Agroalimentare italiano: tra multinazionali e europa
Ulivo pugliese colpito da Xylella

Chi scrive è un appassionato della trasmissione televisiva “Unti e Bisunti”, andata in onda su DMAX (canale 52 Digitale), arrivata quest’anno alla terza stagione. In questo programma Chef Rubio gira, tappa dopo tappa, tutto lo stivale italiano alla ricerca dei sapori più particolari e caratteristici. A differenza di altri programmi in “stile Masterchef”, dove viene rappresentata più che altro la cucina di alto livello, quella dei ristoranti pluristellati e dei palati fini, “Unti e Bisunti” invece rappresenta la realtà popolare della cucina italiana, dei piatti tipici delle sagre di paese, o quelli che vediamo ogni giorno sulle nostre tavole senza nemmeno rendercene conto, quelli del pranzo della Domenica dalla nonna, o del cibo da strada, del quale la nostra penisola può offrire una varietà e una tipicità unica al mondo.

Programmi di questo tipo ci danno la rappresentazione del cibo come cultura, frutto di tecniche e tradizioni che rimangono immutate nel tempo e del lavoro di artigiani che per secoli, passandosi  il testimone da padre in figlio, hanno trasformato la materia prima che solo il territorio circostante può offrire. Scopriamo che ogni piatto tipico nasce da una storia particolare, subisce influssi culturali da ogni avvenimento storico e giunge a noi, come testimonianza popolare dei grandi eventi della storia, testimonianza che i libri di scuola non raccontano (ricordate la scena della locanda tratta dal Marchese del Grillo di Monicelli, dove il personaggio interpretato da Alberto Sordi fa assaggiare la pajata romana all’attrice francese presentandole il piatto come “merda”?).  Le eccellenze dei nostri territori, delle province, dei piccoli paesi sono la nostra storia, allo stesso modo di come possono esserlo i monumenti più belli delle nostre piazze, i capolavori di Michelangelo o i magnifici dipinti di Caravaggio. Devono essere per noi un orgoglio da difendere con le unghie e con i denti.

Difendere appunto. Perché nella nostra epoca del consumo le nostre eccellenze vivono un momento di difficoltà e soffrono la concorrenza della moda del multiculturalismo gastronomico.  Ristoranti cinesi, kebabbari, catene di fast-food e ristoburgers hanno gradualmente sostituito le nostre trattorie, i nostri mastri porchettai e i paninari sotto casa. La nostra epoca globalizzata professa il culto del “grande”: i grandi centri commerciali, le grandi catene dei fast-food, le grandi multinazionali del cibo che offrono al consumatore italico la più stragrande varietà di pietanze multietniche proveniente da ogni angolo del mondo.  I nostri artigiani che non si sono ingranditi, che sono rimasti nel piccolo delle loro botteghe, soffrono la concorrenza di questi colossi perché non possono vincere la guerra dei prezzi.

Allora, vedendosi ridotto il mercato interno, anche i nostri produttori si sono sempre di più specializzati per l’offerta estera, nel turismo e nell’esportazione. Chi non ha potuto far questo, è rimasto a lottare nel mercato interno confidando nell’aiuto e negli incentivi del Governo e dell’Unione Europea.  Ma le istituzioni hanno veramente aiutato i piccoli produttori in difficoltà? Ovviamente no ed il motivo è facilmente spiegabile:  i grandi colossi possono usufruire certamente di mezzi più ingenti e efficaci per influenzare le scelte delle elites politiche.

Senza dover ancora per forza chiamare in causa il temuto TTIP, che darà la mazzata finale alle nostre imprese, possiamo comunque citare alcuni esempi recenti che ci fanno comprendere la posizione assunta dalle istituzioni  politiche:  appena poche settimane fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato cancerogeni le carni rosse e gli insaccati, e già solo questo prodotto la reazione dei nostri macellai che hanno denunciato un calo della domanda nel loro settore, poi  il giorno dopo, l’Unione Europea, per la gioia degli amanti del cibo asiatico e africano, ha dato il via libera alla vendita e al consumo di insetti d’allevamento a tavola, insieme a nuovi coloranti e conservanti  prima proibiti.

