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Siria, Trump contro Assad: forni crematori

Oggi il governo siriano ha negato “categoricamente” le accuse di Washington su presunte esecuzioni di massa nelle carceri con conseguente cremazione delle vittime in un maxicrematorio allestito all’uopo alle porte di Damasco. A rispondere è stata l’agenzia stampa siriana Sana, che non ha usato mezzi termini nel dire come “le asserzioni dell’amministrazione americana sul cosiddetto crematorio della prigione di Saydnaya fanno parte di una storiella ideologica staccata dalla realtà”.

Ciò non ha comunque scalfito la baldanza con cui l’Amministrazione Trump continua a rivolgere le stesse, inveterate accuse. Il governo di Assad “è sprofondato in un nuovo livello di depravazione”, viene detto con una retorica tale da apparire già di per sè poco credibile ed ascoltabile. Secondo l’alto diplomatico per il Medio Oriente, Stuart Jones, il presunto forno crematorio sarebbe ubicato a Saydnaya, a 45 minuti di macchina da Damasco, e a scorta di tale ipotesi, che in realtà è soprattutto un’opinione o un’accusa facilmente sconfinabile nella menzogna, vengono addotte varie foto del misterioso edificio, sul quale la neve si scioglierebbe d’inverno. Questo, per gli americani, sarebbe l’indizio (si noti bene, l’indizio e non la prova) della presenza di un forno crematorio. Così ha detto Jones: “Noi crediamo che il regime siriano abbia installato un crematorio nella prigione di Sednaya che potrebbe disfarsi dei resti dei detenuti per nascondere l’ampiezza delle esecuzioni di massa”.

La dimostrazione che gli Stati Uniti, in Siria, stiano cercando lo scontro con la Russia e con l’Iran è ben espresso dalla dichiarazione finale di Jones, che arriva a dire: “Siamo inorriditi dal fatto che queste atrocità sono state compiute dal regime siriano apparentemente con l’incondizionato sostegno della Russia e dell’Iran”.

Viene da chiedersi quale sia la credibilità di “accusatori” che avevano già rinfacciato ad Assad l’uso di armi chimiche, quando in realtà queste erano state utilizzate dai ribelli, e che in Libia avevano parlato di genocidi e di repressioni inesistenti da parte di Gheddafi. Siamo rapidamente passati dal “Make the America Great Again” al “Make the America Ridicolous Again”.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l’Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.

2 COMMENTI

  1. Le accuse fatte dagli americani sono ovviamente ridicole, non sono supportate da nulla tranne strane dichiarazioni di Amnisty International (su prove infondate ma dichiarazioni di presunti oppositori che ora combattono con l’ISIS e sono responsabili di migliaia di eccedi di cristiani e di musulmani a loro invisi).
    Assomigliano alle prove fasulle delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein poi dimostratesi una balla colossale e per le quali Tony Blair è stato condannato da un tribunale inglese.
    In realtà la guerra in Siria è una guerra vera e propria sostenuta da una oalizione di forze regressive e reazionarie con in testa Arabia Saudita Qatar Israele e nella quale gli Stati Uniti fanno da sostenitore finanziatore e organizzatore, con tutto il contorno di notizie false montate ad arte.
    Per anni abbiamo assistito a notizie sulla Siria provenienti da un sedicente Osservatorio per i Diritti umani i Siria gestito da un personaggio che dire criminale è poco, un jagidista di Al Qaida arruolato a libro paga del servizio segreto inglese che sfornava notizie totalmente false.
    Il problema che da noi che parliamo tanto di libertà di stampa in realtà non immaginiamo quanto di falso ci sia in questa frase; da noi TUTTI GLI ORGANI DI STAMPA sono pilotati e non a caso cantano la stessa musica, utilizzano sempre le stesse fonti di informazione, e soprattutto danno tutti la stessa versione dei fatti.
    Questa versione è quella dettata da Stati uniti e loro accoliti.
    Questa è la situazione , grazie a Dio esiste internet attraverso cui si possono avere notizie alternative, analisi indipendenti. Una di queste fonti è questa testata che ci permette di sapere cosa succede.

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