Camicia a righe blu, benda sugli occhi, capo reclinato in avanti, mani dietro la schiena e manette ai polsi. La foto di Christian Gabriel Natale Hjort, uno dei due ragazzi statunitensi indagati per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ha fatto il giro del mondo, scoperchiando il pentolone dell’ipocrisia in cui gli “sbendati” rimestano quando gli fa comodo.

La foto scattata da un militare già trasferito ad altro incarico, a quanto pare “per evitare che vedesse elementi legati all’inchiesta che apparivano in quel momento su alcuni schermi presenti nella stanza”, enfatizza in maniera pacchiana un abuso di potere e una violazione dei diritti delle persone sottoposte a misure cautelari che potrebbero andare unicamente a favore dei due violenti e viziati nipoti dello zio Sam, rafforzando le tesi della macchina propagandistica al servizio degli Stati Uniti che a Roma e Washington sta muovendo già le sue pedine, con il rischio di assestare la dodicesima coltellata al servitore dello Stato di cui oggi si sono celebrati i funerali. Sul caso è stata avviata sia un’indagine interna all’Arma dei Carabinieri sia una ufficiale della procura.

Un atto istruttorio, sia esso una confessione, una testimonianza o un interrogatorio, se svolto con modalità che coartano la libera determinazione di una persona, può essere dichiarato nullo. Anche se poi quelle dichiarazioni dovessero essere confermate in una fase successiva. Chi ha oltrepassato il limite, sia nella forma che nella sostanza, rischia di aver fatto un regalo (fino a che punto casuale o per pura leggerezza?) ai sostenitori dell’eccezionalismo statunitense, sinistrati in primis, prontissimi ad invocare garanzie e diritti quando le situazioni lo richiedono.

Il procuratore generale di Roma, Giovanni Salvi, ha fatto diffondere una nota per chiarire che durante l’interrogatorio “gli indagati (anche Finnegan Lee Elder figlio dell’alta borghesia americana e studente di una scuola cattolica per ricchi di San Francisco) erano liberi nella persona, senza bende o manette. All’interrogatorio è stato presente un difensore ed é stato condotto da due magistrati, è stato registrato e ne è stato redatto verbale integrale. Gli indagati sono stati avvertiti dei loro diritti. Le informazioni fornite dalla Procura della Repubblica di Roma circa le modalità con le quali è stato condotto l’interrogatorio consentono di escludere ogni forma di costrizione in quella sede”. Ma la difesa italiana e d’oltreoceano dei due, ormai ha azzannato l’osso e non ha alcuna intenzione di mollarlo.

Le tifoserie in lotta stanno sciorinando il meglio dei rispettivi repertori, al punto da far apparire una benda sugli occhi quasi più “importante” di un efferato omicidio, con accuse a raffica di “violazione dei diritti umani” provenienti dal paese che conta una delle popolazioni carcerarie più numerose del pianeta terra, in cui i poliziotti-sceriffo devono indossare le body cam per non eccedere e che, per chi non soffre di amnesie, vuol dire anche Guantanamo, Cermis e pena di morte.

L’uscita di Alan Dershowitz, noto come lo “sciacallo del foro”, quello per intenderci del “torture may be the only or best tactic for saving lives”, strombazzata con gli occhi a curicino da molti gazzettieri italiani, la dice lunga su dove si voglia andare a parare.

“Se io fossi l’avvocato dei due ragazzi arrestati a Roma, userei subito quella foto per invalidare l’intero procedimento legale”, ha detto il professore emerito di legge all’Harvard University. Pur precisando che il reato è stato commesso in Italia e ricade sotto la giurisdizione italiana, Dershowitz ha spiegato che “sul piano diplomatico, però, gli Stati Uniti potrebbero presentare una protesta formale, e chiedere che il ragazzo venga mandato in America per il processo”.

“Generalmente, ha aggiunto, non è un mezzo adoperato con i paesi alleati come l’Italia, ma l’impatto mediatico della foto potrebbe spingerli ad agire. L’unico elemento che potrebbe fermare Washington è la presenza di altre prove talmente schiaccianti, da rendere superfluo questo atto”.

Il professore emerito di legge all’Harvard University ha indicato anche un’altra strada, quella europea, che i legali dei due giovani potrebbero percorrere. “L’Italia, ha aggiunto, fa parte dell’Unione Europea, e quindi di tutti i suoi organismi giuridici, come la Corte di giustizia. Inoltre è membro di altre istituzioni continentali, come la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, che ha proprio lo scopo di garantire i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini”. Gli avvocati potrebbero appellarsi a queste sedi impugnando la foto come la prova di un trattamento illegale, “per bloccare o annullare il processo”.

Avvertimenti travestiti da pareri autorevoli (peraltro non richiesti) che rivelano il vero e più grande pericolo incombente: quello di far passare i carnefici per vittime. Il vice brigadiere Mario Cerciello Rega aveva 35 anni, era sposato da 43 giorni e ne erano passati 13 dal suo ultimo compleanno. È morto in una notte maledetta a Roma per 11 coltellate, inferte per 100 euro e 1 dose di droga.

Numeri di vita e di morte che danno la misura esatta della grandezza di alcuni uomini e al contempo la dimensione della piccolezza di altri. Miserabili che sputano sulla vita per vizio e depravazione, senza alcun rispetto per quegli uomini, papà, mariti e cittadini la cui silenziosa dignità non è soggetta ad alcun prezzo.

 

 

 

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