La situazione in Medioriente, con lo scontro fra Iran e Arabia Saudita è oltremodo caotica. Ne parliamo con Ali Reza Jalali, intellettuale e opinionista iraniano.

1) Quali sono le cause del conflitto in corso? Quanto c’entra la religione, in tutto ciò, e quanto, invece, le scelte occidentali (Libia, Siria)? Quanto ha influito la disastrosa guerra in Yemen?

Il conflitto in questione tra Iran e Arabia Saudita ha radici profonde, rintracciabili nell’attrito geopolitico tra mondo arabofono e Persia.

Tale attrito storicamente presente si rafforza e si indebolisce a seconda delle situazioni, del contesto internazionale e dei governi al potere nei due contesti. In taluni casi tale attrito si rafforza, come nella fase storica attuale, grazie all’identitarismo confessionale (sciiti contro sunniti ecc.) o a quello etnico-linguistico (arabi contro persiani ecc.), in altri momenti invece si indebolisce, per via dell’emergere di altre priorità e preoccupazioni parzialmente comuni tra i due mondi, ad esempio grazie al problema dell’occupazione israeliana di alcune regioni del mondo islamico, sia sunnita che sciita (Palestina storica, sud del Libano, Golan, ecc.).

Nell’attuale attrito arabo saudita-iraniano, il fattore confessionale può essere un ottimo pretesto per radicalizzare la contesa e aggravare la situazione, gettando benzina sul fuoco dell’attrito geopolitico ancestrale, che è anche normale per due aree geografiche confinanti (basti pensare all’attrito italo-slavo, italo-tedesco, italo-francese, per quanto riguarda le diatribe nelle zone di confine), ma ciò non è la base del conflitto, è caso mai un ingrediente in più per esasperare gli animi. In fondo, la storia persiana è piena di guerre coi popoli che hanno vissuto a ovest dell’altopiano iraniano, anche prima dell’Islam.

Le politiche di una parte dei paesi occidentali hanno aggravato il caos, visto che l’instabilità si è accresciuta grazie agli interventi americani, inglesi e francesi. Inoltre il conflitto in Yemen certamente influenza il peggioramento delle relazioni bilaterali, alla luce del sostegno panarabo al governo di Hadi. In fondo, governi arabi eterogenei, islamisti-sunniti (Sudan), nazionalisti (Egitto), monarchie conservatrici wahabite (paesi della penisola araba), sostengono l’attuale campagna mediatica regionale anti-iraniana. Il problema sciiti-sunniti o ideologico è un pretesto, non la radice della diatriba.

2) Su quali alleati può contare l’Iran? Quali sono, invece, i Paesi che darebbero supporto concreto ai sauditi?

Se intende nella fase attuale, ovvero di guerra per interposta persona (proxy war), visto che dubito che ci sarà un confronto diretto tra iraniani e sauditi, l’Iran ovviamente può contare su talune “quinte colonne” nel mondo arabo, che per i suddetti motivi riguardanti una comune preoccupazione con gli iraniani, ovvero il primato del problema dell’occupazione straniera nella regione mediorientale, tendono a non seguire la politica dei loro “fratelli arabi”. Questi, in ordine di importanza dal punto di vista iraniano sono: Hezbollah, lo Stato baathista siriano, il governo e le milizie sciite irachene e gli houthi dello Yemen.

E’ da notare come – nonostante il dominio degli alawiti-sciiti in Siria, la base dell’esercito siriano sia sunnita. In fondo, negli anni ’80, l’Iraq di Saddam, muoveva guerra all’Iran, con una base militare sciita. Ribadisco, l’attrito sciiti-sunniti è secondario rispetto all’ancestrale attrito geopolitico arabo-iraniano. In fondo anche al tempo dello Shah vi erano problemi coi vicini arabi, sia di orientamento nazionalista, che di orientamento conservatore-monarchico (Ad esempio lo scontro per il dominio su alcune isole del Golfo Persico tra Iran e Emirati Arabi risale al tempo dello Shah).

Coi sauditi stanno sostanzialmente la maggioranza assoluta dei paesi arabi, così come accadde con Saddam negli anni ’80, dal Marocco alla penisola araba, fatta eccezione oggi per l’Algeria, mentre allora le eccezioni erano la Libia e la Siria.

3) Qual è la situazione interna (tenuta del Paese, qualità della leadership, economia, etc.) iraniana? E quale quella saudita? C’è il rischio di una «nuova Siria»?

In Iran la situazione è uguale a quella di qualche anno fa, ovvero tutto procede nella norma; il cambio di governo ha portato a un miglioramento delle relazioni con taluni attori occidentali, ma i cambiamenti sembrano più mediatici e di patina, che non sostanziali, tanto è vero che a oggi nessuna sanzione economica di rilievo è stata annullata.

