PECHINO – Se già in Italia esiste la diffusa percezione che le cose non siano mai ciò che sembrano, in Cina, questa sensazione raggiunge livelli esponenziali. Non si tratta di questioni sempre scindibili tra bene e male, come siamo abituati a distinguere noi, ma di un costante soffio che racchiude al suo interno tutto e il contrario di tutto. Nella vita di tutti i giorni questa tragica commedia assume risvolti coloriti e palpabili di un mondo che ai nostri occhi resta molto contraddittorio.

Non si tratterà di una tragedia in stile occidentale, ma la mancata qualificazione della nazionale di calcio cinese ai mondiali russi del 2018 si tinge dei tratti di un moderno dramma sportivo. Ancora in pochi hanno cominciato a paventare un possibile cambio sulla panchina della nazionale, ma il francese Alain Perrein, dopo un inizio molto incoraggiante, ha perso molto dello slancio iniziale. Come nella carriera dell’ex allenatore di Lione, Troyes e Wimbledom FC, Marsiglia e Portsmouth i successi sono arrivati sempre accompagnati da sconfitte, il calcio cinese vive di alti e bassi che si susseguono a ritmi vertiginosi. La fretta di arrivare subito ai vertici del calcio mondiale ha spinto la dirigenza del Partito spesso a passi troppo lunghi: il calcio, sulla scia della crescita economica, ha cercato una rapida affermazione che però si è rivelata molto più difficile da realizzare su un campo da calcio.

E pensare che il 2015 era iniziato sotto i migliori auspici. La convincente prestazione della nazionale di calcio maschile alla Coppa d’Asia giocata in Australia aveva fatto ben sperare tutti i sopiti tifosi cinesi che hanno visto eliminare la propria nazionale ai quarti della competizione continentale dai padroni di casa australiani e futuri vincitori del torneo. Il 2-0 firmato da una doppietta di Tim Cahill, che oggi gioca in Cina, aveva fatto registrare il record di ascolti per una partita di calcio con un picco di audience di 32 milioni. Non solo. Anche la nazionale di calcio femminile ben aveva figurato ai mondiali canadesi, uscendo (0-1) ai quarti contro la nazionale USA, vincitrice del titolo mondiale. A coronamento di questo momento d’oro del calcio cinese erano arrivate le direttive del governo centrale di Pechino che avevano sancito l’inizio di una nuova era del calcio in Cina, con l’annuncio ufficiale a marzo, dell’entrata dello sport più bello del mondo, come materia di studio, nelle scuole del celeste impero.

Tutto ciò non ha impedito tuttavia che il dramma sportivo affliggesse i già consumati tifosi cinesi che ancora una volta non vedranno la propria nazionale competere nella manifestazione calcistica più importante. Infatti in Russia nel 2018, la nazionale cinese, salvo cataclismi geopolitici, non ci sarà. La colpa è da attribuire fondamentalmente ai risultati che, nel secondo turno di qualificazione non sono arrivati. Nel girone C (a 6 squadre), la Cina al momento ha 11 punti: davanti a Maldive e Bhutan, si trova a 7 lunghezze dai leader del Qatar e a 3 punti di distanza dalla rappresentativa di Hong Kong. Si, proprio cosi. La regione ad amministrazione speciale della Repubblica popolare cinese, tornata sotto il diretto controllo della madre patria nel 1997, precede la nazionale cinese, seppur, al momento, con una partita in più.

La questione della sovranità della RPC sull’ex colonia britannica non è in discussione, ma la supremazia sul campo di calcio dovrebbe essere almeno un fattore di rafforzamento di tale posizione. E invece, le partite giocate dalla nazionale cinese contro la rappresentativa di Hong Kong, terminate entrambe con un pareggio senza reti, sono state la causa principale della mancata qualificazione al mondiale russo. Lo sgarbo se vogliamo, in questo caso è doppio: non solo la Cina non parteciperà ai mondiali ma non lo farà proprio a causa della resistenza, sportiva ovviamente, di una sua regione.

Le partite contro Bhutan e Maldive, ad oggi rispettivamente 180° e 166° su 209 compagini nel Ranking FIFA, non sono una buona base di comparazione per valutare lo stato di salute della nazionale cinese. La sconfitta fuori casa per 1-0 contro la nazionale qatariota non ha giustamente creato allarmismi, ma i due pareggi con la rappresentativa hongkongina hanno riportato le ambizioni del dragone cinese sulla terra. I prossimi due scontri, entrambi in casa, contro Maldive e Qatar, a causa del meccanismo di qualificazione al terzo turno, risulteranno logicamente inutili per le ambizioni mondiali cinesi, ma saranno tuttavia molto utili per stabilire se, l’avventura di Perrin sulla panchina della nazione più popolosa al mondo, è arrivata al capolinea. Tuttavia, anche due vittorie, se non accompagnate da una vibrante e convincente prestazione, potrebbero non salvare l’allenatore francese dall’esonero.

Ciò che conta più di ogni altra cosa è che il sogno cinese del pallone continui. Per fare ciò occorre che la nazionale ottenga qualche riconoscimento internazionale. La qualificazione mondiale, raggiunta solo in occasione del mondiale asiatico nel 2002, rappresenterebbe l’apice per gli attuali sogni di gloria della leadership e del popolo cinese.

Se almeno alcune delle contraddizioni che affliggono il calcio cinese saranno risolte, sicuramente tale sogno diventerà realtà. Possiamo scommetterci, a costo di ospitarlo, il mondiale.

 Andrea Bisceglia