In questi giorni abbiamo anche assistito alle proteste degli allevatori che si lamentano del fatto che le grandi industrie a cui vendono la propria materia prima pagano un prezzo troppo basso che non copre i costi di produzione (vendono a 34 centesimi al litro rispetto ai 38-41 che  servono per produrlo) e per protestare contro il via libera da parte della UE di poter usare latte in polvere per produrre formaggi dop e yogurt Made in Italy. Insomma, i produttori italiani in questo settore non hanno mai avuto una vita facile: basti pensare al caso delle quote latte, abolite da quest’anno, che se da una parte svolgevano la funzione di stabilizzare i prezzi, dall’altra, oltre al fatto che il nostro paese ha dovuto pagare multe salatissime per aver sforato i limiti, favorivano ugualmente l’importazione di latte estero più economico, soprattutto dal Nord-Europa, che poteva usufruire di quote maggiori rispetto alle nostre. Da questo punto di vista le quote latte hanno ridotto la produzione italiana per favorire quella estera. Tuttavia, ora che queste sono state abolite ed è tornato in vigore il libero mercato del latte, c’è il rischio che senza un piano preciso da parte del Governo, di difesa del prodotto italiano, i nostri allevatori e contadini si troveranno ancora di più in difficoltà.

Un’altra battaglia importante per le associazioni dei produttori italiani è quella della lotta alle contraffazioni e l’introduzione del Made in Italy nelle etichette. Ciò servirebbe a tutelare il nostro prodotto d’eccellenza contro le frodi compiute dalle industrie multinazionali che spesso, spacciandolo per prodotto italiano doc, riescono a imporre sugli scaffali dei negozi e supermercati di Italia ed Europa le loro contraffazioni. La battaglia sul made in Italy doveva essere il cavallo di battaglia del semestre europeo a guida italiano, ma sembra proprio che di questa questione in Europa poco ne abbiano discusso e alla fine il semestre si è concluso con un nulla di fatto. In verità, il 15 aprile 2014 il Parlamento Europeo ha approvato una norma che introduce l’etichetta obbligatoria (etichetta che può essere sia quella del singolo paese che quella generica UE) per i prodotti venduti nel mercato comunitario, però la norma esclude i settori alimentare e dei medicinali, e oltretutto, viene considerato “paese di origine” quello in cui il bene ha subito “l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata”. E’ evidente che tutto ciò non basta per tutelare il prodotto italiano e che in Europa evitano di approvare qualsiasi norma che possa mettere in difficoltà e ridurre i profitti delle multinazionali.

Come se non bastasse poi, in tempo di globalizzazione, le nostre aziende agricole e alimentari sono costrette a subire la concorrenza dei prodotti provenienti dai paesi extra-Ue, dalle altre sponde del mediterraneo ma anche dai paesi emergenti dell’Asia. L’abbattimento graduale delle ultime barriere doganali, dei dazi di protezione sul prodotto e l’introduzione di regole assurde (come la lunghezza del cetriolo e della zucchina, o quelle sul pesce pescato) hanno permesso una sempre maggiore importazione di beni esteri. Come abbiamo già detto in precedenza, la forte importazione dall’estero ha costretto i produttori italiani a specializzarsi nell’esportazione extra-UE. Il mercato dell’Est-Europa e soprattutto quello della Russia è stato per molto tempo uno sbocco florido per le nostre eccellenze. Tuttavia, le continue sanzioni verso la Russia hanno aggravato la crisi del settore agroalimentare.

Ci soffermeremo invece trattando da vicino il caso legato alla produzione dell’olio d’oliva. E’ di qualche giorno fa la notizia che, sette famose aziende italiane produttrici di olio (Carapelli, Bertolli, Sasso, Coricelli, Santa Sabina, Prima Donna e Antica Badia) sono state accusate dalla procura di Torino di aver contraffatto dell’olio d’oliva semplice, meno costoso, spacciandolo per olio extra-vergine d’oliva.  L’azione della Procura si Torino è avvenuta dopo la segnalazione pervenuta lo scorso giugno dal mensile dei consumatori “Il Test” che aveva fatto analizzare 20 bottiglie di olio extravergine tra le più diffuse nei supermercati italiani: 9 oli su 20 erano stati bocciati all’esame organolettico eseguito dal Laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Purtroppo a questo porta la guerra dei prezzi: la crisi economica, il cambio fisso dell’euro e la concorrenza dell’olio proveniente dall’estero spinge le aziende italiane a tentare con ogni mezzo di abbassare i prezzi, a discapito della qualità, arrivando perfino, come in questo caso, a commettere frodi.

Il 18 Giugno scorso, nell’ambito dell’incontro “L’olio italiano e la sfida della qualità”, tenutosi ad Expo, è stata presentata da parte di Coldiretti un’analisi sull’importazione di olio dalla Tunisia, basata sui dati Istat relativi agli ultimi 20 anni. Dal rapporto emerge che nel primo trimestre 2015 le importazioni di olio tunisino sono aumentate del 681%, pari a quasi otto volte le quantità dello stesso periodo dello scorso anno:

“Quest’anno si sono registrati sbarchi record di olio dalla Tunisia che diventa il terzo fornitore dopo Grecia e Spagna, che riduce invece le spedizioni in Italia del 32 per cento. Il risultato è che nel 2015 si registra il massimo storico nelle importazioni di olio di oliva straniero dopo che nello scorso anno erano già giunte dall’estero ben 666 mila tonnellate di olio di oliva e sansa come mai era avvenuto in passato. A favorire le importazioni è senza dubbio il calo produttivo di oltre il 35 per cento registrato per i raccolti nazionali con una produzione che è scesa nel 2014 sotto le 300 mila tonnellate realizzate da circa 250 milioni di piante su 1,1 milioni di ettari di terreno per un fatturato stimato in 2 miliardi di euro.”

