed imperturbabilità, ma i visi contratti e i gesti disperati esprimono la sofferenza e il terrore di fronte alla morte.

Si comincia ad evidenziare una ricerca per l’effetto drammatico e plastico inusuale per i canoni estetici dell’arte greca. Alcune delle più conosciute sculture ellenistiche come la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, il Galata morente rivelano dei tratti sensuali, emotivi e ricchi di pathos o drammaticità, lontani dalla bellezza austera tipica di soggetti analoghi della scultura del periodo classico. I nuovi artisti possiedono una predilezione per i caratteri individuali e ricercano non più un ideale di bellezza fisica, ma un verismo espressivo che possa commuovere o impressionare l’osservatore.

Un aspetto fondamentale della nuova cultura è quella di focalizzarsi sull’uomo comune e non più su una minoranza composta da eroi e divinità. Le rappresentazioni della figura umana non perseguono tanto un modello ideale di dignità, di nobiltà e di bellezza, ma mettono in evidenza piuttosto quegli aspetti in grado di produrre sensazioni quali disgusto, compassione, gioia o tristezza. Inoltre nel periodo ellenistico iniziò a praticarsi l’arte del ritratto, superando le ultime reticenze verso il ritratto fisiognomico e arrivando a rappresentazioni fedeli degli individui.

Lisippo, ritrattista ufficiale di Alessandro Magno, superò il canone classico riferito al corpo umano, in quanto raffigurò l’uomo, secondo quanto riporta Plinio, non come è, ma come appare. Egli introdusse, in questo modo, un principio di relatività, derivato dalla sensibilità dell’osservatore. Dopo Lisippo, tra i Secoli II e I a. C., si ebbe uno sviluppo amplissimo del ritratto fisiognomico greco; a scatenarne la richiesta furono sovrani, politici e ricchi privati.

Nel grande impero macedone, a partire dal 300 a.C. sino all’arrivo dei romani, si era soliti riempire le piazze delle città con statue-ritratto di re, politici, generali, poeti, oratori e filosofi, essendo ormai venuto meno il divieto di esporre ritratti in luoghi pubblici. Questa nuova moda imponeva agli scultori nuove forme espressive, in grado di evidenziare il ruolo pubblico svolto dalla persona raffigurata e di dare alla testa e al viso una caratterizzazione individuale in modo da rendere riconoscibile il personaggio.

In allegato a questo articolo, potete vedere alcune immagini gentilmente fornite dall’autrice.

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Sabrina Romagnoli (Siena, 1969), si definisce e viene definita "diversamente storica", essendo pure archeologa; ma, sempre per questa ragione, potrebbe esser considerata anche "diversamente archeologa", essendo pure storica. Di conseguenza la definizione di "topo da biblioteca" le va molto stretta, ed infatti chi la conosce sa quanto non le si addica. Laureata all'Accademia di Belle Arti a Firenze (e non solo), studiosa di arte ed in particolare di scultura, esperta di altorilievi e bassorilievi, il suo curriculum è molto ricco, ma per la curiosità dei nostri lettori preferiamo non raccontarvelo tutto in un colpo solo.

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