Marine Le Pen

Domenica 6 dicembre i francesi saranno chiamati al voto per eleggere i nuovi consigli regionali, dopo che la riforma amministrativa del 2015 ha ridisegnato i confini delle regioni della Francia metropolitana, riducendo e accorpando quelle esistenti. I ballottaggi, a cui accedono i partiti che hanno ottenuto almeno il 12.5% degli elettori aventi diritto, si terranno il 13 dicembre.

Le elezioni si svolgono a poche settimane dagli attentati di Parigi del 13 novembre e sono le ultime di una certa importanza prima delle elezioni presidenziali e legislative previste per il 2017. Lo scenario politico vede in corso principalmente tre schieramenti: la compagine governativa formata dal Partito Socialista di Francois Hollande e alleati, il centro-destra formato da ‘I Repubblicani’ (ex UMP di Nicolas Sarkozy, che ha cambiato il nome del partito) e gli alleati centristi di MoDem e Udi, ed infine il ‘Front National’ di Marine Le Pen, con le sinistre (tra cui il Fronte di Sinistra), gli ambientalisti (Ecologisti) e partiti neo-gollisti a fare da contorno.

Come prevedibile, le stragi terroristiche di Parigi hanno fatto guadagnare popolarità al presidente Hollande che come già avvenuto ai tempi dell’attentato a Charlie Hebdo, ha ottenuto punti nella fiducia dei francesi, grazie a una reazione e ad una gestione dell’emergenza dura ma sobria e alla risposta militare immediata in Siria, con i bombardamenti sui territori occupati dall’ISIS e un parziale riavvicinamento, in questo frangente, alla contemporanea azione militare condotta dalla Russia.

L’emozione è stata forte, e Hollande ha saputo fare appello alla coesione e allo spirito patriottico del popolo francese. Tuttavia ciò potrebbe non bastare per garantire una vittoria elettorale al Partito Socialista e ai candidati governativi. I sondaggi nazionali infatti, indicano che davanti ai socialisti non c’è solo la destra di Sarkozy ma anche e soprattutto il Front National, che viene dato vincente (perlomeno al primo turno) in almeno tre o quattro regioni, e che potrebbe conquistare per la prima volta nella sua storia il governo di una regione.

I candidati di punta del FN sono, come sempre, i Le Pen, anzi le donne della famiglia Le Pen, dopo che il fondatore del partito Jean-Marie è stato espulso dopo i litigi e i dissidi con la figlia Marine che si protraevano ormai da tempo. Marine Le Pen stessa è candidata nella regione del Nord-Passo di Calais-Piccardia, dove viene data sicura vincente al primo turno (40%) e poi al ballottaggio (54%). Questa regione nel Nord-Est della Francia, fortemente colpita dalla crisi economica, recentemente sembra aver abbracciato il FN che ha fatto man bassa di voti soprattutto a sinistra tra chi un tempo votava socialista o comunista. L’altro volto noto del FN è Marion Marechal-Le Pen, nipote di Marine, che è candidata nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra (PACA), e anche lei è vista come favorita dai sondaggi. Le regioni meridionali della Francia sono da sempre un fortino per il Front National ed è interessante notare che Jean-Marie Le Pen, espulso dal partito e convinto di riorganizzare intorno a sé un nuovo soggetto politico, abbia deciso di non presentare una propria lista e quindi di sostenere implicitamente la nipote Marion, che non a caso è considerata ideologicamente molto più affine al nonno Jean-Marie che alla zia Marine. Un’altra regione dove i “frontisti” possono vincere è l’Alsazia.