Per gli agricoltori del Salento e della Puglia, le associazioni di categoria e gli ambientalisti, l’aumento dell’importazione di olio prima spagnolo, e ora tunisino, starebbe alla base del cosiddetto “piano Silletti” che prevede l’eradicazione degli alberi d’ulivo per contenere la diffusione dell’infezione del batterio “Xylella fastidiosa”.

Questo batterio, nella sua sottospecie detta “pauca”, è tipico delle zone dell’America centrale e settentrionale, dove attacca principalmente le piante di agrumi. Sembra giunto in Europa, in una ristretta fascia ionica presso Gallipoli, tra il 2008 e il 2010, attaccando le piante di ulivo e provocando il cosiddetto CoDiRO, cioè il Complesso del disseccamento rapido dell’olivo. Probabilmente la Xylella è arrivata in Salento con l’importazione di piante ornamentali provenienti dall’America Centrale e ha avuto una facile diffusione grazie a un insetto vettore, il Philaenus spumarius, comunemente detta cicalina “sputacchina” media. L’espansione del CoDiRO, che interessava un’area di circa 8.000 ettari nella tarda estate 2013, si è sviluppata fino a raggiungere un’estensione di circa 25.000 ettari ad aprile 2015.

Dal 11 Febbraio 2015 è stato nominato un Commissario governativo straordinario, Giuseppe Silletti, comandante del Corpo forestale dello Stato nella Regione Puglia.  Sulla base degli studi svolti sulla diffusione del CoDiRO il Commissario Silletti ha redatto un piano di contenimento che prevede l’abbattimento delle piante d’ulivo circostanti ai focolari dell’infetti, essendo fallito il piano di eradicazione delle sole piante malate.

Nella riunione del 27 e 28 aprile 2015, il Comitato permanente per la salute delle piante dell’Unione europea ha deciso una serie di misure differenziate con l’istituzione di diverse fasce geografiche, differenziate per tipologia e intensità delle azioni di intervento:

  • una fascia settentrionale di eradicazione in cui sono rese obbligatorie drastiche misure di “rimozione e […] distruzione delle piante infette e di tutte le specie ospiti che crescono in un raggio di cento metri, a prescindere dal loro stato di salute”;
  • una seconda fascia più meridionale, larga venti chilometri, che si estende dalla costa adriatica a quella ionica, in cui saranno attuate misure meno drastiche tese al contenimento del batterio, con abbattimento e rimozione degli alberi malati ed effettuazione di test sulle specie ospiti adiacenti nel raggio di 100 metri, senza obbligo di terra bruciata e di eradicazione di piante sane;
  • una terza zona costituita dal resto della provincia di Lecce, in cui non vigerà l’obbligo di strappare gli ulivi, anche se malati;
  • un cordone sanitario a separare la prima dalla seconda zona, in cui si provvederà al monitoraggio delle specie ospiti.

Non essendo esperti in materia e non avendo le giuste basi scientifiche per affermare se queste misure siano giuste o sbagliate, in questo articolo ci limiteremo a prendere atto con tristezza dei provvedimenti drastici adottati   e a domandarci soltanto se, queste piante d’ulivo secolari, non potessero essere trattate con maggior rispetto vista la loro storia e la loro importanza per l’economia salentina e pugliese. Intanto, segnaliamo soltanto alcune cose che potrebbero essere utili nel dibattito:

Sembra che in contrada Santo Stefano, tra Alezio e Gallipoli, 450 piante d’ulivo infette siano rigermogliate dopo il trattamento che il Sig. Giuseppe Coppola, proprietario dell’oliveto in questione ha imposto alle sue piante. Il metodo utilizzato sarebbe il seguente:

