I barbarici attacchi di Parigi, che nella notte del 13 novembre scorso, hanno causato la morte di circa 130 innocenti e il ferimento di altre 300 persone, sono stati duramente condannati anche dalle autorità della Repubblica Popolare Cinese. Di fronte a questo brutale atto di terrorismo, Xi Jinping ha mandato immediatamente un messaggio di condoglianze a François Hollande e al popolo francese, dichiarando di «condannare fermamente tali atti barbarici».

Ciò che ci preme evidenziare in questa sede, è però il doppiopesismo di taluni politici occidentali di fronte ad atti di terrorismo contro la Cina. Nonostante la poca diffusione sui media nostrani, anche la Repubblica Popolare ha subito gravi attacchi, sia legati a terrorismo etnico sia all’estremismo islamico, che hanno portato anche a vere e proprie carneficine, non dissimili dai fatti di Parigi. Eppure ciò non ha per nulla smosso le coscienze, non solo dell’opinione pubblica, ma anche dei governi nazionali.

Le sommosse del 14 marzo a Lhasa e il cinismo dei politici francesi

In molti ricorderanno i mesi appena precedenti alle Olimpiadi di Pechino del 2008: a Lhasa, capoluogo della Regione Autonoma del Tibet, si verificarono disordini e scontri molto violenti, che costrinsero le autorità ad intervenire per sedare i tumulti. Allora, gran parte del mondo occidentale fece orecchie da mercante su queste violenze, oppure cercò di adulterare la natura dei fatti per fare pressioni sulla Cina.

Il 14 marzo del 2008, nella città “santa”, alcuni lamaisti fedeli del Dalai Lama, uccisero 13 persone, ferendole a morte o bruciandole. Anche dei poliziotti in servizio furono attaccati, ed alcuni feriti. 56 veicoli furono danneggiati o bruciati, furono comprovati circa 300 incendi dolosi, che hanno causato la distruzione totale di 214 negozi e il danneggiamento di oltre 800 attività economiche. Un attacco, anche se meno costoso in termini di vite umane, frutto di una capillarità organizzativa criminale, che ha colpito un’intera città nella sua vita quotidiana e nella sua gente. A quel punto, il governo centrale non si poteva esimere da un energico intervento per riportare alla normalità la città e perseguire i colpevoli.
Dopo questi attacchi, né Stati Uniti, né Gran Bretagna, Germania o Francia, mandarono un solo messaggio di condoglianze per le vittime, o anche solo di solidarietà o di condanna per queste violenze.

In questo caso, come in molti altri, i governi occidentale capovolsero integralmente gli eventi o si “scordarono” di considerare gli eventi avvenuti nella loro integrità. Barack Obama, candidato presidenziale, dichiarò: «Esprimiamo profonda preoccupazione e condanna verso la repressione del governo cinese e l’arresto di monaci. Chiediamo al governo cinese di rispettare i diritti umani basilari in Tibet e della sorte dei monaci detenuti». Il governo statunitense, inoltre, preferì inviare un suo alto funzionario, Nancy Pelosi, in visita presso il Dalai Lama per esprimere sostegno e per chiedere l’apertura di un’inchiesta internazionale piuttosto che confrontarsi con Pechino. Il Premier inglese Gordon Brown e il suo segretario in politica estera si limitarono a dichiarare: «Chiediamo ad entrambe le parti di esercitare moderazione e continuare il dialogo». La Cancelliera tedesca Angela Merkel espresse «molta preoccupazione per gli sviluppi in Tibet», e le uniche azioni che propose, attraverso il Ministero degli Esteri, furono una «richiesta di trasparenza da parte del governo cinese». Il più radicale ed intransigente di tutti, fu però, paradossalmente, l’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy; senza minimamente curarsi delle responsabilità dei morti civili, di una città messa a ferro e fuoco da un pugno di uomini, incolpò la Cina degli avvenimenti e boicottò la cerimonia di apertura in segno di protesta verso il governo cinese, dichiarando al contempo che avrebbe riallacciato i contatti col Dalai Lama. Il governo italiano, dimostrando ulteriormente il suo servilismo, non constatando nemmeno le responsabilità e i motivi delle ostilità, proferì, per bocca di D’Alema: «Condanniamo pienamente la repressione e speriamo che le autorità rispettino i diritti umani, la storia e la libertà religiosa dei tibetani».

La rivolta del 5 luglio ad Ürümqi e i vecchi trucchi dei politici occidentali

Il 5 luglio del 2009 anche la capitale della Regione Autonoma dello Xinjiang fu messa a ferro e fuoco, con un concentrato di violenza superiore a quella che colpì Lhasa l’anno precedente. Un gruppo di separatisti etnici, legati all’islamismo e all’estremismo politico, guidati da Rebiya, del fantomatico “Congresso Mondiale Uiguro”, hanno innescato la miccia ad Ürümqi. Risultato: oltre 1.700 feriti e più di 200 morti.

La guerriglia cittadina si è districata per giorni, tra linciaggi a danno dei cinesi Han, incendi dolosi, attacchi alla polizia e ai militari, fino ad un nuovo intervento dell’Esercito Popolare. Nonostante i morti siano stati di più che negli attentati di Parigi, ed i danni alla città ben più consistenti, non si è verificata alcuna mobilitazione dell’opinione pubblica, né voci esplicite di condanna.
La Francia ha semplicemente detto di essere «preoccupata per il peggioramento dei diritti umani nello Xinjiang», mentre il Regno Unito si è limitato ad un ancor più laconico «siamo attenti e chiediamo un dialogo per risolvere i problemi». L’Italia, tramite Napolitano, e la Germania, addirittura, si sono limitati nel loro unico comunicato ufficiale a dire che «la Cina deve compiere progressi nella questione dei diritti umani» (la prima) e «deve rispettare le minoranze» (la seconda), senza una minima espressione di rammarico per le vittime innocenti, o di rabbia verso le azioni violente dei separatisti uiguri.

Riprendendo, nello specifico, il comunicato francese durante questi fatti, non si è parlato altro che di “comunicare” e “dialogare” con i gruppi responsabili dei massacri etnici ad Ürümqi e delle colpe governative, ovvero della “repressione” governativa delle minoranze: questo senza nessun riferimento ad attacchi terroristici che hanno causato 200 morti. Ci chiediamo: come avrebbe reagito la Comunità Internazionale, ed anche i comuni benpensanti, se la Cina, anziché condannare tout court la barbarie terrorista a Parigi, si fosse limitata a chiedere un “dialogo”, a chiedere il “mantenimento della calma e della discussione” tra le parti, incolpando il governo francese per la sua politica “errata” (e quindi parzialmente responsabile) verso le minoranze?

Fonte:

FONTETibet.cn
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Nato a Brescia nel 1996, studioso del Medio Oriente, dell'Asia Orientale e dell'Europa Orientale.