Comunque vada, il quadro politico francese è profondamente cambiato. Il Front National, per decenni considerato un partito impresentabile ed emarginato dai partiti del cosiddetto “fronte repubblicano” (in Italia si sarebbe detto “arco costituzionale”), le destre e le sinistre che al secondo turno non disdegnano di coalizzarsi per sbarrargli il passo, si è ormai stabilizzato tra i primi partiti e con un messaggio in grado di parlare alla maggioranza degli elettori. Il merito di questa impresa è ascrivibile a Marine Le Pen, che in poco meno di cinque anni ha cambiato lo stile, l’ideologia e i volti del suo partito. Oggi dire che il FN è un partito di estrema destra appare non solo riduttivo ma forse anche scorretto. Il partito xenofobo, con simpatie nazifasciste, nostalgie per il regime di Vichy ed economicamente liberista di Jean-Marie Le Pen è stato fortemente ridimensionato per trasformarsi in un partito che pone l’accento sulla sovranità nazionale, contro l’euro e la Nato, sullo stato sociale e sul superamento della dicotomia destra-sinistra. Non è un caso che Marine Le Pen non si definisca né destra né di sinistra e afferma che oggi l’unica divisione possibile è quella tra i patrioti e i mondialisti e tra una visione statalista dell’economia e una liberista. Ovviamente il FN rimane nettamente contrario all’immigrazione e in particolare a quella islamica in nome dei valori classici francesi e della laicità; tuttavia a differenza degli atteggiamenti grossolani e superficiali di alcune altre destre nazionaliste europee, il FN ha tentato di fare un discorso più approfondito, negando in primis l’equazione terrorismo=Islam. La chiusura delle frontiere, il controllo sull’immigrazione e sui luoghi di culto come le moschee sono basilari, ma Le Pen ha arricchito tutto ciò con considerazioni geopolitiche, denunciando chiaramente le responsabilità di paesi come il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia, alleati dell’Occidente, che con una mano fanno affari nei paesi europei e con l’altra finanziano ed armano il terrorismo e la destabilizzazione. Considerazioni queste che il presidente Hollande si è ben guardato dal fare, insistendo esclusivamente sulla mera reazione “muscolare” e militare in Medio Oriente, in completa assenza di una strategia globale e senza dirimere il cronico problema del doppio standard occidentale.

Non c’è da stupirsi quindi che Marine Le Pen, lungi dall’essere uno spauracchio per le masse, è diventata un interlocutore politico serio, riuscendo ad attrarre sempre più consensi anche nell’elettorato di sinistra deluso e sfiduciato, cosa che è accaduta soprattutto nelle regioni del Nord della Francia a forte presenza operaia e adesso purtroppo con una forte disoccupazione. E, in più, con il problema dell’immigrazione diventato a tratti ingestibile (di cui le cronache di Calais sono un esempio).
Inoltre, dopo gli attentati del 13 novembre, Le Pen ha appoggiato le decisioni di Hollande sullo stato di emergenza, e ha partecipato alle commemorazioni delle vittime, cosa che non era avvenuta a gennaio dopo i fatti di Charlie Hebdo.

In pochi mesi dunque la leader del FN ha compiuto il suo ingresso nella politica “istituzionale”, mossa che la porta a proiettarsi con ancora maggior fiducia verso le elezioni presidenziali del 2017. Elezioni a cui dovrebbe partecipare anche Nicolas Sarkozy, che è tornato sulla scena politica, dopo che da presidente è stato uno dei principali fautori della guerra contro la Libia di Muammar Gheddafi, una guerra che, già sbagliata allora, si è poi rivelata una vera e propria catastrofe, che ha causato la devastazione di un paese relativamente prospero e avanzato e il precipitare della situazione migratoria e umanitaria nel Mediterraneo.

Dunque la debolezza di Hollande e Sarkozy (e quindi dei tradizionali partiti politici) avvantaggia la Le Pen nel voto popolare, ma non negli ambienti che vedono come fumo negli occhi l’ascesa di un partito che sembra mettere in dubbio le fondamenta stesse del sistema dell’UE, del mercato e delle attuali alleanza geopolitiche. La Confindustria francese, per esempio, ha fatto un appello per fermare il FN reo di proporre soluzioni “opposte” a quelle che, secondo gli industriali francesi, bisognerebbe attuare. Conoscendo quanto conti ormai in Europa l’influenza di alcuni poteri economici, finanziari e mediatici, mentre sempre di meno conta la volontà popolare e la dialettica democratica, non è escluso che Marine Le Pen dovrà fare concessioni, dovrà adeguarsi, dovrà “piegarsi”. La cacciata del padre Jean-Marie (comunque, oggettivamente, dannoso per le tante sue uscite poco condivisibili) potrebbe essere un segnale; o forse è proprio l’ennesima prova di un partito che ormai si è lasciato alle spalle il passato più compromettente per diventare molto più “inclusivo”, oltre le tradizionali ideologie che non siano quelle della sovranità nazionale, dell’identitarismo, del ritorno allo Stato nell’economia (in pratica un partito neo-gollista, quindi ligio ai valori della Francia repubblicana). Ai partiti “anti-sistema” (o presunti tali) non è concesso arrivare tanto facilmente al potere, anche se vincono le elezioni (vedasi la recente vicenda in Portogallo). Inoltre gli attacchi terroristici rischiano di irrigidire il sistema politico e sociale e di far tornare una strategia della tensione. Il cambiamento però è richiesto da sempre più parti. La “presidenza normale” di Hollande ha deluso i francesi e dall’altro Sarkozy fatica a (ri)convincerli. Queste elezioni regionali potranno dare qualche indicazione in più, si può dire che è iniziata la battaglia per il 2017, che come altri eventi in altri paesi, sarà molto importante per il futuro dell’Europa.

Giulio Zotta

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