“Sono state eseguite 5 arature superficiali del terreno. Da sempre la nostra azienda lavora con metodi tradizionali, ma da circa un anno abbiamo incrementato le cure. […]Poi 5 trattamenti (prima della potatura e dopo l’emissione della vegetazione) per nutrire la pianta e proteggerla da attacchi di patogeni e per controllare il vettore ‘sputacchina’. […] Una potatura radicale è stata eseguita a ottobre scorso nel tentativo di eradicare il patogeno che si era diffuso nell’intero oliveto e sulle branche principali delle piante[…]. Tutti i tagli sono stati disinfettati con rame e mastice e il materiale di risulta bruciato sul posto. D’estate sono stati eliminati i polloni dai ceppi. Ai trattamenti insetticidi si sono accompagnati quelli tradizionali con il rame per il controllo delle patologie classiche dell’olivo. A settembre la potatura verde di impostazione[…]. L’olivo è una pianta che si rigenera velocemente e così ha iniziato a germogliare […]. La parte tenera è stata trattata con solfato di rame per renderla forte, ma l’aspetto forse più innovativo di questo esperimento esula dall’aspetto terapeutico: Abbiamo usato lo zolfo in polvere sulla pianta pensando di creare fisicamente un ambiente ostile alla sputacchina, che le impedisse di avvicinarsi alle piante[…] Per un anno intero abbiamo attinto le risorse necessarie dal comparto turistico della nostra attività destinandole alla lotta alla Xylella. Quanto ci è costato? Tanto. Troppo[…]. Nel complesso quasi 95 euro a pianta, oltre i 40mila euro […].Credo che se le istituzioni avessero sostenuto gli agricoltori e se qualcuno avesse fatto il mio stesso esperimento, forse la Xylella non avrebbe avuto vita facile”.

Intanto il 6 Novembre scorso, dietro ricorso presentato dagli olivicoltori della zona di Torchiarolo e dalle varie associazioni, il Tar del Lazio ha accolto la richiesta di stop del “piano Silletti”. Restano quindi bloccati gli abbattimenti degli ulivi sani che si trovano nel raggio dei 100 metri rispetto alle piante infette, ma solo per i ricorrenti del comune che si trova al confine tra le province di Brindisi e Lecce. In risposta alla sentenza del Tar, il Governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha convocato nella giornata di ieri  “un gruppo di agronomi, docenti universitari, studiosi, ricercatori e esperti per l’istituzione della Task Force della Regione Puglia sulla ricerca scientifica sul Complesso del disseccamento rapido dell’olivo […] per far emergere, attraverso un approccio sistematico e multidisciplinare, le specifiche esigenze di ricerca e sperimentazione a cui è necessario dare risposta per colmare i tanti deficit conoscitivi che ancora caratterizzano l’emergenza Codiro. I risultati raggiunti dalla Task Force saranno utili per orientare le attività di ricerca e programmare le più opportune azioni da intraprendere ai diversi livelli di responsabilità“.

Il Ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina, intervistato alla vigilia dell’incontro di Bruxelles con il commissario europeo alla Salute, Vyenis Andriukaitis, annuncia: “Parte ufficialmente il Piano di ricerca nazionale sulla xylella, coordinato dal Crea e finanziato per 4 milioni, con il coinvolgimento delle migliori professionalità pubbliche e private nel settore, oltre al Crea, il Cnr e 5 università. A queste si aggiungono i centri di ricerca privati, le associazioni vivaistiche e le organizzazioni di categoria. Faremo del Salento un laboratorio sperimentale contro la xylella, con un campo Crea dove verranno valutate le piante più resistenti e le più moderne tecniche di lotta al batterio[…].In Salento consentiamo da subito il reimpianto degli ulivi a scopo sperimentale. Ho già dato disposizione agli uffici di procedere e chi vorrà impiantare dovrà fare domanda al ministero senza oneri burocratici eccessivi. Vogliamo dare spazio a tutti gli strumenti possibili per aiutare nell’individuazione di una cura per le piante”.

Ultima cosa da segnalare per concludere il quadro di questa vicenda è che sembra che i possibili tracciati del metanodotto Snam, che dovrebbe collegare il Tap di Melendugno allo snodo di Mesagne, attraversano i territori su cui sono stati rinvenuti i maggiori focolai di Xylella fastidiosa e su cui sono previsti gli abbattimenti più massicci, a Veglie, Oria e Torchiarolo. Finora non sono rivenute prove sufficienti per gridare al “complotto”, pertanto tutto ciò va considerato come una semplice coincidenza.

Oppure, senza chiamare in causa sette segrete e Monsanto varie, probabilmente si tratta della solita vecchia questione: approfittando di problemi e tragedie reali, i soliti volponi che pensano solo al profitto e al tornaconto personale sfruttano tutto questo a loro vantaggio. Che si abbattano alberi antichissimi per far posto a nuovi metanodotti, o per importare olio estero, o per abbellire con piante d’ulivo qualche bel giardino del nord, nella nostra epoca globalizzata non c’è spazio per il romanticismo ambientale e il provincialismo gastronomico ma l’unica cosa che conta è semplicemente il vil denaro.

 

Marco Muscillo.

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