Si è parlato molto nelle ultime settimane di quei ragazzi italiani andati a combattere volontari nelle truppe delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk, con lo scopo di difendere la loro indipendenza e riconoscendo il valore sociale ed anticapitalista che nei loro intenti costituzionali affiora. Esiste una lunga tradizione di siffatti combattenti, la quale affonda le sue radici nel garibaldinismo e nelle iniziative che gli epigoni del barbuto generale compirono in nome della libertà dei popoli e della giustizia sociale, coerentemente con gli auspici della Giovane Europa di Giuseppe Mazzini.

Tenendo presente che a Mentana nel 1867 furono proprio fucili francesi a stroncare l’iniziativa di Giuseppe Garibaldi tesa ad annettere Roma al Regno d’Italia, sembra quasi una contraddizione rilevare che la prima azione delle camicie rosse al di fuori dai confini italiani (omettendo i precedenti in America indiolatina dell’Eroe dei due mondi) si sia svolta in difesa della Francia invasa dalla coalizione di Stati tedeschi capeggiata dalla Prussia bismarckiana (alleato dell’Italia nella Terza guerra d’indipendenza).

In verità nei tre anni trascorsi nel frattempo parecchie cose erano cambiate. Oltralpe non vi era più l’impero di Napoleone III con le sue venature clericali e conservatrici, bensì la Comune di Parigi, realizzazione delle utopie socialiste e repubblicane che sempre più si andavano diffondendo in Europa. D’altro canto la figura di Garibaldi aveva già fatto breccia nell’immaginario collettivo transalpino: il comandante nizzardo era assurto nella letteratura francese al rango di allegoria vivente della libertà che si pone alla guida del popolo, quasi a incarnare i celebri quadri raffiguranti le giornate rivoluzionarie. Alexandre Dumas in Montevideo ou une nouvelle Troie (1850) aveva ben romanzato le vicende sudamericane di Garibaldi e l’autore di romanzi popolari Arthème Fayard aveva raggiunto ampio pubblico con Les mémeoires authentique de Garibaldi. L’appello garibaldino per soccorrere la Comune ed i valori che incarnava trovò facilmente proseliti non solo in Italia: Faustino Tanara da Parma avrebbe capitanato la costituenda legione e Jessie White si sarebbe aggregata alla spedizione nella duplice veste di corrispondente della stampa inglese ed americana, nonché di infermiera pronta ad affrontare la prima linea. Non mancarono tuttavia gli strascichi delle vicende insurrezionali del 1867, i quali assunsero particolare rilevanza in occasione di uno scontro a fuoco consumatosi nelle strade di Chambéry tra garibaldini e Chausseurs de Vincennes, alcuni dei quali avevano preso a fucilate le camicie rosse a Mentana. Garibaldi ottenne comunque il comando dell’Armata dei Vosgi, il cui quartier generale venne collocato a Dôle presso Digione e successivamente ad Autun: ai suoi ordini risultavano alcune migliaia di uomini eterogenei e male armati, francesi e volontari stranieri, tra cui circa 3.000 italiani. Le quattro brigate dell’Armata, fiancheggiate da alcune compagnie di franchi tiratori francesi, riuscirono a cogliere un sorprendente successo a Digione il 21-23 gennaio 1871. Lo storico militare Giorgio Rochat riconosce oggi la capacità del condottiero nizzardo di concentrare le poche forze a propria disposizione in un punto nevralgico dello scacchiere nemico ottenendo poi clamorosi risultati, laddove all’epoca Michail Bakunin dipinse il Garibaldi dei Vosgi “sublime di grandezza, di rassegnazione, di semplicità, di perseveranza, d’eroismo”. Il leader anarchico esprimeva così la sua ammirazione per i valori che avevano mosso Garibaldi, suo figlio Ricciotti e centinaia di volontari, i quali incarnavano il mito del popolo in armi pronto a lottare per la libertà anche di altri popoli, in quest’occasione per giunta contro la Prussia, il cui esercito rigidamente inquadrato già allora assumeva i contorni di uno strumento di volontà imperialista. Dal campo nemico giunsero analoghe attestazioni di stima per le doti di stratega di Garibaldi, in particolare da parte del generale Edwin von Manteufel, protagonista di brillanti operazioni nel corso di tale campagna. La spedizione in Francia, insomma, aveva rilanciato la figura di Garibaldi come leader repubblicano pure al di fuori dei confini italiani, ma anche consacrato Ricciotti Garibaldi come comandante e continuatore dell’opera paterna in ambito militare e politico.

I reduci di tale esperienza contribuirono ad irrobustire le fila del florido associazionismo garibaldino, radicato in varie regioni della penisola e perennemente attraversato dalla dialettica sui rapporti da mantenere con le istituzioni monarchiche ed in merito all’opportunità ed alle modalità con cui sviluppare nuove azioni. Di fatto si consolidò la vocazione al volontarismo su scala europea: le memorie di Giuseppe Barbanti-Brodano ci raccontano della spedizione garibaldina che nel 1875-’77 soccorse la rivolta serba anti-turca in Bosnia Erzegovina, l’insurrezione di Creta nel 1897 spinse numerose camicie rosse a sostenere l’esercito greco e a cimentarsi nella battaglia di Domokos ed ancora nei Balcani Ricciotti Garibaldi indirizzò i suoi volontari nel 1911-1912. Dapprima si trattò di sostenere la rivolta delle tribù cattoliche dei Malissori nell’Albania settentrionale, contraccambiando l’entusiasmo che le comunità albanesi radicate oramai da secoli nell’Italia meridionale avevano riversato nelle lotte risorgimentali, auspicando tramite i Comitati italo-albanesi un analogo percorso verso la libertà per la propria terra d’origine. L’anno seguente sarebbe stato invece il filellenismo, diffusosi in tutta Europa a partire dalle guerra per l’indipendenza della Grecia scatenatasi negli anni Venti dell’Ottocento, a condurre un contingente garibaldino oltre l’Egeo. In tale circostanza, tuttavia, i volontari italiani videro spezzarsi le loro utopie inerenti l’armonia tra i popoli affratellati nella lotta per l’indipendenza: l’esercito greco cinse d’assedio il presidio turco di Jannina, località rivendicata pure dalla nascente Albania, e non furono rari gli episodi di atrocità nei confronti dei civili perpetrati addirittura da ufficiali ellenici.

Si trattava dell’anticipazione di quella logica che avrebbe portato dalla Prima alla Seconda guerra balcanica: una volta sconfitto il comune nemico ottomano, che nel bene e nel male aveva tuttavia rappresentato un elemento di stabilità nella regione, i giovani Stati balcanici cominciavano a combattersi accanitamente al fine di raggiungere ciascuno i confini di quasi leggendari regni o imperi che in passato avevano segnato l’apogeo delle conquiste territoriali di un certo popolo. Benché amareggiati da simili sviluppi, gli animatori del movimento garibaldini non si sarebbero scoraggiati, consapevoli probabilmente che ci sarebbero state ben presto nuove occasioni per impegnarsi, nella misura in cui le dinamiche balcaniche, a loro volta innescate dalla spedizione italiana in Libia, avrebbero chiamato nuovamente al cimento delle armi l’Europa.

In effetti ancor prima dell’entrata nella Grande guerra dell’Italia (24 maggio 1915), centinaia di volontari guidati dai nipoti di Garibaldi, non solo sudditi sabaudi, ma anche provenienti dalle terre irredente del Trentino e della Venezia Giulia, si sarebbero recati in Francia per sostenere la “sorella latina” invasa dalla Germania ed un manipolo perfino nella Serbia sottoposta all’attacco austro-ungarico.

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