L’unico cambiamento è forse l’afflusso maggiore di turisti, ma per il resto è tutto uguale a prima. In Arabia Saudita il regime non sembra intenzionato a far filtrare troppe notizie, soprattutto dalle zone calde del paese, a est, dove vivono gli sciiti perseguitati dal regime egemone wahabita. Per cui non possiamo sbilanciarci più di tanto sulla tenuta interna. Certamente il calo del prezzo del greggio e altri fattori sembrerebbero orientare l’analisi verso un deterioramento della situazione, ma non tale, almeno nel breve, da permettere di ipotizzare una crisi profonda.

4) Israele che ruolo ha nella vicenda, ammesso che ne abbia uno?

Israele ha un ruolo di primo piano, anche se ora come ora preferisce agire nell’anonimato. E’ chiara la vicinanza di Israele ai sauditi, se non altro in funzione anti-iraniana. Non vi è un solo giorno in cui i dirigenti di Tel Aviv non pongano enfasi sul ruolo di Teheran, nefasto dal loro punto di vista, riguardo la situazione mediorientale. Ricordate dichiarazioni anti-saudite del governo israeliano negli ultimi anni?

5) C’è la possibilità che lo scontro fra sunniti e sciiti divampi anche da noi? In fondo, ci sono molti immigrati in Europa.

Negli ultimi anni ci sono stati degli episodi preoccupanti, ricordo che in Belgio, qualche anno fa, ci fu un attentato anti-sciita condotto da elementi salafiti, che provocarono un morto. Ma, in generale, per via dell’esiguo numero di sciiti in Europa, penso che non vi saranno episodi gravi.

In fondo in Europa oltre il 90 percento dei musulmani è sunnita; le principali comunità islamiche in Italia sono originarie del Marocco, dell’Albania e di altri contesti, in ogni caso sunniti. Per i salafiti è più comodo massacrare sciiti in Libano, Siria, Iraq, Pakistan ecc. che non in Europa.

6) Secondo Lei, l’Italia quale atteggiamento dovrebbe adottare, posto che abbia l’autonomia necessaria per intraprendere una politica estera indipendente?

Se il governo italiano non fosse legato ad alleanze militari che limitano fortemente la sua autonomia, dovrebbe lavorare per cercare di, nel limite del possibile, invitare le parti al dialogo e alla pace.

Se ciò non fosse possibile, la logica imporrebbe un atteggiamento più intransigente con quei governi che sostengono il terrorismo o che non fanno abbastanza per contenerlo. In fondo, gli iraniani hanno mandato in Iraq e Siria truppe di terra contro l’ISIS.

I sauditi, oltre a creare alleanze militari buone per conferenze internazionali, da pubblicizzare sui media, cosa hanno fatto concretamente, nei principali campi di battaglia regionali, contro l’ISIS? Ma ovviamente questa è fantapolitica, in quanto, come ha detto bene lei, il governo italiano non è indipendente. Basti pensare alle folli sanzioni antirusse che hanno danneggiato l’imprenditoria italiana. Il governo lavora per altri interessi, fuori dall’Italia, e preferisce “rispettare” le alleanze internazionali che fare gli interessi della nazione e del popolo italiano.

7) Una riflessione libera sul fenomeno dell’islamofobia, che colpisce anche gente apparentemente in grado di comprendere come l’ISIS sia una creatura (anche) occidentale, e che i più saldi baluardi contro di esso si trovano proprio in Paesi a maggioranza musulmana (Siria e Iran).

Chi mi conosce sa bene che non amo i piagnistei. Esiste certamente una componente della politica mondiale e occidentale che ha un forte pregiudizio anti-islamico, e tale componente promuove una campagna contro l’Islam, per svariati motivi. Ma se i musulmani fossero più intelligenti non si lascerebbero strumentalizzare. 

Esistono dei seri problemi nel mondo musulmano: se gli islamici stessi non li affrontano, e anzi lavorano per aumentare i problemi, è inutile lamentarsi della cosiddetta islamofobia. Certamente esiste una minoranza di musulmani consapevole di ciò, e che si muove nella direzione giusta, ovvero combattere il cancro che vi è all’interno del mondo musulmano stesso, per poi rivolgere critiche contro chi propaganda l’odio contro l’Islam dall’esterno. Ma fino a quando la maggioranza dei musulmani sarà facile oggetto della strumentalizzazione altrui, da musulmano, non posso prendermela con gli estranei: sono i musulmani stessi che pongono le basi della cosiddetta islamofobia.

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Nato a Siracusa, si occupa prevalentemente di politica estera e strategia. Ha scritto "Battaglia per il Donbass" (Anteo Edizioni, 2014) https://pagineirriverenti.wordpress.com/